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domenica, febbraio 29, 2004
Volevo scrivere un post assai incazzato sulla cattiva educazione che la tv italiana propina ai ragazzi. E come questa cattiva educazione sia in realtà ritenuta quella buona dai genitori, e quella che io ritengo buona sia invece ritenuta cattiva. Bel casino, eh? Purtroppo non ne è venuto fuori praticamente nulla, solo un ammasso di parole senza senso. Non penso che questo post prenderà mai vita, se non in seguito a una lite con mia madre quando deciderà di proibire qualcosa a mio fratello (futuro remoto).
Idea: vado a cercare degli scritti prodotti da alcune associazioni di genitori! Mi metto al lavoro...
sabato, febbraio 28, 2004
Le storie di una
vita incredibile
Quella dei sottotitoli ai nomi originali dei film, una pratica tutta italiana, è una storia lunga e malata, che fa scontrare la voglia di lasciare il titolo nella sua forma originale con la grossolaneria dell'italiano medio che vuole riassunto nel nome del film il suo contenuto. Non voglio approfondirla qui. Piuttosto mi sono accontentato di riportare quello che, pur nella sua inutilità, è uno dei sottotitoli più azzeccati di questi anni e che accompagna l'ultimo lavoro di Tim Burton "Big Fish". "Le storie di una vita incredibile" riesce davvero bene a rendere il tema più superficiale di questo film, incredile forse più delle vicende che narra. La vita bizzarra e davvero "fantastica" che un vecchio padre racconta, o meglio continua a raccontare, a suo figlio, irritato per la puzza di menzogna che esalano le sue vicende, vive davvero di una magia rara, profonda, che solo da un regista visionario e geniale come Tim Burton potevamo aspettarci. E se anche dopo un gioiello come "Edward mani di forbici", votato da voi come il suo miglior film, non c'è da stupirsi nel ritrovarsi un pò con i lacrimoni agli occhi, tuttavia è sempre una sorpresa sentirsi così profondamente toccati nell'intimo. "Big Fish" non è un prodotto strappalacrime; sarebbe stato molto più semplice creare un meccanismo di quel tipo. Nonostante la grande commozione che provoca il finale, davvero perfetto nella sua soluzione, mai banale come d'altronde tutto il film, le lacrime scorrono accompagnate da un senso che non è proprio tristezza, nè malinconia, ma quella felicità che solo i veri maestri sanno trasmetterti. Il mondo incantato del protagonista, interpretato a seconda dell'età da Ewan McGregor e Albert Finney, entrambi splendidi, non rimane lì sullo schermo, fisso, immobile, ma riesce veramente a "bucare". Già me li vedo quelli che, appena usciti dalla sala, iniziano a chiedere all'amico: "Ma allora quello che è successo è vero o no?" Che importanza ha? Se dobbiamo cercare un'altro merito fra tutti quelli presenti, e che lascio volutamente sottointesi per non ripetere sempre la stessa cosa ogni film di cui parlo, è proprio quello di creare nello spettatore uno stato di completa adesione al racconto, una sorta di limbo in cui non viene neanche spontaneo chiedersi il perchè di quello o di quell'altro. E neanche Burton vuole consegnarci una soluzione a questo enigma, ovvero se la vita del suo "eroe" è stata davvero così come l'abbiamo vista, direi anche vissuta, oppure no. Ritengo una soluzione di questo genere degna della miglior stima posssibile. "Big Fish" è prima di tutto un inno alla vita, all'amore e alla fantasia, quella che molte persone perdono e non vogliono accettare, come il personaggio interpretato da Billy Crudup, ma che è necessaria per donare all'esistenza quella magia che in fondo, fra le pieghe di una grigia routine, si nasconde senz'altro. Dovrei rivedere "Edward Mani di Forbice", ma per il momento "Big Fish" rimane in testa alla mia classifica nella filmografia di questo eccentrico, e ormai direi storico, regista. E assolutamente assurdo è parlare di Fellini solo perchè una parte del film è ambientato in un circo.
Per finire rimaniamo in ambito cinematografico, ormai divenuto il tratto distintivo di questo blog. Sembrava lontano agli inizi ma finalmente il giorno è (quasi) arrivato. Domenica notte, 29 Febbraio, verranno consegnati i premi più ambiti, gli Academy Awards, più noti come oscar. Che dire di non già detto? Di sicuro che, dopo aver assistito a tale capolavoro, spiace notare l'assenza di Tim Burton a questa premiazione. Se a una prima occhiata infatti potrebbe sembrare che quest'anno l'Academy si sia "svegliata" e abbia finalmente accolto fra le nomination più importanti anche un genere così poco "da oscar" come il fantasy "Il Ritorno del Re", guardando bene mi pare che il film di Peter Jackson, di cui non voglio rimangiarmi le lodi, appartenga per temi e messa in scena a una concezione molto amata dalla giuria delle statuette molto più di quanto si creda. In fondo è un kolossal come "Ritorno a Cold Mountain" o "L'ultimo Samurai". I veri outsiders di quest'anno invece mi sembrano il minimale e intimistico "Lost in Translation" e, in parte, il dramma crudissimo di "Mystic River". Se questi film ce l'hanno fatta ad entrare nelle liste dei candidati, "Big Fish" era forse decisamente troppo anche per uno strappo alla regola di tale misura. In ogni modo quando vedrò Peter Jackson ritirare l'oscar per il miglior film sarò contento, perchè se lo merita tutto, soprattutto alla luce simbolica di una trilogia, ma un momentino penserò a Tim Burton, che pure meritava qualcosa. Di sicuro andrò in bestia se non daranno la statuetta a Bill Murray. Quell'uomo è un idolo.
giovedì, febbraio 26, 2004
Visioni
E finalmente eccolo! E' giunta l'ora di commentare la bizzarra "recensione", o meglio interpretazione, di "Schindler's List" trovata dal buon Zar sulla rete e consegnatami ormai un mese addietro. Chiedendo ancora scusa del ritardo riporto per intero tutto il testo:
Has no-one noticed that Schindler's List is a remake of ET, The Extraterrestrial?
In both films, a bug-eyed but very endearing alien is rescued from the forces of darkness by a lonely boy (in the case of Schindler's List, a boy-man). In each movie, the loveable alien must face death, then returns and assures the boy (man) of its love before heading off to its own world. If you think about it, the physical resemblance between ET and Ben Kingsley is rather startling (and compare both to Whoopi Goldberg-- The Color Purple was ET with black people.)
ET is the only movie Steven Spielberg knows how to make. Schindler's List is a very affecting film (as was ET), but a dishonest view of the Holocaust.
No-one, of course, would have gone to see an honest movie about the Holocaust. It would have been in German (or Czech, Polish, French, Dutch, etc.) with subtitles. It mght begin with a middle-class Jewish family living comfortably in Germany in 1933. It would have tracked the changes in their life after Hitler's election; the events of Kristallnacht, November 10, 1938, as they are beaten up and their windows broken; their arrest and shipment to a concentration camp; at movie's end, they are gassed at Dachau; the final shot, smoke and ash billowing from incinerator smokestacks at night.
Schindler's List is dishonest because the number of Schindlers in Germany, or for that matter anywhere in Europe, was so small as to be statistically insignificant. But Hollywood cannot tell the story of the everyday or mainstream, not the humdrum ordinary or, apparently, even the horrible ordinary. Hollywood must always be about exceptions. Its films cannot portray everyday work; the employee must defy his boss, quit his job or rob his company at gunpoint. To relate the story of the extermination of six million Jews (and four million others, lets not forget; not only Jews died in the camps), Hollywood must pick the happy story of a man who rescued Jews, even though there were so few who did. (Why not tell the story of the teenage Roman Polanski instead? The family to which his father entrusted him as the Warsaw ghetto was being encircled sent him back--but kept the money they had been paid and all his belongings.)
Steven Spielberg is Jewish, but was incapable of making a story about the Jews; he must adopt a heroic Gentile as the center of his story. Why? He must have felt--lets grant the grace that these were all unconscious choices--that we Jews are still the outsider, the other, even in sympathetic America; that no-one would relate to a Jewish story. Schindler's List is of a piece with those movies about other ethnic groups that set a kindly white person in the foreground. Barbara Hershey in A World Apart; Donald Sutherland in A Dry White Season; Sissy Spacek in A Long Walk Home; Sam Waterston in The Killing Fields; all these examples come to mind, but there are hundreds of others.
There is a very revealing bit of business in Schindler that resembles a similar bit in The Killing Fields. When Schindler, atop the hill with his mistress, watches the clearing of the ghetto, amidst the black and white panorama, we see the sole touch of color in the whole movie: a little girl wearing a red dress. Why has Spielberg engaged in this fantasist touch? So that when the prisoners forced to burn bodies later come upon the little girl's corpse, we can recognize her, amidst the hundreds of other bodies, by the tatters of the red dress. In The Killing Fields, we see a more realistic or veristic scene, a man with a plastic bag on his head being dragged away; later, when Dith Pran passes the man's floating corpse, we recognize it by the bag. What's really going on here: in each case, the director needed a gimmick, a red dress or a plastic bag, to allow us to identify an otherwise anonymous, fungible corpse among the mass of corpses. In each case, its not hard (while acknowledging some real-world problems for the story-teller, to make a corpse noticeable, among so many) to detect a racist subtext: just as the other director may have needed the plastic bag because he feared that, to his audience, all Cambodians look alike, Spielberg may have feared that all his Jews (little girl included) would blend together, while only Schindler, the Gentile, stood out. And for the most part, the Jews in Schindler's List do blend together.
It is very hard also to watch the Jews in the movie becoming pets. Schindler appears to be attached to them as if they were so many turtles; again, I am reminded of the children dressing up ET in their mother's clothes, or carrying him around on their bicycles. God bless Oskar Schindler for protecting the Schindlerjuden, whatever his motives; but there are times in the movie when he appears to think of them as if they were so much property.
There are no tough moral choices in the movie. Schindler does not agonize, or even lose a night of sleep like Jean Valjean, before risking himself; there are no Sophie's Choices in the movie; when he sets his Jews to work making munitions, we are told he is sabotaging the munitions, so that they cannot blow anyone up; and when the Jews walk over the hill at the end, they are walking not into the strife torn israel today, but into a golden fantasy Jewish state.
And it is doubtful that the making of the movie has changed anything. Despite the hype, movies about the Holocaust (and better ones) have been made before. The ability of films to educate us morally, to change our lives, is more latent than potent. Most films, even ones about controversial, political or inspiring topics, are not conceived for this purpose, but rather, its opposite: anaesthesia and the final excision of an issue from public debate. Like an oyster coating an impurity to produce a pearl, a Hollywood movie typically encases and suppresses the issue or event it is based on. Put another way, it is the final washing of the hands after history has gone to the bathroom. On May 4, 1970, four students at Kent State, demonstrating against the war, were shot to death by the National Guard. The final hiccup of public attention to these now-forgotten events was a TV miniseries some ten or eleven years later.
Recent events in Bosnia and Rwanda, as well as in scores of other countries in the last fifty years and in Israel itself, seem to prove that no lesson has been learned from the Holocaust, that all can happen again.
If you want to see an honest if rather indirect movie about the Holocaust, track down The Boat Is Full, a Swiss film from 1981 or so, directed by Marcus Imhoof. Several German Jews, and one Nazi deserter, escape across the border into Switzerland. In the course of the day, they meet no evil people, and even encounter one would-be Schindler; but they are told, "The boat is full," there is no room for any more workers, or mouths to feed, in Switzerland. The man who tried to rescue them is locked up, and the refugees are all put back across the border--except the Nazi, who is permitted to stay. The Boat Is Full has more to do with ordinary human nature, and the meaning of the Holocaust, than Schindler's List.
o k, inizio col dire che "Schindler's List" è uno di quei film che, nonostante il grande valore, non vedo da un 6-7 anni, per cui mi è impossibile fare riferimento a questa o a quella scena. Cercherò di fare un discorso il più generale possibile. Dunque, mi sembra che l'idea dell'anonimo commentatore sia abbastanza chiara fin dalle prime righe. Non è tanto il fatto che Schinder's List abbia in comune con i precedenti film di Spielberg temi e visioni, cosa peraltro abbastanza comune nella carriera di un regista (Terry Gilliam dice di girare, in ogni suo film, la stessa identica storia), che gli da fastidio, quanto l'approccio dell'industria hollywoodiana, che io estenderei a tutto il mondo, verso temi così delicati come l'olocausto. Secondo il nostro infatti Schindler's List, nonostante ammetta essere "a very affecting film", si rivela come "a dishonest view of the holocaust". Le ragioni le spiega subito dopo: un film che racconti l'olocausto in maniera giusta dovrebbe essere in lingua (quindi tedesco, polacco...), dovrebbe parlare di una famiglia media, mettere in luce la salita la potere di Hitler, le persucuzioni, e dovrebbe concludersi con la morte di tutti i protagonisti in una camera a gas. Dopo aver letto questo paragrafo due sono le domande sopraggiunte: 1) ma lo Zar dove trova certe cose? 2) Quest'uomo ha una visione alquanto ingenua e infantile della macchina cinema. Se provate a prendere tutti gli elementi appena citati che dovrebbero costituire una visione corretta della Shoa e immaginarli in un contesto "filmico", ovvero su uno schermo, cinematografico o televisivo,... beh, a me viene in mente un bel documentario. Solo questo genere cinematografico infatti può soddisfare completamente le richieste di quest'uomo. E sono certo che una cosa del genere già esiste! Fra tutte le cose che potrebbero essere criticate in questo film mi sembra che vengano tirati fuori gli elementi più bizzari e difficilmente rilevabili, perchè quasi dati per scontati da un qualsiasi spettatore. Con questo non voglio sminuire la critica proposta in queste righe trovate su internet. Ciò che infatti a una prima lettura può sembrare ingenuità dopo varie revisioni si trasforma in uno scardinamento delle regole basilari del cinema contemporaneo. Stimo quest'uomo per aver saputo cogliere un aspetto che io, proprio per la sua natura invisibile, assimilata ormai alle regole generali della riproduzione cinematografica del reale, non avrei mai saputo cogliere. Quello che però secondo me manca all'anonimo critico è una visione più complessiva e diciamo così, storica, del linguaggio cinematografico, con ormai più di un secolo sul groppone. Una domanda del genere infatti se la potevano benissimo porre gli uomini che per la prima volta si cimentavano col cinematografo, più artigiani che registi. Prendiamo uno dei film più fondamentali della storia del cinema: "Nascita di una Nazione" di David Wark Griffith, già ampiamente trattato su queste pagine virtuali. Schematicamente con quel film gli storici vedono la nascita del cinema come arte, e non solo più come strumento per riprodurre il reale (Lumière) o attuare trucchi ottici (Mèlies). Grazie all'utilizzo del montaggio, del primo piano, e di una sceneggiatura atta a presentare una vicenda storica sotto la luce personale del regista (ovvero una chiave di lettura), il cinema era diventato molto simile a come noi lo intendiamo. Anche in "Nascita di una Nazione" (1915) si parte da una storia privata, individuale, quella di un uomo e della sua famiglia, per arrivare a parlare di un evento storico come è la guerra di indipendenza. In questo film è chiarissima l'operazione compiuta da Griffith, ovvero l'utilizzo di una vicenda storica per consegnare una propria visione del mondo, che sfocia praticamente in una giustificazione del razzismo. Negli anni a seguire, e lo dico perchè lo ho letto nel mio (mastodontico e dispersivo) libro di cinema, si assiste sempre a questa tecnica di allargamento prospettico a partire dal caso singolo, ovvero narrare le vicende di una collettività attraverso un esempio più o meno singolare, comunque emblematico di una realtà che si vuole evidenziare rispetto ad altre. Se alcuni autori sono caduti nella trappola di non riuscire a sfondare l'individualismo (è una critica che ho letto spesso riguardo ad opere di Charlie Chaplin di chiaro intento sociale, come "Tempi Moderni") e altri si sono lanciati in una coralità che sfocia nella grossolanità, non mi sembra il caso di spielberg quello più emblematico di un autore che si interessa solo dei casi singoli. Ma chiariamo una cosa: tutto il cinema moderno deve per forza di cosa narrare la storia di qualcuno, di uno o più personaggi. La massa funziona assai poco in un contesto spettacolare, e anche i film più spiccatamente "di gruppo", mi vengono in mente le opere di Ejzenstein, come "Ottobre", oltre a essere solitamente legate ad un intento politico e propagandistico ("Ottobre" è stato commissionato al regista per il decennale della rivoluzione) non riescono a non fare riferimento a singoli personaggi per sottolineare una determinata concezione. Pensate alla madre e alla carrozzina di "La Corazzata Potemkin" (lo avrete visto in Fantozzi, no?). In definitiva, mi sembra, quella compiuta da Spielberg, una procedura assolutamente normale e legittima, oltre ad essere di grande riuscita. Salta fuori comunque quasi sempre l'insofferenza di qualcuno verso i temi cari a Spielberg (la sua filantropia, la morale puritana, la visione quasi "caramellosa" del mondo, quasi da Disney) e non a caso ho sottolineato (anche i grassetti sono miei) quando parla di Schindler come boy-man. La regressione all'infanzia è uno dei concetti più cari a Spielberg: guardatevi "Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo" e troverete un Richard Dreyfuss che va pazzo per "Dumbo". Un'altro boy-man, come tanti altri. Lasciando però da parte le tematiche di questo autore, credo che "Schindler's List" sia un film decisamente d'effetto, crudo, che non risparmia immagini di una violenza inaudita. Ecco, forse se paragoniamo questo film a "Il Pianista", l'opera di Roman Polanski che lo scrittore si augura, possiamo notare che la violenza dell'olocausto viene vissuto in modi diversi: in Spielberg è l'immagine che si incarica di sconvolgere lo spettatore: l'uso del bianco e nero, il già citato cappotto rosso, i corpi nudi e distrutti dalla fame dei prigionieri. In Polanski invece si compie un percorso tutto psicologico, mostrando la progressiva disumanizzazione del protagonista in un contesto che ormai non ha più nulla della civiltà moderna e pare regredito all'età della pietra. Immagini e psicologie, cappotti rossi e musiche al pianoforte, campi di concentramento e una città sventrata... da parte mia ritengo il film di Spielberg artisticamente più rilevante di quello di Polanski, proprio per la visione straordinaria di cui è capace questo regista ("è uno dei più grandi di tutti i tempi" Guerrini dixit). E comunque, tornando al testo preso in questione, non è vero che Hollywood parla solo di eccezioni. Ogni storia è diversa da un'altra, per infinite variabili. Spielberg ha deciso di trattare questa particolare vicenda, una vicenda, se vogliamo, a lieto fine, ma permeata da un senso di morte e tragedia che pervade tutto il film. A ben vedere hai ragione: gli operai di Schindler sono un'eccezione: tutti gli altri, purtroppo no. E perchè si crei un'eccezione bisogna che dall'altra parte ci siano tutti gli altri. E allora è così amorale parlare dell'eccezione, tenendo conto che nel momento stesso in cui la nomini metti in evidenza anche L'ALTRA parte, quella che finisce ammassata in monmtagne di cadaveri, come la bambina dal cappotto rosso? Mi spiace, ma Spielberg con questo film ha fatto un lavoro esemplare, a mio parere non raggiunto dal più vicino (e presente di persona ai fatti narrati) Polanski. Andando avanti nel testo spunta fuori anche una presunta fobia razzista si Spielberg (solo perchè ha messo il cappotto rosso?) e il trattamento degli ebrei alla streguia di animali domestici. Credo che se tu fossi stato nei panni di quegli ebrei non ti saresti sentito tanto offeso dall'essere trattato come un animale domestico, cosa che peraltro mi sembra una forzatura (piuttosto lo vedrei, alla luce anche dei temi spielberghiani, in una luce paternalistica). Sul finale tutto rose e fiori mi devo arrendere perchè davvero non me lo ricordo, anche se mi sembra coerente con la visione del regista. E' un reato mostare gli ebrei che si incamminano verso la salvezza? E' un film sull'olocausto, mica su Israeliani e Palestinesi! Insomma, cerchiamo di attenerci a quello che vediamo, al tema preciso, senza tirare fuori critiche campate in aria. Un finale che tenesse conto anche delle implicazioni dul futuro degli ebrei sarebbe stato senza dubbio fuori luogo in un film con un tema ben preciso. Sul terzultimo paragrafo invece mi trovo abbastanza d'accordo con l'anonimo commentatore, anche se si sfocia nel dibattito sul potere effettivo dei media sulla società. Un film non ha il potere così grande di educare le masse. Almeno preso nella sua singolarità, perchè credo che la maggior parte dei film hollywoodiani,e quindi portatori di una determinata visione della vita, pesino molto sulla crescita della gente. Ma non sono uno studioso di mass media e ammetto di essere anche abbastanza stanco dopo tutte queste parole. E allora salto l'ultima parte, inutile perchè questo film non lo conosco, e chiudo dicendo che un'idea di cinema come la intende il nostro amico è abbastanza irrealizzabile. "Schindler's List" è un gran film, un capolavoro che ad oggi costituisce uno degli episodi più brillanti nel campo della Shoa al cinema, se non il più brillante in assoluto. Ma mi riservo il dubbio... davanti a tutti i film di cui è costellata la storia del cinema va bene se io ho visto un misero 1%. A domani.
Tempo!
E' bello scoprire che quella pazza della tua prof di cinema per l'appello del 5 Marzo ne prende solo 11 (!!!) e che tutti i posti sono già esauriti. Peccato, non dovrò studiarmi 100 pagine del Rondolino al giorno... URRA'!!!! Una settimana e mezzo in più è proprio una benedizione. Questa "abbondanza" di tempo mi permette di tornare a scrivere qualcosa sul mio blogghino...
Sul versante cinema due sono i film più importanti visti in questo periodo di silenzio: Ritorno a Cold Mountain e Scary Movie 3. E non mi sembra neanche impossibile unirli in un discorso comune... ma ci arrivo dopo.
Iniziamo con il film di Anthony Minghella, autore che, lo anticipo, conosco solo per un film, Il Talento di Mr. Ripley, uno dei film più disgustosi e inutili di sempre. Comunque non preoccupatevi, o voi che amate Il Paziente Inglese e state già per linciarmi, perchè questa sua opera mi è piaciuta e lo dico subito senza alcun problema. La trama ormai dovrebbe essere chiara anche agli animali domestici, vista la grandissima pubblicità che gli viene fatta: un giovane soldato sudista (Jude Law, proprio bravo) dopo aver conosciuto l'orrore della guerra cerca di tornare al suo paese, Cold Mountain; lì lo sta aspettando la figlia del pastore (Nicole Kidman, sempre perfetta), con cui aveva iniziato una appassionante relazione. Ma sia il viaggio verso casa che la vita nel villaggio risultano duri e pieni di problemi, trovandosi uno ricercato per diserzione e l'altra attanagliata dal nuovo sceriffo di Cold Mountain e la sua banda di briganti. Non c'è neanche da dire che dal punto di vista della confezione tutto è perfetto: fotografia eccellente, ritmo ben calibrato, delle star che riescono a tirare fuori tutta la loro bravura (anche la Zellweger si difende) e una storia che richiama i filmoni della Hollywood d'oro, su tutti Via col vento, di cui Ritorno a Cold Mountain condivide l'ambientazione storica e, in parte, il respiro. Il discorso che posso fare non è molto diverso da quello già affrontato per L'Ultimo Samurai: la concezione di questo film è la stessa. In esso la macchina hollywoodiana ha la possibilità di esprimersi ai più alti livelli, secondo regole e gusti ben consolidati nel tempo. Si potrebbe parlare di kolossal, anche se questa parola pare non andare più di moda. Forse questo nome è legato ad opere più esplicitamente monumentali, come appunto il già citato "Via col Vento". Devo ammettere di non essere ferratissimo sul significato esatto di questa parola (fatemici arrivare!). Quello che so per certo è che "Ritorno a Cold Mountain" parte da fatti e avvenimenti personali, quelli di due amanti separati dalla guerra, per arrivare a toccare problemi universali, legati appunto alla guerra, alla sopravvivenza o alla violenza. E se, oltre a non essere una pratica nuova perchè presente fin dagli albori del cinema, tutto questo discorso si pone in secondo piano di fronte alla magniloquenza e al fasto tutto hollywoodiano dello "spettacolo", del dramma appassionato, almeno una scena è degna di essere ricordata; quella in cui il protagonista si trova nella casa di una giovane madre il cui marito le è stato portato via dalla guerra, una straordinaria Natalie Portman che di sicuro nessuno si aspettava così profonda e capace (ma Lucas ci aveva visto giusto... Scommettiamo che con Episode III i detrattori si ricrederanno anche su Hayden Christensen?). Raccontarvi lo svolgimento di questa sequenza (non scena... ricorda... non scena...) sarebbe un delitto, sappiate che qui, più che in altri punti, mi sono sentito davvero toccato nel profondo. Perchè io so benissimo che "Ritorno a Cold Mountain" è un film creato su misura per il pubblico medio, per gli oscar, insomma per le masse. E allora? Non è forse cinema anche questo? "Via col Vento" (e ridaje...) non è forse stato creato con lo stesso scopo? E anche una marea di altri film che, a ragione o a torto, sono comunque entrati a far parte della storia del cinema? Ritengo doveroso dirlo: la macchina hollyowoodiana non è satana. Può provocare tutti i danni che volete, in primis l'egemonia contenutistica e finanziaria che uccide il cinema "minore", ma è indubbio che a livello formale abbia un bel centinaio di anni di esperienza alle spalle, anni che, credetemi, non sono stati inutili. Guardando "Ritorno a Cold Mountain" non potete dire che Anthony Minghella è un cattivo regista. In lui è viva un'arte, una tecnica, che partendo da Griffith fino ad arrivare ai giorni nostri è andata raffinandosi per svolgere sempre meglio il suo ruolo. Una vicenda come quella di Cold Mountain non la vedrei messa su schermo se non in questo modo. Certo, poi non tutto è perfetto: anche a me dà fastidio la pomposità esagerata, i dialoghi prevedibili e i personaggi stereotipati. La conclusione del film è comprensibile fin dalla metà, per chi ormai ha capito i meccanismi di fondo. Perchè sta tutto lì, i meccanismi sono sempre quelli, non sbagliano, e non cambiano, mai. E' un discorso che potrebbe durare all'infinito, e sarebbe schematico e incompleto dire che da una parte ci stanno i "presunti intellettuali" che odiano queste americanate e dall'altra l'impiegata di Milano che piange e apprezza il tutto. Neppure io voglio posizionarmi nel mezzo. Solo questo dico: "Ritorno a Cold Mountain" appartiene indubbiamente a quella categoria di film da botteghino, atti a fare incetta di soldi e premi, un film di ampio respiro, che punta a commuovere lo spettatore attraverso situazioni drammatiche collaudate e atteggiamenti formali altrettanto ben sperimentati. Al di là di questo Cold Mountain, della sua prevedibilità e della sua leggera stucchevolezza, riesce davvero a colpire il bersaglio, commuovendo lo spettatore spesso in modo superficiale e quasi "comune", altre volte con una forza e una potenza che davvero non ci si aspetta da un prodotto così dichiaratamente "di consumo". Merita un occhio, dai.
Passiamo ora al secondo, diversissimo, film: Scary Movie 3. Per prima cosa inculcatevi in quella vostra zucchetta una cosa: non c'entra ASSOLUTAMENTE NULLA con Scary Movie e relativo seguito. I primi due film erano stati ideati, interpretati e diretti dai fratelli afro-americani Wayans. Questo invece è stato ideato e girato da David Zucker, personaggio ben più importante dei due creatori della saga. A chi non dicesse nulla questo nome posso solo citare "L'Aereo più Pazzo del Mondo"o la trilogia di "Una Pallottola Spuntata". Opere insomma che, oltre all'evidente anteriorità temporale, superano davvero i film dei fratelli Wayans (il secondo poi è inguardabile) in ogni campo. So che quando andate a vedere un film nel cui titolo compare un numero dovete per forza rapportarlo agli episodi precedenti; qui non ha davvero senso, è un opera completamente a se stante, slegata (ma purtroppo ogni tanto influenzata) dalla "poetica" dei fratelli afro-americani. Cavoli, tutta Italia è andata a vedere C'era una Volta in Messico senza sapere che è il terzo di una trilogia e non riuscite a concepire "Scary Movie 3" come un film a se stante? Comunque, passando all'analisi vera e proprio del film, notiamo che solo la protagonista viene dai precedenti episodi, mentre il resto del cast è completamente nuovo, con l'eccezione della ricomparsa di Leslie Nielsen dalla serie "Una Pallottola Spuntata". Che succede? Semplice: una giornalista si trova a indagare su due casi probabilmente legati fra di loro, ovvero la leggenda di una misteriosa videocassetta che uccide una settimana dopo la visione e l'improvvisa comparsa di strani messaggi nel campo di un agricoltore. Risulta chiaro fin dall'inizio come, invece di una comicità surreale e realmente demenziale come quella di "Una Pallottola Spuntata", qui Zucker opti per una fin troppo scoperta parodia dei più famosi film recenti. Si comincia con "The Ring" (quello americano ovviamente) per arrivare a "Signs", "8 Mile", "Matrix Reloaded", "Il Sesto Senso" e addirittura "The Others". Se devo essere sincero non ritengo la parodia uno strumento comico realmente valido, o meglio questo tipo di parodia: per la maggior parte del film infatti si ha l'impressione che il regista cerchi di far ridere semplicemente tirando alla mano richiami ai film citati. Per capirci: non basta mostrare un oracolo (da Matrix) che ha i cassetti pieni di fumo e che fa a botte con la ragazza di "The Ring" per innescare un procedimento comico davvero funzionante, per non parlare di originalità... per creare qualcosa di completamente valido bisogna creare delle gag che stiano in piedi da sole, e non solo perchè lo spettatore medio (che ricordiamolo ride anche vedendo "Le Barzellette") riconosce un film che ha visto alla tv. "Una Pallottola Spuntata" è un esempio lampante di una tale fattura; giuro che ogni volta che lo fanno mi sputtano dal ridere per la sua demenzialità fuori di testa (la più bella? "Che bella topa!" "eh si, l'ho appena fatta rinfoderare!"). Magari questo Scary Movie 3 si avvicinasse artisticamente ai precedenti film del regista, comunque sempre in trio col fratello e Abrams. Purtroppo oltre a questo procedimento parodico davvero grezzo e dozzinale si aggiungono i difetti del cinema "demenziale" degli ultimi anni, ovvero una abbondanza di cadute, scivolate, testate contro lamapade e muri, che neanche nel primordiale cinema comico di Sennet (sono colto, eh?) avevano una funzione così di primo piano. Ma c'è una ragione per cui ho puntualizzato per bene la diversa paternità di questo film; se infatti fino a questo punto si poteva pensare che David Zucker avesse solamente seguito la lezione dei Wayans, arriva la smentita. Il film infatti riesce a sopravvivere, ma anche vivere, grazie a trovate più o meno occasionali che erano estranee agli autori precedenti e che sono riconducibili in tutto e per tutto al veterano regista. Ci sono delle gag che fanno davvero MORIRE, delle impennate di bizzarria e demenzialità, sia essa visiva, lingustica o (più spesso) concettuale, che non vanno perse. In primo luogo tutta la pellicola, dall'inizio alla fine, è pervasa da un anticlericalismo radicale e dissacrante che mi fa impazzire. Avete presente in "Una Pallottola Spuntata 33 e 1/3" quando alla notte degli oscar mostrano uno spezzone del musical su Madre Teresa di Calcutta? Ecco, qui il presidente degli Stati Uniti (Nielsen!) consegna a degli handicappati fisici il premio "Madre Teresa di Calcutta", che in realtà non è altro che una statuetta della suora con testone gigante che oscilla, come i cani che si vedono sui bauli delle auto! Vi risparmio le altre, sulla stessa madre Teresa ma anche su Gesù (splendido!!!) e su un prete con una predilezione per i bambini... Pure il video di "The Ring", quella suggestiva sequenza di immagini inquietanti e leggermente senza senso, viene trasformata in un momento di assoluta comicità demenziale, che partecipa in ogni modo al sapore "avanguardistico" del video originale. Sintetizzando direi che dalla metà in poi il film migliora decisamente, per la maggiore presenza di questa comicità più genuina, attestandosi su buoni livelli. Certo, si poteva fare di meglio e confezionare un prodotto coerente dall'inizio alla fine, ma sperare in un nuovo "Aereo più Pazzo del Mondo" era davvero troppo, dopo una così lunga assenza del regista e un'influenza di film comici per la maggior parte negativa. Vi avrei anche parlato volentieri della "Corazzata Potemkin" ma, visto che il treno per Bologna si è rotto e il film, checchè ne dica Fantozzi, dura una misera ora, me lo sono perso in tronco.
Comunque mi piacerebbe anche parlare di un'opera vista ieri notte su consiglio del prode Berto, ovvero "Paz!" di Renato de Maria. Presentatomi da lui come "una figata" e ben considerato dal Mereghetti, mi ci sono avvicinato con grande attesa. L'idea che mi sono fatto è essenzialmente una: questo film è fatto per coloro che già conoscono le opere di Andrea Pazienza. Da parte mia, a parte constatare uno stile volutamente bizzarro e fuori di testa, spesso più legato al sogno che alla realtà, più al fumetto che al cinema, non ne sono rimasto molto colpito. Oddio, mi ha incurisito verso l'opera di questo famosissimo e apprezzatissimo autore morto anzitempo. Questi personaggi caricaturali, esagerati, davvero "fumettosi" con i loro problemi, sogni, esami, calati in una Bologna davvero da incubo destano una simpatia che non va mai oltre al sincero apprezzamento per lo sforzo compiuto. Quello che però mi chiedo è: ce n'era davvero bisogno? Insomma, le opere di Andrea Pazienza necessitavano davvero di una trasposizione cinematografica? Vedendo il risultato senza consocere l'opera a monte mi sembra che il regista abbia incontrato non poche difficoltà a compiere questo procedimento. E nemmeno si può parlare di originalità, perchè ormai a livello stilistico certe bizzarrie, certe riprese fuori dagli schemi tradizionali, veloci, ritmate, sono così abusate, soprattutto dai giovani italiani, da risultare ormai di maniera. Piuttosto l'originalità andrebbe attribuita allo stesso Pazienza, che aveva creato i suoi personaggi e il loro mondo allucinato e fantastico su misura per un supporto cartaceo, per un fumetto appunto. Mi spiace, ma sono uno di quelli che crede fermamente che un'opera, letteraria, a fumetti, anche teatrale, debba per forza cambiare, trasformarsi nel passaggio alla pellicola. Sono mondi che hanno una loro scienza, una loro fisica, completamente diversa. Prendiamo il fumetto: la stessa fruizione di questo mezzo è diversa da una fruzione cinematografica. Una vignetta, singola, di Pazienza, sta in piedi e funziona soprattutto presa nella sua singolarità, nella sua condizione di inzio e fine immediato, circoscritto a un limite temporale e fisico brevissimo. Il che, ovviamente, può nascondere un orizzonte concettuale infinito. Ma un film non è una vignetta, e nemmeno Renato de Maria si è preoccupato di attribuire alla sua opera una struttura "a vignette", cioè di episodi brevi, secchi, concisi, che si alternano uno all'altro, in un continuo scambio di battute. Di certo "Paz!" non è un film che merita una bocciatura. La natura stessa dell'operazione era così rischiosa e difficile che alla luce del risultato qualche indiscutibile merito mi sento di attribuirglielo (ma la difficoltà di un progetto non deve comunque mai guidare a una assoluzione conseguente). E poi si vedono anche un paio di fighe e due o tre tette, così, belle gratuite, che non fanno mai male.
Per finire mi scuso con Dario per la mancanza (ancora) del commento alla recensione che mi ha mandato. Ti giuro che pima o poi lo faccio! Avevo solo qualche film in arretrato da commentare...
martedì, febbraio 17, 2004
Prendine una e vedrai
il Fujiyama
Dopo il secondo giorno la stanchezza inizia a farsi sentire, soprattutto quando arrivi a casa e scopri che non hai proprio tempo per fare un bel niente. Queste poche righe sul blog sono un lusso che mi concederò fino alla prossima disperazione per l'esame di cinema, sempre più vicino (come data) e sempre più lontano (come riuscita). Oggi altra giornata semi-inutile: la lezione di Analisi di Film c'era ma eravamo più ammassati che in un concerto metal, e francamente non mi andava. In compenso ho speso quelle due ore facendo una tessera all'associazione "Letteralmente di Sinistra" solo perchè era l'unico posto che mi permetteva di andare su internet e vedere i libri che dovevo comprare. Ne ho anche approfittato per andare sul mio blog (l'immagine era troppo vicina al testo... anche da voi?) e su quello della Marta. Pensavo che l'audio non si sentisse per l'evidente mancanza di casse, ma non avevo tenuto conto dei monitor con casse integrate! Avete presente l'mp3 del blog della Marta? Per fortuna si sentiva basso e ho prontamente schiacciato ALT+F4. Verso sera è proseguito il corso di Storia della Fotografia con altre graditissime foto di donne nude. Bello.
Però la giornata di oggi è da ricordare per una grande idea venuta a me e il Castel. I giochi di ruolo dal vivo attuali sono tutti uguali, tetri, antichi, insomma sorpassati. Noi abbiamo delle nuove proposte, che possono davvero rinnovare questo genere di attività. Però non ve lo dico perchè sono cattivo. A domani (notte!!!).
Tokyo Lucky Hole
Giornata intensa di ritorno al tran-tran bolognese, accuratamente appesantito dalle nuove lezioni e dai loro orari scomodi. Il corso di storia contemporanea si è rivelato posticipato a Lunedì 23, e lo abbiamo scoperto da un bigliettino appeso alla porta dell'aula, mentre a "storia della fotografia" ho ritrovato quell'uomo simpatico che mi aveva accolto al salone dell'orientamento di bologna un anno fa. Uomo che tra l'altro si è rivelato essere un discreto genio: ama alla follia il trash e le televendite. Ha comprato la scarpiera slim ma ammette che attualmente il migliore di tutti è Miracle Blade. Inoltre ci ha mostrato una foto di una donna che si apre gentilmente l'organo genitale, o figa, non male per iniziare. Peccato abbia discrete manie di persecuzione, per cui se in 3 su 250 bisbigliano lui si deve fermare e fare la predica. Grandissimo uomo comunque. Di ritorno dalla stazione il prode Berto ha accompagnato me e il Castel al primo appuntamento con la rassegna sulla fantascienza anni '50, "Radiazioni BX Distruzione Uomo", molto probabilmente il film col titolo italiano più stupido sulla faccia della terra. Presenti in sala il tizio di Divavideo, già immortalato da Leo Ortolani (ecco, lui non c'era), e anche il professore di Cinema del Castel, Giacomo Manzoli, però solo come autore di uno dei saggi del catalogo. Perchè l'insegnante del Castel ama la fantascienza, il trash, e Sam Raimi e la mia Guerrini invece va in brodo di giuggiole con Bresson? Perchè la vita è ingiusta, anche se Sabato mi ha fatto beccare per caso su Sky il finale di Episodio II, che ha riacceso la passione in me solo leggermente sopita. L'unione di questa mia ammirazione per Lucas e i suoi film e il mio attuale stato emotivo hanno prodotto questa accoppiata immagine di apertura/midi di sottofondo. Non lamentatevi se li avevo già usati.
Klatu Barada Nikto.
giovedì, febbraio 12, 2004
16: Il Culo
Sballa, Strippa, Salta su
Quando si prova a scrivere un post serio ma l'italiano abbandona lentamente la tua testa per dare spazio al caos, allora è il momento di utilizzare le solite considerazioni varie:
-La nuova tizia della Wind è davvero bellissima, un viso realmente fantastico, e tutto senza mostrare nè culo nè tette.
- Reggio è una città triste, molto triste. Così triste che la ditta DelPasso utilizza lo slogan "Apri gli occhi". La ditta DelPasso produce protesi oculari, meglio conosciute come occhi di vetro. E poi è piena di vie e negozi dal nome strano, gente con la testa quadrata, piazze che sembrano uscite dal più misero dei paesini ma in realtà si trovano in pieno centro. Saremo noi, ovvero io, Berto, il Castel e lo Zambo, ad essere i parmigiani snob con la puzza sotto il naso. Oppure no (molto Lucarelli...). Resta il fatto che a Reggio saranno più comunisti ma sono anche più depressi.
- Per i film che ho visto ultimamente avrei dovuto scrivere dei post infiniti, stando ai miei standard. Ma in questo periodo non è così, ogni volta che devo parlare di qualcosa faccio fatica ad andare oltre i gesti e l'aggettivo singolo ("bello!", annuisco). E allora "La Giuria" è un film che osserva le regole del genere (quello processuale) in modo superbo e le mischia con una spettacolarità e un ritmo molto hollywoodiano, molto cool. Insomma non delude, e mi pare che anche il Castel, prima leggermente titubante, ne sia uscito entusiasta. Nel frattempo mi sono ributtato nel gotico mondo di Tim Burton con "Batman il Ritorno", in attesa del prossimo "Big Fish" col mio amatissimo Ewan McGregor. Volevo scrivere un post anche su Tim Burton e il suo cinema di fenomeni da baraccone, di come sia riuscito a trasformare la figura tradizionale di Batman (ma anche Penguin, Catwoman, e l'industriale Shrek) in veri e propri freaks, degli Edward mani di forbice, alla pari di un Ed Wood o di un Jack Skeletron.
-Sul versante meno ludico la situazione sta così: ho un librone di 850 pagine che aspetta solo di essere letto in circa...uhm... 10 giorni. Non parliamo poi di studiarlo. E so benissimo che le parti relative al cinema "moderno" le brucerei in una serata, ma credo che la preistoria del cinema ammazzerebbe l'entusiasmo di chiunque. Serve un miracolo o sarò presto fuori corso.
- Ritornare a sentire Elio è davvero terapeutico e fa molto pensare, soprattutto se il disco è il secondo, bellissimo, Italian Rum Casusu çikti. Non c'è storia: gli Skiantos saranno pure la prima band umoristica italiana, ma la genuina follia di Elio (e quando si parla di follia si intende spesso una visione più chiara della realtà) e del suo "simpatico complessino" non la raggiunge nessuno. Oddio, non tutte le canzoni sono dei capolavori, e spesso mi ritrovo a mandare avanti, ma pezzi come Servi della Gleba (tragicamente vera), Il Vitello con i Piedi di Balsa, Cinquecento e Urna, ormai da leggenda per me e il Castel, rimarranno nella storia.
- Mi spiace di non avere ancora commentato una recensione di Schindler's List trovata in rete dal buon Zar. Gli ho dato comunque una letta veloce e quello che mi è venuto in mente, così di getto, è: quest'uomo ha dei problemi. O meglio: si fa delle seghe mentali di proporzioni enormi. Per capirci dice che il film di Spielberg è scorretto perchè parla dell'olocausto privilegiando una situazione particolare (la storia appunto degli operai salvati da Schindler) invece che raccontarlo secondo un'ottica più generale. Delirio allo stato puro. Comunque prima o poi un commento esauriente mi verrà fuori, datemi il tempo.
- Le ragazze, soprattutto nel periodo delle medie, scrivono tutte uguale. Lo abbiamo notato io e il Castel guardando le musicassette rudose gentilmente donate dalla Marta per la Golf di Berto. Stampatello universale, corsivo sempre con le m al contrario, titoli stilosi e colorati. Ci sarebbe da farci una tesi di laurea.
- In edicola ho letto un'agghiacciante titolo di giornale: "IL CRACK PARMALAT DIVENTA UN GIOCO ELETTRONICO". Figata! Un videogioco con protagonista Tanzi? Lo voglio! Chiunque sappia di più è pregato di informarmi.
- Se questo post non ti è piaciuto skippa e vaffanculo.
lunedì, febbraio 09, 2004
La morte viene
silenziosa come un'alce
dai vivi ci separa con il taglio di una falce
L'Italia dei Vanzina
Finalmente, di ritorno da una proiezione all'Astra sulla scuola di New York, sono dell'umore giusto per parlare del film visto sabato sera. Qual'è?
Dall'"Unità" di mercoledì 4 febbraio: "Sono tornati i tempi dei Bramieri e dei Walter Chiari? Forse si: andate a vedere "Le Barzellette", film firmato dai Vanzina, con un certo orgoglio. C'è Proietti che fa il mattatore e una struttura semplice solo in apparenza. Soprattutto c'è questa Italia, guardata da una lente senza pietà." Alberto Crespi, l'autore di questo articolo, è andato a vedere questo film con un certo orgoglio, da parte mia sono entrato in sala vergognandomi e ne sono uscito con la stessa emozione moltiplicata per 10. Effettivamente è bello criticare i film-panettone, Boldi e DeSica, i vari "Natale in...", avendone solo una vaga idea e ispirandosi esclusivamente a qualche spezzone rubato dalla tv o dai trailer. Ma io non più! Queste cose, purtroppo, le ho viste! E finalmente posso dire: non è così terribile come sembrava alla tv. E' molto, molto peggio. In una sala 7 gremita del Warner Village, che fino a 2 giorni prima ospitava "Il Ritorno del Re" (sacrilegio!!!), ho potuto constatare come sia basso il livello intellettivo dell'"italiano medio". Avete presente quelle persone che dicono "ma dai, guarda che il popolo italiano non è mica deficiente!"? Ok, se non trovate argomentazioni sufficienti tipo "hanno votato Berlusconi" portateli a vedere "Le Barzellette" il sabato sera. Mi capita sott'occhio un'altra frase dell'articolo: "Il film rasenta la genialità nel suo essere trash volgarotto, politicamente scorretto". A parte che di politicamente scorretto c'è davvero poco (basta qualche barzelletta sui neri, i terroni e, pensa un pò!, i comunisti per essere politicamente scorretti?) io quando penso a film che rasentano la genialità, anzi forse la raggiungono, nel loro essere trash mi vengono in mente Sam Raimi e Peter Jackson, i fratelli Farrelly, non certo i Vanzina. Forse qui il discorso si fa troppo complesso, perchè effettivamente i Vanzina non hanno mai girato, a parte qualche episodio trascurabile, film NON trash-volgarotti. La domanda più classica che verrebbe da fargli è :"Ci siete o ci fate?". Naturalmente loro direbbero che ci fanno. Però quando ci si dimostra, a parole, degli autori che vogliono ridere dell'Italia mostrandone tutti i difetti, tutta la volgarità e la grossolanità, e si utilizza questo espediente per TUTTI i propri film... allora secondo me c'è qualcosa che non va. Volete qualcuno che riesca ridere dell'italia mostrandone tutti i personaggi assurdi, grotteschi, contraddittori? Carlo Verdone. Questo attore/regista ha dimostrato con una buona parte dei suoi film, a mio parere i più riusciti, che si può tornare più volte su questa pista senza però fossilizzarcisi sopra. "Un Sacco Bello", "Bianco, Rosso e Verdone", "Viaggi di Nozze", condividono con i film dei Vanzina, o di Parenti qualche volta, la stessa voglia di presentare più personaggi ognuno caratteristico di un certo difetto e di un certo luogo. Diciamo che per spiegare la differenza tra Verdone e i Vanzina, basterebbe confrontare la figura del romanaccio verace interpretato da Verdone e quello che fa Enzo Salvi. In confronto il primo è un lord. Vabbè, avete capito che mi piace, ma non sempre!, Verdone. E adesso che ho visto per bene un film dei Vanzina lo amo ancora di più! E' raggelante guardarsi intorno e vedere una sala intera che ride a crepapelle mentre tu sei lì che ti senti umiliato da ciò che hai visto. Perchè "Le Barzellette" è un insulto all'intelligenza umana. Ma non solo: è un insulto prima di tutto al cinema, ma anche un insulto verso la comicità quella vera, geniale e brillante che esiste ancora e che molti con fatica cercano di raggiungere. Ma non serve che la gente si affatichi a trovare modi nuovi e furbi di far ridere la gente. Tanto questi due fratelli scrivono la solita storiella stupida e pretestuosa, ci mettono i loro attori abituali, e tutta Italia corre a vedere l'ultima frontiera dell'escremento. Purtroppo non posso dare ragione al giornalista quando dice che "Le Barzellette" mostra l'Italia nella sua essenza profonda. Eh si, perchè se la gente in sala apprezza vuol dire che questa Italia è stupida e ignorante come il film che sono andati a vedere. La Marta ha giustamente definito le battute di questa pellicola "raggelanti". Perfetto. Per ora ho finito, ma giuro che ci ritorno su, quantomeno per trovare nuovi insulti da attribuirgli.
sabato, febbraio 07, 2004
Prima o poi doveva succedere. Girando a fare i coglioni e offendere il primo che ci capita a tiro era inevitabile. Pochi minuti fa mi sono girato verso l'auto che Pietro ha sorpassato e gli ho fatto il dito. Era mio zio. O meglio, il cugino di mia mammma. Avete presente quei parenti che vedete non molto di frequente e che comunque stimate? Mio zio era uno dei più grandi della famiglia, un professore di inglese sinistroide e sovversivo. E ora gli ho fatto il dto davanti a sua figlia di sei anni. MA PORCA PUTTANA!
E BECCATE STO
MAGICO VENTO!

(comunque ci sarebbe anche un altro post qui sotto...)
venerdì, febbraio 06, 2004
La storia secondo me
(tranquilli, si parla di videogiochi)
Ultimamente in un latro post dedicato ai videogiochi ho parlato di Megaman e del Nes, sapendo di risvegliare qualcosa nell'animo turbolento dello Zar. Infatti si è fatto subito sentire e, in seguito, anche il Castel ha detto la sua. Non trovandomi molto d'accordo con le loro affemazioni questa riflessione, se così si può chiamare qualcosa che scrivo io, partirà appunto da ciò che hanno detto, ovvero: 1) Non mi sono mai convertito al Super nintendo perchè avevo capito che era già un altro mondo.. o peggio, un'altra epoca. Il Nes a 8 bit per me resta LA console e 2)A mio avviso il Nes è stato per l'home-entertainment quello che lo Snes (e successivamente la prima playstation) è stato per il game-play, quindi un'evoluzione e non un'involuzione. Console più importante di sempre? Direi la prima playstation.
Ora quindi cercherò di tracciare una breve storia dell'evoluzione videoludica (parolona!) negli ultimi 20 con i pochi mezzi che ho a disposizione. Se sbaglio un anno, vi prego, non uccidetemi.

Il NES prima di avere codesto nome si chiamava FAMICOM, abbreviazione di Family Computer, ed è stata la console che, nel lontano 1983, ha risollevato l'industria dei videogiochi da cui non ci si aspettava una ripresa. Il concetto è molto semplice: rispetto agli apparecchi da gioco precedenti, che erano più che altro dei primordiali computer, il famicom si presentava, già dall'aspetto, come un giocattolo. Inserisci la cartuccia (o i dischi, poi spiego) e giochi; niente interfaccia, nessuna complicazione. Abbandonata quindi la tastiera si passa al joypad, un rettangolo rosso con una croce e due tasti. Semplice, no? Per noi che ci siamo cresciuti assieme può essere la cosa più naturale e scontata del mondo, ma immaginate la portata rivoluzionaria che poteva avere all'epoca... Il Famicom comincia quindi a mietere successi incredibili in tutto il giappone. I primi titoli sono poco più di trasposizioni dei giochi da bar, ma la fama di questo apparecchio pare non arrestarsi. Nel 1985 si tenta lo sbarco negli stati uniti. La forma esterna della macchina viene cambiata e diventa più quadrata e "tecnologica", dando vita alla scatoletta bianca e grigia con cui siamo cresciuti. Comunque, per inciso, Sabba è una rompicoglioni. Ma torniamo al Nes: anche in America si registrano gli stessi, incredibili dati di vendita del Sol Levante, e in poco tempo il Nintendo Entertainment System arriva anche in Europa. E' superfluo dire che questa macchina si è imposta come LA console per eccellenza degli anni '80, sopravvivendo a rivali decisamente più performanti a livello tecnico, come il Pc Engine della Nec (qui sconosciuto), e il Master System della Sega, che nei primi anni '90 diventerà il nemico più insidioso della Nintendo. I capolavori regalati dal Nes sono innumerevoli, e si pongono senza alcun dubbio come basi per il videogioco moderno;la saga di Super Mario Bros (1,2 e 3) e Legend of Zelda consacrano la carriera di Shigeru Myiamoto, con poca approssimazione il più grande game designer del mondo. Nel frattempo un altro nome illustre, Gumpei Yokoi, inventa due dei fondamentali successi della Nintendo: il primo è la saga di Metroid, le cui vette tecnologiche costringono al lancio di un add-on per il mercato nipponico, chiamato Famicom Disk System, e il secondo è quella console che ha permesso alla casa di Kyoto di sopravvivere fino ad oggi, il portatile più venduto al mondo, cioè IL portatile, il Game Boy. Tutti questi prodotti eccezionali sistemavano la Nintendo su un podio da cui era difficile vederla spodestata. Ma al fianco della produzione interna il NES ha anche visto il debutto di più o meno tutte le serie di terze parti che sopravvivono anche ai giorni nostri, titoli che poco hanno da invidiare quelli "Made in Nintendo": la Capcom ha inventato ex novo la serie di Megaman, di cui è superfluo parlare, e la Konami ha portato la saga di Castlevania, già presente a livello embrionale in sala giochi, ma portata a gloria proprio sul Family Computer Nintendo. Il tempo passava e la gloria del NES sembrava durare imperitura, eppure anche in casa Nintendo si rendevano conto che la tecnologia alla base della console stava diventando obsoleta, e presto qualcuno avrebbe inaugurato il mondo dei 16 bit. La prima casa infatti a farlo è stata proprio la Sega che, sconfitto il suo Master System, tornava alla carica con la console più potente dell'epoca, il Megadrive. Tecnicamente non c'era storia: il NES, che era sopravvissuto a console leggermente più potenti grazie alla fama e il consenso accumulato negli anni, se la stava vedendo brutta. Certo, le vendite continuavano, ma il Megadrive iniziava a rubare una buona fetta di mercato, e andava crescendo sempre più. Non vi era altra scelta: la Nintendo doveva passare ai 16 bit, e niente doveva essere lasciato al caso. La nuova console doveva letteralmente schiacciare la concorrenza. E, difatti, lo fece. A fine 1990, con code nei negozi paragonabili a quele di un concerto, la gente cercava di portarsi a casa prima di chiunque altro il nuovissimo Super Famicom. Già dall'estetica si capiva che nulla era cambiato concettualmente rispetto a 8 anni prima: stesso look giocoso, ma con uno stile decisamente elegante e ricercato. Il joypad sfondava il classico rettangolo e offriva, oltre a due tasti in più sopra i tradizionali B e A, anche i primissimi tasti dorsali, L e R. Sarebbe bastato solo il nome illustre a fare il tutto esaurito, ma anche a livello di giochi la nuova console fece il botto. Ad accompagnare infatti il lancio, Shigeru Miyamoto aveva creato il nuovo Super Mario World, che portò l'esperienza di Super Mario Bros 3 a livelli fino ad allora inimmaginabili. Il resto è praticamente storia recente: il Super Famicom venne lanciato in seguito anche in America, cambiando nome, Super Nintendo, e anche aspetto, reso più squadrato per coerenza con il precedente NES (un immagine la trovate qui in giro), look però abbandonato nel mercato europeo. Qui posso finalmente posso partire e sviluppare la mia riflessione, dicendo prima che Sabba puzza. Senza alcun dubbio ha ragione lo Zar a dire che con il Super Nintendo si entrava decisamente in un altra epoca; in 5/8 anni, a seconda del mercato, un bambino faceva in tempo a crescere e abbandonare il mezzo. Per quanto mi riguarda mi trovo nella strana situazione di aver vissuto la generazione Nes e quella Super Nes quasi contemporaneamente; a 6 (1990) anni avevo già la mia scatolina grigia, ma a fine '91/inizio '92 mio padre fu così disgraziato (è stata la sua rovina) da comprarmi un Super Nintendo americano in bella vista da Pinocchio (si, quello viola e squadrato!). Il tempo da piccoli passa decisamente più lentamente e posso dire quasi con fierezza di aver abbondantemente recuperato gli anni del NES e aver vissuto quasi tutto il corso dello SNES, possedendo e giocando per un periodo piuttosto lungo a entrambe le console. Insomma, anche con il nuovo SuperNes contnuavo a usare il mio NES, senza nessuna lamentela. Anche per questo posso smentire ciò che dici: il Super Nintendo non è stato un altro mondo. L'epoca è cambiata, ma il feeling, la sensazione che si provava, era fondamentalmente la stessa. Perchè questo? Ma è molto semplice: il SuperNes non è stata una rivoluzione rispetto al NES, ma una naturale evoluzione. Ed è comprensibile anche sul piano economico: dopo 8 anni di successi vorrestgi buttare via un'esperienza di gioco così collaudata? Se andiamo ad analizzare i grandi giochi del SuperNes scopriamo che per la maggior parte sono l'espressione più adulta di titoli usciti per Nes: Super Mario World esce dai limiti di Super Mario Bros 3, e lo spinge verso il capolavoro assoluto. The Legend of Zelda; a Link to the Past prende la struttura del primo episodio per Nes, la trasforma, la evolve, la arricchisce, e crea il più grande gioco in assoluto fino all'arrivo, guarda caso, del suo successore, Ocarina of Time. Con Super Metroid Gumpei Yokoi porta l'originale Metroid a livelli divini, fissando un limite che nessuno, se non in casa, ha raggiunto mai. Ma andiamo anche fuori dai lidi Nintendo: il Megaman che lo Zar aveva amato sul Nes, e che ormai agonizzava dopo 6 episodi, è come rinato con la serie Megaman X. La magia? Riproporre lo stesso feeling dell'originale arricchendone la struttura. In pratica ciò che era già stato fatto da Nintendo. Funziona? Fai come me: giocaci e innamoratene, quasi come (eresia!) i primi episodi. Super Castlevania 4 compie lo stesso procedimento, e risulta favoloso. No, il SuperNes non è stato un altro mondo; è invece l'espressione massima di ciò che era iniziato col NES. Chiamami pazzo, ma io, pur avendo posseduto entrambe, sono molto più legato all'ultima. E difatti per me è il SuperNes che deve essere chiamato LA console. Non sono mancati naturalmente giochi nuovi, come Super Mario Kart. E' stata anche la console dei picchiaduro, la cui moda è iniziata con Street Fighter II ed è continuata fino a Mortal Kombat III e Killer Instinct, e pure degli Rpg, cioè giochi di ruolo, e vanta anche la presenza di quello a mio parere più bello di sempre, Final Fantasy III. Mi spiace, ma questi sono solo pochi esempi che possono fare capire come il SuperNes abbia posto delle nuove basi a gioco moderno e, per mole di titoli illustri, risulti decisamente più importante, qualitativamente, in confronto al NES. Ma saltiamo qualche anno e passiamo oltre: nel 1994 difatti escono le due nuove console destinate a soppiantare il dominio dello SNES: una è il Saturn della rivale storica Sega, l'alta è la Playstation della Sony, che ha deciso a sorpresa di entrare nella battaglia. Cosa cambia rispetto al vecchi SNES? Tecnicamemente quasi tutto: in primo luogo il supporto, quel CD-ROM che era stato usato tanto male in ambito pc (e non dimentichiamo che la Playstation originariamente doveva essere un lettore cd-rom per il SuperNintendo!), e soprattutto la possibiltà di creare ciò che il popolo videoludico chiedeva a gran voce: il 3D. Virtua Fighter e Virtua Racing in sala giochi avevano dimostrato che creare ambienti 3d era ormai possibile, e anche se tutto ciò non modificava davvero lo stile di gioco precedente, ben poco importava: la gente rimaneva letteralmente a bocca aperta di fronte alle inquadrature dei lottatori Sega. In definitiva il Saturn e la Playstation hanno fatto questo: hanno portato il 3D nelle case dei videogiocatori. E la Nintendo? Decise fin da subito (molto prima dell'uscita delle console Sega e Sony) di saltare a piè pari la generazione 32 bit e arrivare direttamente a quella 64 bit. Nel corso degli anni questo progetto cambiò nome più volte: Project Reality, Ultra 64 (come si legge nel cabinato di Killer Instinct) e infine Nintendo 64, uguale per tutti i mercati. Il problema più grande di questa console era che, di fatto, non usciva. Solo a fine 1996 la nuova macchina Nintendo si affacciò sugli scaffali giapponesi (a Pasqua da noi) e questo fu uno dei tanti fattori che non giocò affatto al Nintendo 64. Ma mi sembra giusto prima delineare quelli che sono stati i suoi apporti positivi. Se infatti con la Playstation e il Saturn si poteva indubbiamente dire di avere raggiunto l'aggognato traguardo del 3D, guardando meglio la situzione era leggermente differente. Ripensando ai giochi dell'epoca, ovvero i primi usciti per la console Sony e Sega, salta all'occhio che il salto al 3D è stato un fattore più tecnico che altro: fondamentalmente si usavano un sacco di poligoni e inquadrature, ma ben poco era cambiato a livello di gameplay rispetto alla generazione precedente. Io presi la Playstation più o meno appena uscita e la vendetti non appena uscì il Nintendo 64. Di quei due anni abbondanti è soparttutto uno il gioco che mi ricordo con maggiore affetto: Resident Evil, il capostipite dell'eccellente saga Capcom. Riflettendo a fondo sul meccanismo di gioco si arriva alla conclusione che in quel titolo, oltre a essere la copia del vecchio Alone in the Dark, il 3D non è così utile. Le schermate sono bidimensionali, fisse, disegnate; le uniche cose poligonali sono i personaggi, che potrebbero essere benissimo stati programmati come sprite 2d che vanno rimpicciolendosi. Crash Bandicoot: stesso discorso. Quello che doveva essere l'anti-Mario, la nuova mascotte della Sony, si rivela senza alcun dubbio un ottimo gioco, ma che utilizza il 3d più per moda che per reale necessità. La domanda giusta forse sarebbe: c'era una necessità di passare al 3d? La risposta è inutile, perchè la gente lo chiedeva e, a conti fatti, lo ha ottenuto. Arriviamo però a parlare del titolo di lancio del Nintendo 64, chiamato con originalità Super Mario 64. Avete presente? Spero per lo Zar di si, perchè con le parole è davvero difficile spiegare il primo impatto con un gioco del genere. Primo impatto ovviamente traumatico, perchè se prima c'erano dei giochi poligonali, ora si poteva a tutti gli effetti parlare di giochi 3d. Non c'è storia, Miyamoto aveva colpito ancora. Dopo un'attesa estenuante e che ha senza dubbio fatto perdere migliaia di giocatori alla Nintendo i risultati si facevano vedere. O meglio, toccare. Se infatti la Playstation non ha apportato NESSUNA evoluzione al mondo videoludico, basta guardare il joypad del Nintendo 64 per capire come quella macchina sia stata esplicitamente pensata per gli ambienti 3d. Aggirarsi per il primo livello di Mario 64, una collina cui bisogna arrivare in cima, era davvero qualcosa di rivoluzionario. Mi ricordo benissimo io e Francesco allibiti al Futurshow di Bologna (il primo) a provare quello che era già il gioco dei nostri sogni. Qui non c'erano solo i poligoni; c'era la libertà, la possibilità di aggirarsi per un livello solo per il puro piacere di esplorare gli ambienti, di dare un'occhiata giù dal dirupo, di salire su un albero e lanciarsi, di svolazzare un pò in giro. Sembrano cose scontate ai giorni nostri, ma al tempo era qualcosa di davvero incredibile. Avete notato la ripetezione di questa frase altre volte in questo chilometrico post? Si, ho usato parole simili parlando del NES, e non a caso. Tutta questa discussione nasce infatti dalla frase del Castel che proprio non mi è andata giù: "Console più importante di sempre? Direi la prima playstation." NOOOOOOO! Come può un giocatore come te che si è fatto praticamente tutte le console Nintendo tranne il Gamecube (scusami ma questa è una grave mancanza...) dire una cosa del genere!!! Me l'aspetterei da Ciccio, il tipico ragazzo sedicenne che ha ricevuto da piccolo la sua Playstation e non si lascia sfuggire ogni nuovo gioco di calcio, ma dal Castel! Oddio: ho capito più o meno cosa intendi. Sul fatto che la Playstation sia importante nella storia dei videogiochi sono d'accordo. C'è da vedere se in positivo e in negativo, e non c'è neanche bisogno di dire come la penso io, no? E ricorda: io ce l'avevo! Ti spiego brevemente perchè ritengo sia stata dannosa. Essenzialmente la macchina Sony non ha mai posseduto dei capolavori; nessun titolo paragonabile ai grandi giochi Nintendo o anche ai prodotti (eccellenti, sia chiaro) della Sega. Questa casa però ha capito qualcosa di più importante a livello economico: che non importa quanto buona sia la tua console, basta che sia sulla bocca di tutti. Come? Semplice, pubblicità. E non più pubblicità come quella precedente, che esisteva e anche in abbondanza, ma mirata ad alzare il target dei giocatori. Per la prima volta i videogiochi non venivano più trattati come "giocattoli", roba per bambini, ma come un passatempo da adulti. Grazie quindi a questo innalzamento di età e alle geniali campagne pubbicitarie, la Sony ben presto acquisì il dominio assoluto. A ciò contribuirono l'assoluta incomprensione di Sega per questa nuova politica (nonostante avesse singoli titoli migliori qualitativamente) e, soprattutto, l'imperdonabile mancanza di Nintendo, che arrivò senza dubbio troppo tardi. Da quegli anni "Playstation" ha soppiantato nei media e nell'immaginario collettivo la parola "Nintendo" come sinonimo di videogioco. E' stato un processo meritato? Si, se consideriamo le astute mosse di marketing e l'ideologia di fondo. Si, perchè la Sony non ha mai "fatto" videogiochi. Grazie al successo della console però tutti gli sviluppatori hanno iniziato a creare per la Playstation, regalandole migliaia e migliaia di titoli. Naturalmente la minima parte di tutta questa abbondanza era qualtitativamente decente, e sempre legata ai nomi storici dell'industria (Capcom, Konami, Namco, Squaresoft...). E l'ideologia quindi si può riassumere in queste parole: più quantita, meno qualità. E da questo punto di vista si capisce come, a livello di qualità, il processo non sia stato affatto meritato. La Playstation, come la sua erede, ha vissuto più di fama che di sostanza. Quando è arrivato il Nintendo 64, ben conscio del suo potenziale, la casa di Kyoto ha optato per una filosofia opposta: pochissimi titoli, qualità altissima. Va da sè che la gente ha preferito giocare assiduamente a titoletti mediocri e solo occasionalmente ben fatti piuttosto che gustarsi due o tre "miseri" capolavori all'anno. Aggungiamo la decisione di continuare a sviluppare su cartuccia, con i prezzi che comporta, e risulta comprensibile il parziale insuccesso di questa console, ovviamente rispetto alle console precedenti (il Nintendo 64, soprattutto in America, non è andato male). Ma qui non stiamo discutendo dei risultati economici, comunque importantissimi. Tronando infatti a parlare di importanza faccio solo pochi nomi: il già citato Super Mario 64, Zelda Ocarina of Time e Zelda Majora's Mask, Goldeneye, Banjo & Kazooie, Perfect Dark, StarFox 64, F-Zero X (non ho parlato del primo per Snes!!!). Ognuno di questi giochi spazza via, per perizia tecnica e innovazione, il prodotto medio della Playstation. E qui non si parla, come per il Snes, di prendere dei meccanismi collaudati e potenziarli. No, qui si tratta di creare un'interfaccia definitiva e appropriata con la terza dimesione, cosa che in casa Sony NON E' MAI STATA FATTA se non in seguito. Goldeneye ha dato vita ai giochi in prima persona con elementi tattici, Super Mario 64 ha creato i giochi di piattaforme 3d, Zelda Ocarina of Time...beh, è semplicemente il miglior gioco di sempre. Ditemi un pò se non è innovazione questa. Perchè la Sony ha dovuto cambiare in corsa il suo joypad per renderlo analogico e aggiungerci la vibrazione (come nel Nintendo 64)? E' difficile stare dietro alla Nintendo. Anche i suoi detrattori più accaniti non possono non ammettere la sua indubbia capacità di portare avanzamenti tecnologici (funzionali!) all'intero mondo videoludico. E' forse per questo che non ho ancora visto un joypad Playstation o X-Box ad onde radio? Forse sto diventando troppo cattivello. Concludo (quasi) allora con questa equazione. Nes: Nintendo 64= Super Nes: Gamecube. Cosa vuole dire? Che Il NES ha creato le regole per i giochi in due dimensioni, e il Nintendo 64 quelle per i giochi in tre dimensioni. Le altre due console non hanno fatto altro, si fa per dire, che prendere quei modelli e spingerli al livello successivo, potenziarli oltremodo con nuove idee. La Playstation non ha inventato un bel niente, se non un'idea di videogioco grezza e ignorante; vai dal videogiocatore Playstation medio (non è il tuo caso, Castel!) e vedrai che la usa prevalentemente per i giochi di calcio e di guida, meglio se realistici. E la fantasia? Per bambini, ovviamente. Se devo dire la verità un pò sono felice. Si, perchè mentre questi buzzurri se ne stanno a masterizzare l'ultima simulzione sportiva, io me la rido e gioco a Metroid Prime, un gioco che farebbe, anzi che fa, inorridire qualsiasi amante degli sparatutto in prima persona classici. Vagli a spiegare che questo gioco non è uno sparatutto in prima persona... Poi però penso che se la maggior parte della gente si butta senza ritegno sulla Playstation 2 la Nintendo rischia di fare ciao ciao e non sono più tanto felice. Per adesso però me la rido, dall'alto dei miei Metroid Prime, Zelda The Wind Waker, Super Mario Sunshine, F-Zero GX e Eternal Darkness. La console più importante di sempre? Il NES o il Nintendo 64, a seconda che si parli di 2d o di 3d. Scegli tu. Se sei arrivato fino a qua. E Sabba puzza.
giovedì, febbraio 05, 2004
Poker e Pupi Avati
Ritengo alquanto improbabile che un mio coetaneo abbia avuto l'opportunità di vedere "Regalo di Natale", splendido film dell'86 che ho più volte consigliato nella colonnina qui a sinistra. Anche per me è stato più che altro per caso che mi sono imbattuto, nella tarda notte di raiuno, in questo gioiellino, ormai cacciato da qualsiasi orario umano. E' un titolo comunque non troppo difficilmente reperibile, e se anche il Pelo lo ha recuperato, lo possono fare pure tutti gli altri interessati. Compiere questa piccola ricerca è cosa molto buona; in primo luogo perchè il film merita davvero tantissimo, ma soprattutto per non perdersi il suo seguito, arrivato inaspettatamente più di 15 anni dopo. Svelare la trama del primo film sarebbe un delitto; vi basti sapere che quattro amici di vecchia data, e ormai non più tali, si ritrovano una sera per cercare di spennare un ingenuo avvocato del sud a poker. Però non tutto è semplice come sembrava all'inizio e la sorte sta per giocare un brutto scherzo. Basta, non posso davvero dire di più. E mi risulta anche difficile parlare di questo seguito, "La Rivincita di Natale" senza fare precisi riferimenti al finale del primo. Allora bastino poche cose: anche questo film merita. Di certo non è valido come il primo, perchè lo spettatore è entrato nel meccanismo e non si fida più di nessuno, peraltro comprensibile fin dall'inizio. Eppure Avati riesce a farci rivevere quella serata di natale, quella partita a poker, senza troppi rimpianti per il film originale. Ad una buona regia si aggiungono dei sempre ottimi attori: Cavina, Eastman, Haber, Delle Piane e il grande Diego Abatantuono, che gradirei vedere più al cinema che a Controcampo. Ritorna insomma tutta la squadra vincente dell'86, in grande forma. Forse è la storia il punto più debole; come ho già detto, basta poco per capire come vanno davvero le cose. Pupi Avati, autore anche della sceneggiatura, non riesce a fregare anche lo spettatore. Ma non è un peccato gravissimo, perchè il film scorre bene e si respira la stessa aria del predecessore, abbastanza tragico. Il poker inoltre possiede al cinema una grande forza, un potere quasi ipnotizzatore. Forse è la caratteristica di un pò tutte le pratiche agonistiche, la ragione per cui tanta gente segue gli sport senza parteciparvi. Qui la mano di Avati ammalia davvero, ci rende schiavi di quelle cinque carte, ce ne fa sentire la tensione. Sarà anche un berlusconiano bastardo, ma Pupi Avati, da "La Casa dalle Finestre che Ridono", "Zeder", fino a questo ultimo "La Rivincita di Natale", mi piace tantissimo.
Concludo consigliando al buon Castel una lettura: la storia di Bambino Gumirru (per tutti: è sul blog dello Zambo) mi fa intuire che ameresti tantissimo Terry Pratchett e il suo bizzarro mondo disco, una delle sue saghe più famose, arrivata addirittura nei videogiochi. Se vuoi ti posso prestare i primi due libri, hanno lo stesso spirito bizzarro e dissacrante della tua allegra novella. A domani.
mercoledì, febbraio 04, 2004
Che bello Febbraio!
Wow, ho appena sconvolto il tizio che consegna i cestini per la raccolta di rifiuti organici presentandomi in giardino in pigiama e ciabattone modello cane simpatico. Deve averne già visto di gente così, perchè non si è smosso così tanto. Ma chi se ne frega dei rifiuti organici (olè!) oggi ho finalmente fatto l'ultimo tema di Letteratura Italiana Contemporanea e, se tutto va bene, salto l'orale. Mi basta solo avere come media complessiva 27 o più, considerata stranamente la sufficienza, e ciao ciao colloquio. Comunque ieri sera ho dormito tre scarsissime ore che si stanno facendo sentire bene solo ora. In compenso ho avuto l'ebrezza di uscire di casa praticamente di notte e vedermi passare il treno delle 6.20 davanti agli occhi. Pensate che l'Erica, famosa per essere la nipote della Ferri, ha preso il treno delle 5.45 per arrivare in tempo per le 8! noi siamo entrati in aula mezz'ora dopo e non erano ancora stati consegnati i titoli. Gne Gne Gne. Il bello comunque è che fino a metà Febbraio non torno più a Bologna, il che vuol dire vita da vacanza. Devo solo studiacchiare cinema e il faticossimo "Teorie e Tecniche delle Comunicazioni di Massa", che tutti noi Damsisti ci tiriamo dietro come una palla al piede. Viva lo svacco!
Lunedì sono tornato a vedere "Il Ritorno del Re" e, a parte notare che anche la sala 3 è bella grossina, nulla è cambiato. Il film rimane e, forse, diventa sempre più una meraviglia. Ci sono immagini di quel film, inquadrature, che vorrei prendere e mettermi sul muro in modo da ricoprirne l'intera superficie. La sequenza finale, quella del monte fato, è divina; ogni volta che rimiro Elijah Wood e la sua faccia (è dorata! è dorata!) sogghignare e esclamare "E' mio!" è difficile non provare un brivido. Ma sono molte le inquadrature che posseggono una forza e un rigore da meritarsi l'appellativo di "quadri", non ultima quella in cui le aquile arrivano e salvano Sam e Frodo. Come si fa a esprimere a parole una pellicola così maestosa? Chi lo ha visto sa senza alcun dubbio di cosa parlo. Mi è spiaciuto però ancora di più per la mancata nomination anche ad uno solo degli attori. Elijah Wood ci stava, pure Sean Astin, perchè non Ian McKellen? Peccato. Comunque ne sono convinto: quest'anno Peter Jackson, che il Pelo odia e non capisco perchè, sarà il re degli oscar. Miglior film e miglior regia non glieli toglie nessuno. E nelle categorie tecniche non c'è storia. Gloria la re!
Torno sulla terra e comunico al Castel, casomai passasse da queste pagine, che il mio fisico non è in grado di reggere la notte di bagordi promessa stamattina per celebrare la fine dell'esame. Si rimanda, và. Basta, ho scritto poco ma me ne fotto, tanto nel prossimo post devo spiegare a Dario e al Castel (tu! ti rendi conto di cosa hai detto in un tuo commento?) perchè il Super Nintendo sia una delle console più importanti della storia. E lì ne ho di cose da dire. A domani.
domenica, febbraio 01, 2004
Perchè Ringo,
Perchè?
Poche frasi sconnesse per fare il punto:
-L'orchestra Ringo Story non è più l'orchestra Ringo Story: ora si chiamano Orchestra Macho & Ringo Story. Chi sia Macho, non posso dirlo. Cioè, è il tizio con l'orecchino che c'è nel loro cartellone, ma sulla sua effetiva identità... è triste far passare qualche mese e vedere che molte cose sono cambiate. Inoltre l'inverno non è un bel periodo per le nostre goliardate. La nostra orchestra preferita si esibisce in locali decisamente costosi e con cartelli minacciosi all'ingresso tipo: "chi non è vestito in modo adeguato non può entrare". Allora è meglio aspettare l'estate, accrescere il baule delle meraviglie e infilarsi la vecchia magliettina bianca senza il rischio di congelare.
- Vampiri è un gioco decisamente singolare: se da una parte il povero Castel, che abbiamo tormentato forse troppo ieri sera, ammette che è divertente e ben organizzato, e di lui mi fido, dall'altra ci sono una massa tizi barbuti e con mantello che urlano frasi come "Gloria alla spada!". Mah! Senza dubbio scelgono luoghi molto suggestivi come ritrovo.
- Le mie letture universitarie mi stanno facendo scoprire capolavori verso cui prima nutrivo solo un piccolo interesse. Però il tema trattato e l'umore generale delle opere mi stanno facendo sprofondare in una depressione cosmica. E non sto leggendo Leopardi.
- Ieri pomeriggio ho rivisto un film che da piccolo mi era piaciuto: "L'Esorciccio", citato anche da Fantozzi come risposta alla "Corazzata Potemkin" (insieme a "Giovannona Coscialunga" e "La Polizia s'incazza"). E ora riesco meglio a capire il perchè. La comicità italiana popolare e godereccia del tempo era un misto di bizzarrie e penuria assoluta. Aspettatevi qualche immagine (se la trovo! Orco...) della madre di Satanetto!
-Domani me ne torno a vedere "Il Ritorno del Re", approfittando del fatto che mia mamma non l'accompagna nessuno. E ho anche beccato lo sconto perchè VECCHIO e universitario. Tiè. Mi impegno formalmente inoltre a riprendere una frequentazione assidua delle sale cinematografiche, che in queste ultime settimane ho un pò disertato. E di più durante la settimana, invece che nei weekend. E anche di più da solo. Ma come fa una persona che ha visto i prmi due capitoli a non volersi fiondare seduta stante a vedere l'episodio più maestoso e emozionante (ogni riferimento al Castel è puramente casuale)?
--Zar ha torto: il Super Nintendo ha rappresentato la naturale evoluzione del Nes, e ha iniziato a regalare al pubblico quelli che poi si sarebbero chiamati "capolavori". E in numero decisamente maggiore rispetto a quello che aveva fatto il Nes. Se sei interessato ti spiego anche il perchè in un post apposito.
- Ci volevano gli Articolo 31, gruppo che disprezzavo all'inverosimile fino a pochi anni fa, per tracciare un ritratto della "nostra" Italia. Nei pochi minuti della canzone "Italiano Medio" c'è tutta la grossolanità e l'ignoranza di un popolo che merita davvero il disprezzo più grande. Lode infinita a queste due persone.
-Mercoledì ho il tema conclusivo dell'esame di "Letteratura Italiana (non) Contemporanea", per cui non lamentatevi se questo blog verrà aggiornato poco o per niente.
-L'ultima frase esiste solo per convincersi che qualcuno legge i miei post.
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