|
mercoledì, marzo 31, 2004
Un bel gioco
Visto il grande successo riscosso dal post precedente (nessun commento) mi sembra giusto proseguire sulla strada dell'impopolarità e parlare di un bel giocuzzo che mi è capitato fra le mani. Come molti di voi sapranno Bill Gates è il fondatore della Microsoft. E la Microsoft fa Windows, il sitemo operativo più utilizzato al mondo. Però la Microsoft ha anche una divisione che si occupa di videogame, e neppure qui si parla di bruscolini. Questa casa ha difatti dalla sua alcuni dei titoli più famosi (e venduti) degli ultimi anni; solo per citarne qualcuno pensiamo ai vari Flight Simulator, che ogni anno si aggiorna, oppure alla recente serie Midtown Madness o, soprattutto, a "Age of Empires", uno strategico in tempo reale che ha venduto come il pane. E davvero lo merita, perchè è un bel gioco. Quello che non capisco è come sia stato possibile scriverci sopra un libro (il primo!!!) della collana "Ludologica", che conta anche numeri su argomenti decisamente più importanti come Shigeru Miyamoto o la saga di Resident Evil. Questa mia ribellione psicologica trova origine nella poca originalità del gioco citato. "Age of Empires" è la formula potenziata e tecnologicamente all'avanguardia di "Dune 2" della Westwood, capostipite dei giochi di strategia in tempo reale a mio parere mai superato in termini di fascino e coinvolgimento. Il titolo Microsoft ripropone le stesse cose ,nel frattempo perfezionate e rese più user-friendly dai successi titoli Westwood, e le mescola con le idee più originali di altri capisaldi, come "Warcraft". Se dunque "Age of Empires" è un gran gioco lo è per la perizia tecnica di chi lo ha progettato, non certo per le innovazioni che ha apportato a un genere sostanzialmente mai cambiato dalla sua nascita. Da "Dune 2" in poi infatti poco conta lo sviluppo delle tecnologie o la marea di unità a disposizione; il nocciolo è sempre quello di creare un esercito gigantesco e scagliarlo contro il nemico numericamente inferiore. La stessa cosa infatti succede anche in "Rise of Nations", ennesimo titolo Microsoft che si pone idealmente come terzo episodio nella serie di Age of Empire. Ma con non poche novità. Se difatti l'impressione è che in questo campo di idee originali non se ne possano più tirare fuori, allora ecco che molte software house tentano di rendere più "complessi" (nel senso di profondità di gioco) i loro titoli attraverso la commistione di diversi generi. Per dirla "in soldoni" (Guerrini dixit... Loretta, sii buona dopodomani!) questo videogioco mischia Risiko e Age of Empires. Una volta scelta una popolazione (russi, romani, inglesi...) arà nostro compito tentare di conquistare il mondo intero, servendoci di una mappa globale divisa in diverse zone, proprio come nel famosissimo gioco da tavolo. E anche qui avremo eserciti di dimensioni differenti che potremo spostare a nostro piacimento, per attaccare un nemico o presidiare una zona posseduta, in una struttura rigorosamente a turni. Una volta però finito il turno, se abbiamo attaccato qualcuno o hanno cercato di insediarci un territorio, si passerà automaticamente allo strategico in tempo reale, trovandoci su una mappa tipica per questo genere, con un quartier generale (la città) e le unità (i cittadini) che dovranno costruire i più svariati edifici atti alla creazione di un esercito adeguato all'offesa o alla difesa. Niente di nuovo quindi, anche se come nei titoli più moderni, al fianco dell'avanzamento costruttivo dovremo obbligatoriamente affiancarne uno scientifico-tecnologico, per aumentare le risorse a nostra disposizione, il numero di cittadini consentiti, lo sviluppo massimo dell'economia... Insomma, di carne al fuoco ce n'è davvero tanta, e se l'ultimo titolo in tempo reale che davvero mi aveva gustato era "Red Alert 2" della veterana Westwood, anche quest'opera Microsoft mi sta intrippando parecchio, preso come sono nel far conquistare l'intero pianeta al popolo russo! Ovvio, come ogni esponente di questo genere è destinato presto o tardi a finire nel cassetto a prendere polvere, a causa delle azioni decisamente ripetitive che bisogna compiere (ad ogni tentativo di attacco o difesa dovremo costruire tutto da capo, strutture come avanzamenti tecnici...). Un gioco decisamente complesso, avvincente e profondo, senza per questo essere complicato. Certo, lo stile semplice e immediato dei vari "Red Alert" o "Command & Conquer" è lontano, immersi come si è in una marea di avvisi, icone e tabelle. Ma è decisamente fuorviante fare un paragone fra titoli così diversi nella pur apparente somiglianza. Consiglio questo "Rise of Nations" proprio a tutti.
Invece ora vorrei parlare, tanto lo legge nessuno, di "Resident Evil", da me prima citato. Ovviamente l'attenzione di tutto il mondo, più che sull'avventura online "Resident Evil Outbreak" (chissenefrega...), è concentrata sul quarto, attesissimo, episodio. Nata su Playstation nel 1996 e subito diventata serie di culto (pur con i debiti enormi verso "Alone in the Dark", che comunque dopo non ha mai saputo fare di meglio), quella di Resident Evil è una saga di primaria importanza nel mondo dei videogiochi. Il primo episodio mise subito in luce quelli che poi sono diventati i capisaldi di ogni successivo episodio, fino quasi a fossilizzarsi: una componente "avventurosa" (enigmi) decisamente subordinata rispetto all'azione e una grande, grandissima atmosfera. Chi non ha fatto un salto di 3 metri sul divano quando i cani entrano improvvisamente dalle vetrate? Oppure non si è sentito fortemente a disagio a percorrere i tetri e bui corridoi di quella villa irreale, nel timore di ritrovarsi davanti l'ennesimo zombie o mostro di sorta? Questo "Resident Evil touch" si è tenuto abbastanza costante praticamente sempre, approfondendo la struttura di gioco con finali aperti o doppi (Resident Evil 2), aumentando la dose di azione (Resident Evil 3: Nemesis), oppure allungando la durata e concentrando tutte le idee migliori in un'avventura che non prevede la scelta di un secondo personaggio (Resident Evil: Code Veronica, forse il migliore). Un'ulteriore spinta questa serie l'ha avuta nel passaggio ad esclusiva Gamecube, con il geniale remake "Resident Evil" (praticamente un gioco nuovo, tecnicamente impressionante) e il prequel "Resident Evil 0", che per la prima volta prevede la presenza contemporanea di due personaggi su schermo, senza però modificare eccessivamente la condotta complessiva di gioco. Se il prossimo episodio ricalcasse pedissequamente la condotta precedente, come è consuetudine in questo campo, allora molto probabilmente non gli avrei dedicato neanche una riga prima dell'effettiva uscita. Invece pare che il quarto capitolo si stia discostando decisamente da quello che siamo stati abituati finora, fino quasi a perdere le caratteristiche proprie di una serie. Ma andiamo con ordine: un anno fa se non prima venivano mostrati al pubblico le prime immagini e i primi filmati di questo titolo, che subito si impose per il suo aspetto visivo fuori dal comune (e che nessuno ovviamente si aspettava da una macchina come il Gamecube). Completamente in 3d, sfondi, personaggi e oggetti, gli screenshot di un Leon, già protagonista del secondo episodio, che si aggirava per una casa spettrale con ombre raggelanti e tecnicamente "fotorealistiche" rendeva le già impressionanti prove della saga su Gamecube (che però utilizzavano fondali prerenderizzati, cioè disegnati) ampiamente sorpassate. E dopo mesi e mesi di attesa... tutto da buttare. Il gioco cambia completamente. Niente più magione abbandonata, niente più atmosfere cupe e, udite udite, niente più zombie!!! E allora? Beh, pare che il team di sviluppo abbia optato per un deciso cestinamento di tutto il materiale già pronto per una completa revisione del titolo e delle meccaniche classiche della saga che, ed è opinione comune, soffriva il tempo come ben pochi videogiochi. E se quindi non si può che lodare gli sviluppatori per il rischio intrapreso (ma solo all'uscita sapremo quanto c'è di vero in questo...), meritano applausi i NUOVI screenshot e i nuovi annunci riguardo lo stile di gioco. Pare difatti che un Leon di parecchi anni più vecchio si troverà in un paesino rurale dell'europa centrale, e dovrà affrontare un'intera popolazione di contadini infettati da un virus che evidentemente non è più lo stranoto T-Virus che creava gli zombi, ma qualcosa che agisce più a livello psichico che fisico, lasciando intatte le capacità motorie e organizzative delle vittime. Soli quindi contro un'intera comunità, fra fattorie, boschi irti di trappole di cacciatori, e laghi desolati. Le immagini non fannno che confermare la tendenza positiva di questo titolo, immerso in un paesaggio autunnale e giallognolo che ben poco ha da invidiare alla magione notturna per atmosfera orrorifica. Tecnicamente poi si è sempre su livelli fenomenali, con l'introduzione della modalità "Widescreen only" che farà tanto felice la mia tv!!!! Ne riparlerò quando potrò provarlo con le mie mani, ovvero fra molto tempo, visto che è annunciata per fine 2004 la sola versione giapponese!!!! A domani.
Assoluzione
Eccomi qui, di ritorno da un buon due settimane o più di silenzio "virtuale". Si, ok, c'è anche il post di ieri, quello con le foto del Castell e delle sue performance artistiche, ma era più una cosetta messa lì per aggiornare il blog, scritta direttamente on-line. Cosa pensavate che mi mettessi a scrivere quello sbardabello di roba da connesso? non ho mica l'ADSL, io. Comunque ricapitolando ho concluso il periodo assenza da studio e ora mi accingo (dico "giuro"!) ad aggiornare questo fogliaccio a ritmi regolari. E' strano, ho passato un quattordici giorni a studiare quasi incessantemente, con grande concetrazione dei libri di fotografia, e oggi quasi non sapevo cosa fare. Pare che si perda l'abitudine anche al cazzeggio... beh, la riacquisterò in fretta. La concentrazione universitaria ha anche minato la mia frequenza cinematografica. Penso infatti che l'ultimo film visto in sala sia "Open Range", ormai quasi due settimane fa!!! Ma partiamo proprio dal cinema per colmare il grande buco che ho lasciato sul blog.

Grandi classici e piacevoli sorprese. In vista dell'esame di Cinema ho dovuto recuperare tutti quei film che mi sono perso per la briga di andare a Bologna. Appurando che "The Cameraman" con Buster Keaton resterà un incognita per tutta la mia vita poichè introvabile, è stato davvero stupendo scoprire grandi autori e grandi opere che andrebbero viste proprio da tutti. Ammetto che è stato un pò faticoso, perchè trovare il tempo ogni giorno, fra studio e vita, di vedersi il film mi costringeva a sessioni notturne affrontate decisamente controvoglia. Tuttavia ne è valsa la pena per ogni titolo recuperato. Partendo proprio da quel "Quarto Potere" che praticamente ogni corso affornato ha proposto ma che ho, anche involontariamente, sempre schivato. Da alcuni considerato, non senza esagerare, il più grande film di sempre, "Citizen Kane" è però senza alcun dubbio una pietra miliare, una rivelazione di un talento incredibile e multiforme che è cosa davvero rara. Non è un caso che Tim Burton nel suo "Ed Wood", biografia del peggior regista del mondo, faccia incontrare il suo personaggio proprio con Orson Welles, ovvero il più grande regista esistente. Tirare giudizi così grossi, fare classifiche e stabilire picchi artistici è sempre un azzardo, e serve proprio a poco. Allora prendiamo il film, un opera maestosa nella sua ambizione, titanica, favolosa. La storia di uno dei più grandi magnati della storia americana, o meglio, la ricerca incessante del significato della parola da lui pronunciata in letto di morte. Sembrano due tracce completamente slegate l'una dall'altra? No, perchè dopo il folgorante incipit in cui assistiamo al trapasso di Charles Foster Kane tutto il film ripercorrerà la sua vita, raccontata da conoscenti e amici, per comprendere cosa volesse dire quel "Rosebud" (Rosabella in italiano...) sussurrato prima di morire. Il manuale di storia definisce lo stile Wellesiano "barocco", e mai definizione fu più azzeccata; l'utilizzo di uno stile vertiginoso, fatto di inquadrature inconsuete, obiettivi deformanti, continue dissolvenze, giochi di luce ed ombre rendono Citizen Kane" un baraccone che difficilmente non può rimanere impresso sulla retina anche dopo molto tempo dalla sua visione. Però molto più di questo film, osannato da più parti, mi ha colpito l'opera più conosciuta del regista svedese Ingmar Bergman, "Il Settimo Sigillo". Un cavaliere, la morte, una partita a scacchi. E un'umanità alla deriva, che ha perso i suoi valori e rischia decisamente di scomparire. Ma forse la rinascita del'uomo è possibile, forse è ancora visibile un barlume di speranza in una delle sequenze finali più incredibili della storia del cinema. Io non so se negli altri film Bergman si dimostra così pesante come lo descrivono, ma "Il Settimo Sigillo" è un'esperienza visiva e mistica rara, una sorta di road-movie apocalittico che mi ha davvero commosso. Difficile trovare una tale profondità in un film. E poco importa se non avete capito il senso o l'interpretazione, perchè il fascino rimane decisamente immutato. "Diario di un Curato di Campagna" è invece una delle primissime prove di Robert "verità" Bresson, forse l'autore più rigoroso e "estremo" del cinema francese ma non solo. Anche il manuale fa fatica a inserirlo in un particolare periodo o movimento, perchè Bresson, operando per quasi un cinquantennio pieno, ha portato avanti senza mai nessun cedimento o concessione ai modelli spettacolari un discorso personalissimo, sneza dubbio antipopolare, addirittura fastidioso o insopportabile. Sempre ala ricerca della "verità" del linguaggio cinematografico, egli ha nel tempo epurato qualsiasi elemento di finzione (recitazione degli attori, movimenti di macchina...) nelle sue opere, proprio per creare una barriera insormontabile fra la pellicola e lo spettatore, costretto quindi ad andare oltre la semplice immagine proiettata. Non posso fingere, il Castel mi ha sentito più di una volta parlare male di questo autore, perchè vi assicuro che raggiunge, con questa sua concezione, livelli di pesantezza e irritazione davvero insostenibili. "Diario di un Curato di Campagna" è però un opera del 1950 e quindi ancora lontana dall'estremismo appena descritto. E quindi, nonostante le critiche da me poste, devo ammettere di aver apprezzato questo suo film, portatore di una profondità esistenziale inconsueta. Certo, ho detto la stessa cosa per "Il Settimo Sigillo", ma che colpa ne ho se questa pare essere una caratteristica fissa dei capolavori? Allora vi consiglio anche di seguire la tormentata vicenda del curato d'Ambricourt, angosciato da un paese che cerca di aiutare ma che si dimostra insensatamente ostile nei suoi confronti e da un malattia allo stomaco che lo costringe a sofferenze atroci. Un discorso più breve meritano "La Dolce Vita" e "Roma Città Aperta" se non altro per la maggiore diffusione e reperibilità nelle videoteche e in televisione, e che di sicuro avrete visto quasi tutti. Film storicamente e artisticamente fondamentali, soprattutto il secondo, di cui mi dovevo giustamente vergognare per la mia ignoranza in materia. Invece credo che nessuno di voi abbia avuto l'occasione di visionare "Fino all'Ultimo Respiro", opera prima di Jean-Luc Godard e capostipite, insieme allo straordinario "I Quattrocento Colpi" di Truffaut, della Nouvelle Vague. Rispetto però a " i Quattrocento colpi" il film di Godard mi è rimasto decisamente nel cuore. La non-storia di un ladruncolo ricercato dalla polizia e della sua relazione con una studentessa americana è di quelle che non si dimenticano. Di per se non c'è una vicenda, un racconto vero e proprio (e per questo ho detto non-storia), ma la mano di Godard rende questi momenti di vita assolutamente incredibili. Se a livello teorico la Nouvelle Vague aveva predicato una completa libertà da modelli di riproduzione fissi e determinati una volta per tutte (come quelli hollywoodiani), di sicuro non si può dire che abbiano razzolato male. Vi sfido a non rimanere affascinati dallo stile irreale e frammentato di Godard, e stupirvi di fronte a ogni invenzione tecnica che oggi sembra geniale e in realtà era stata scoperta fin dal 1960 (come i salti temporali nelle inquadrature). Fate una cosa buona per voi: recuperate tutti questi film. E se proprio non ce la fate o non ne avete voglia, sforzatevi almeno per l'ultimo da me citato. Perchè io, da quando ho visto Jean-Paul Belmondo che si passa il pollice sulle labbra, non ne posso davvero più fare a meno.

Piccoli regali lirici. In vista della mia riuscita nell'esame di fotografia ho deciso di concedermi un piccolo regalo che, per il prezzo ancora pieno, avrei dovuto posticipare per molto altro tempo ancora. Nella mia misera e limitatissima esperienza di concerti sono soprattutto due gli artisti che dal vivo mi hanno impressionato in modo irrimediabile. Uno di questi è il mio gruppo preferito, e quindi ammetto di essere inevitabilmente parziale, però sentire uno stadio di 70.000 persone letteralmente implodere come successo con l'attacco di "Elevation" il 21 Luglio 2001 al Delle Alpi è qualcosa che non si può spiegare. E se gli U2 già li conoscevo a fondo prima di recarmi a Torino la stessa cosa non posso dirla per i Muse, che hanno catalizzato la mia attenzione all'Heineken Jammin Festival 2002, un concerto a cui mi ero recato per sentire i Red Hot Chili Peppers!!! E invece proprio di questo giovanissimo gruppo inglese mi sono innamorato (ma anche degli Afterhours, che ho iniziato analogamente a seguire dopo quella esibizione), della loro incontenibile liricità e senso per l'opera, del pianoforte, della chitarra e, soprattutto, della voce di Matthew Bellamy. Forse anche perchè preceduti da ore di anonimi e insopportabili misconosciuti gruppi italiani (i Meganoidi: dovete morire) e stranieri (i Kane: ammazzate il cantante), l'arrivo dei Muse e l'attacco di pianoforte di "Space Dementia" ha sprigionato una potenza tale che improvvisamente mi ha fatto dimenticare la stanchezza di una giornata intera passata in piedi sotto un sole di 40 gradi. Nonostante avessero all'attivo solo due dischi la loro esibizione è durata un bel pò e non si contavano i pezzi memorabili. La voce di Bellamy inoltre era incredibile: quell'uomo è una macchina! Da quel momento in poi sono passato dal "ho sentito qualche cosa" (in effetti solo i loro video su Mtv Brand New) a recuperare nel tempo i loro album, che nel frattempo sono diventati quattro, tre di studio e uno live. E se anche non posso che trovarmi parzialmente d'accordo con "Big Man" Scaruffi che li definisce come niente di che, in questi due anni ho continuato a sentire periodicamente i loro album, di cui mai posso davvero dire di essermi stufato del tutto. Infatti pur essendo lp decisamente non perfetti (con molte canzoni anonime "tappabuchi") e più in generale il loro stesso stile eccessivamente ripetitivo e alla lunga forse troppo uguale da un pezzo all'altro, i Muse hanno continuato per me a esercitare un potentissimo fascino. Certo, e mi ripeto, ero e sono tutt'ora ben conscio dei loro difetti e delle loro possibilità, eppure a poco è servita una mia auto-imposizione di non acquistare anche il loro ultimo album "Absolution". E me lo ero auto-imposto per i motivi appena citati, per una decisa insofferenza maturata nel tempo verso il loro "essere sempre uguali", portare avanti una concezione fatta quasi di clichè, di lunghissimi acuti di Bellamy, di quasi estenuanti sessioni di pianforte e di una chitarra... che non saprei definire. Il fatto che nel nuovo album i Muse non avessero apportato sostanziali "cambiamenti" me lo aveva confermato "Time is Running Out", singolo che mi piaceva ma che nello stempo mi faceva sentire un idiota. Possibile che mi dia così gusto bermi sempre la stessa cosa leggermente modificata? Devo dire di aver resistito molto; però dopo il millesimo ascolto del nuovo singolo "Hysteria" non ce l'ho fatta più e mi sono appunto fatto questo regalo per il successo nell'esame di Fotografia. A dire la verità forse non mi aspettavo così tanto. Oddio, non passerà alla storia come un classico (e ci mancherebbe altro!!!), e forse nemmeno come gran disco, ma dall'alto della mia ignoranza di ascoltatore "della domenica" (tanto per riferirmi ai "pittori della domenica" tanto osteggiati dal mio prof di fotografia) "Absolution" mi pare decisamente un buon album. Oltre naturalmente ad essere il migliore e il più completo tassello della breve discografia dei Muse. La track list è molto più omogenea che in passato, con brani qualitativamente molto simili, cosa che elimina uno dei difetti più grandi dei precedenti lavori, ovvero la presenza di pezzi dal fascino indiscutibile e altri decisamente più anonimi (che portano alla pratica dello "skip" molto spesso). E da questo punto di vista grandi passi quindi sono stati fatti, con un album ascoltabile dall'inizio alla fine senza salti o cadute clamorose, anzi decisamente azzeccato nella scelta dei brani e nella loro collocazione. Dall'altro lato però devo ammettere che a chi non andavano giù i Muse prima, quella loro esasperata liricità (si potrà dire?), una sorta di "opera rock" di stampo prettamente europeo (e forse può essere un motivo per cui l'americano Scaruffi proprio non se li fila), non cambierà idea certo con quest'ultimo lavoro. Per chi invece come me non può fare a meno di mettere su "Muscle Museum" o "Plug-in Baby" almeno una volta al mese... godrà come un maiale. E se il valore di un lavoro si vede fin dall'inizio (e i precedenti album, con "SunBurn" e "New Born" funzionavano quindi decisamente bene) allora l'accoppiata "Intro+Apocalypse Please" non può che sorprendere. Personalmente questo pezzo mi ha stregato, con quel suo misto di dolcezza e malinconica disperazione presente in quasi ogni loro canzone, ma qui decisamente potente, tragico, che rende perfettamente l'incombenza apocalittica del titolo, e di cui (caso strano, di solito è l'ulima cosa che mi interessa) mi ha colpito incredibilmente anche il testo. Molta critica su Internet ha notato una decisa maturazione nella composizione musicale e soprattutto nei testi di Matthew Bellamy. Da ignorante quale sono mi sembra che abbiano ragione! In una visione più panoramica si nota lo sforzo di produrre qualcosa di più complesso, articolato, costruito rispetto alle precedenti tracce. E molto spesso direi che tutto questo ha funzionato, regalandoci un disco più completo rispetto agli altri, ma che a mio parere non risolve la questione più spinosa e di sicuro più difficile da affrontare: ovvero il già citato "sound troppo uguale", spesso autocompiaciuto, che forse ti può fare concludere una loro canzone prima ancora di averla sentita tutta. Prevedibilità? Non lo so. Certo è che quello di avere un suono molto riconoscibile, uno stile praticamente inconfondibile, potrebe anche da molti non essere visto come un difetto. Ma io sono un semplice ascoltatore, che neanche sa suonare uno strumento (al contrario dello Zar), per non parlare di pentagrammi o conoscenze storico-critiche. Allora concludo affermando che a mio parere i Muse dal vivo sono assolutamente imperdibili (e forse mi farò clonare dai Raeliani per trovare qualcuno che venga con me al concerto che si terrà tra poco...) e sui dischi, oltre a convincere molti critici e intenditori (Enrico Silvestrin, che indubbiamente un pò di musica se ne intende, ritiene "Absolution" il miglior album del 2003), appassionano anche chi, come me, gode nell'ascoltare le loro liriche infinte, i loro pianoforti e le loro chitarre tiratissime, facendosi cullare da questa opera rock in un sogno che non prevede risveglio. Pena la comprensione che il nostro viaggio onirico non è esente da molti difetti.
Ma alla fine... chissenefrega.
martedì, marzo 30, 2004
Battesimo di fuoco
all'insegna dello stress
Oggi prima prova orale per me e il Castell. Il nostro libretto si sentiva irrimediabilmente vuoto e richiedeva a gran voce un'altro esame. Perchè non accontentarlo, visto che l'appello successivo di Fotografia sarebbe stato a Giugno? Ok, mi sono dovuto preparare tutto in quattro giorni ma ne è valsa davvero la pena. Appena arrivati nell'aula inizia uno stremante appello di 370 persone, molte delle quali con nomi incomprensibili e pure qualche anonimo (ma c'era posto anche per un Chiapponi). Io e il Castell, dopo l'epurazione degli assenti ci ritroviamo da 45° e 46° a 35° e 36°. Ancora troppo in là per venire interrogati alla mattina. Usciamo quindi a bighellonare e ingerire formaggio potentissimo per pranzo. Non sapendo dove cazzo andare l'unica è stata ripiegare su via Zamboni 38 e sedersi davanti alla porta dell'esame, da cui ci separavano ancora qualcosa come 3 ore. 3 ore passate a mettere in dubbio tutte le nostre certezze sui malefici saggi teorici ("ma il partito degli anti-realisti ingenui include anche i semiologi?"), a dire frasi sconnesse ("Vola vola vola vola l'Ape Maia") e riguardarsi incessantemente tutte le foto del libro. Il livello però di distruzione psicofisica, dovuta a stress e notevole scomodità delle panchine, era diventato troppo elevato.

Ecco come appariva il Castell poco prima (un'oretta!) di entrare in aula. Non fatevi ingannare dal suo fascino; era veramente distrutto, come me d'altronde. Ins eguito a questa breve "istantanea" abbiamo deciso di ripercorrere simbolicamente alcune delle tipologie fotografiche studiate per l'occasione.

Notate ora come l'opera dei fratelli Bragaglia, quel fotodinamismo così osteggiato dai futuristi e da Boccioni in particolare, riviva ai giorni nostri tramite il movimento delle mani del Castell. Operazione puramente scientifica o atta al superamento del reale per giungere all'essenza delle cose?

Cosa direbbe un Depero o un Tayat di fronte a questa opera? Forse porca paletta, ma forse esprimerebbero profonda ammirazione per una tale fotografia che riesce, attraverso un semplice atteggiamento, a mettere in luce l'ipocrisia borghese e vagamente snob di coloro che vogliono essere letterati a tutti i costi. Fotografia "emblematica" per eccellenza.

Improvvisamente si compie un salto di circa ottant'anni e si giunge a una concezione di fotografia che ha oramai abbandonato quell'inesguimento insensato della pittoricità per elevarsi ad arte, con la conseguente valorizzazione dell'aspetto formale. No, qui tutta l'importanza è data all'istantaneità, all'automaticità, all'anonimato. Nessuna cura formale, nessuna particolare attenzione tecnica. Spogliato di qualsiasi orpello pittorico il Castell finalmente è aprte integrante del mondo, elemento indistinto e appunto anonimo inserito nel magma incessante dell'umanità. Thomas Ruff mon amour.

Se la fotografia sembra un quadro ma funziona come un ready-made duchampiano, questo perchè l'elemento concettuale è decisamente preponderante rispetto a quello stilistico-formale. E se dunque gli artisti degli anni '70 fotografavano foto nelle foto, si autofotografavano davanti allo specchio e documentavano i loro viaggi in autostrada con i camion che incontravano che cosa facciamo dunque noi? Semplice, fotografiamo un orologio per indicare il concetto di tempo. Un'operazione per cui meriteremmo (meriterei) giustamente la galera.
Dopo questi deliri finalmente dentro l'aula. Si poteva scegliere se andare col professore, decisamente pignolo e molto attento a far saltare fuori quello detto e mostrato a lezione, e i due assistenti: uno era una sorte di gigante buono, un tizio alto e massiccio ma con la faccia estremamente rassicurante nonostante gli occhi di ghiaccio; l'altro sembrava un Lupin, per la corporatura e i basettoni, ma con molta più classe e rigore professionale. Proprio con lui sono finito. Devo aggiungere che è anche un uomo estremamente tranquillo, accondiscendente e buono. Alla fine: "Si, sapeva molto bene le cose... qualche incertezza quà e là, ma voglio farle iniziare bene il libretto.". Figata! Ora mi attende l'esame di Cinema rimandato per malattia della prof. Giovedì scorso. Se va come questo sono a cavallo. Speriamo. A buon rendere.
domenica, marzo 21, 2004
Piccoli passi
Ormai sono passate quasi 2 settimane dall'ultimo post e nemmeno io potevo immaginarmi una così lunga assenza dalla rete. Quello che sulla carta doveva essere solo un piccolo muro in più e una porta in meno si è trasformato in una sorta di trasloco, dovendo spostare tutto il contenuto di due armadi dove capitava, cioè tavoli e divani, e essendo costretti a pulire all'infinito tutto quello che l'accortezza dei muratori aveva riempito di polvere. Senza parlare della calce. Insomma, per due settimane buone ho dormito su un divano in sala, facendo la spola fra il bagno di mia mamma e un posto in cui poter telefonare in pace. Non scandalizzatevi se spesso i due luoghi coincidevano... Per fortuna ora tutto sta giungendo a una sua conclusione. Dall'altro ieri anche la mia camera e quella "nuova", ovvero il mio ex-studio, hanno riacquistato l'energia elettrica, siamo riusciti a rimontare un armadio in uno spazio indecente (una delle più grandi prove dell'umanità) e ormai manca davvero poco per concludere il tutto. Ovvero la questione "insonorizzazione porta" su cui sono più che intransigente (ve lo sentite voi mio padre che fischietta per casa!) e quella quadri e poster; ho deciso infatti di liberarmi delle vecchie stampe che vedo da quando sono nato e anche la maggior parte dei poster, che sono sfuggiti tutti all'animalaggine dei muratori tranne uno, quello di Episode I a cui ero molto legato affettivamente. Per questioni prettamente economiche però penso che la mia "nuova" camera rimarrà con i suoi muri bianchi bianchi (altra sfacchinata) per molto tempo ancora. Sono invece super orgoglioso delle mie presine della luce, di un bel verde acqua... Certo che in due settimane la casa ha subito un bello scossone; trovandomi in poco tempo con meno della metà dello spazio precedente sono stato assalito da una mania da cui mi consideravo immune, ovvero quella di eliminare l'eliminabile. No, non buttare via, ma spostare il più possibile fuori dal mio, ridotto, spazio, e assicurarlo alle cure della cantina, che nel frattempo, per stare dietro ai cambiamenti della casa, è raddoppiata. E allora via Dragon Ball, Ranma 1/2, Maison Ikkoku, Dottor Slump & Arale, ma anche molti fumetti Marvel, come gli X-Men, i Wolverine. In pratica ho salvato solo i numeri dell'Uomo Ragno a cui sono più affezionato, ovvero quella saga del clone che tutti odiano tranne me, i Rat-man, le storie singole di Rumiko Takahashi, Ken e... Berserk, of course. Quello che mi spiace è che forse anche qualcuno fra questi dovrà prendere la sua strada verso gli scatoloni cantineschi, perchè mi ritrovo con sempre più roba in mano e sempre meno spazio in cui riporla. Comunque l'importante è che tutto stia giungendo al termine, non ce la faccio davvero più a pulire e spostare oggetti tutto il giorno, sono stati quindici giorni completamente massacranti, che non auguro proprio a nessuno, facilmente paragonabili a un trasloco. Mi spiace invece che ritorno a scrivere su questo blog per riassentarmi immediatamente, causa esame di cinema e fotografia molto, TROPPO vicini. Il secondo in particolare dovrò prepararlo in quattro giorni netti. Spero comunque di trovare il tempo di tornare ogni tanto a scrivere qualche cagatella, procedura che ritornerà abituale più o meno per i primi di Aprile, quando potrò bullarmi di non avere proprio un cazzo da fare a parte, ma spero di no, piangere sulle bocciature.
Mi sembra doveroso inoltre dedicare qualche riga agli importantissimi fatti di cronaca che separano questo post dal precedente.Si rimane zitti per due settimane e ci si ritrova a dover per forza parlare di 200 morti e innumerevoli feriti gravi per l'attentato alla stazione di Madrid, di un governo che ha mentito spudoratamente sui mandanti dello stesso e una vittoria dei socialisti che finalmente porta un barlume di speranza in Europa. In uno dei primi comunicati il nuovo primo ministro Zapatero ha annunciato che le truppe spagnole lasceranno l'Iraq se entro il 30 giugno non passerà tutto nelle mani dell'Onu. A questo punto la Spagna si colloca decisamente al primo posto nella mia personale classifica di gradimento fra le nazioni europee. E qui in Italia invece cosa succede? Solo a parlarne mi si ammosciano i coglioni, come disse anche Benigni pensando a Berlusconi. Mentre il governo sputa sulla vittoria di Zapatero e vede in essa un punto concesso a Bin Laden (colui che lo ha detto dovrebbe andare in galera... no, aspetta: effettivamente tutto il governo dovrebbe andare in galera!) molti partiti di sinistra, come Rifondazione Comunista, Comunisti Italiani, Verdi, Italia dei Valori, chiedono l'immediato ritiro delle nostre truppe dal suolo irakeno. E i Ds cosa fanno? Non solo sono contrari a muovere i soldati italiani dall'Iraq, ma partecipano anche a una manifestazione indetta dal governo, ovvero quelli che la guerra l'hanno voluta!!! Devo comunque ammettere che è stato bellissimo accendere la tv Giovedì e constatare che tutti i partecipanti all'evento stavano tranquillamente in una singola inquadratura abbastanza ravvicinata; erano due, ridicoli, gatti. E quindi, premettendo che nessuno aveva il diritto di aggredirli, i Ds non dovevano stupirsi oggi nell'essere duramente contestati dagli altri partecipanti alla manifestazione della pace, organizzata stavolta a livello mondiale. Altro fatto importante è la condizione di salute del "senatur" Umberto Bossi, un uomo dalle idee deliranti ma che era pronto a tutto per vederle realizzate. Insomma, se uscirà di scena, questo governo non avrà più il minimo ostacolo all'interno, e la possibilità "caduta di governo" diventerà immediatamente un'utopia. Di cose ce ne sarebbero da dire ma ho sonno, sono stanco e soprattutto credo che il buon dario abbia scritto tante frasi ben più importanti delle mie sul suo bellissimo blog, che andrò or ora a recuperare. Da questo sabato sera passato in casa, buonanotte.
domenica, marzo 07, 2004
Bbordello
Mentre scrivo mi sembra di essere in un magazzino. Lo schienale della mia sedia poggia contro un armadio e mi sento molto sardina. Come avrete capito oggi giornata di lavori per preparare la strada ai "demolitori" di domattina. Ho iniziato poco dopo aver messo online l'ultimo post, cercando di fare un pò di pulizia fra le mie riviste. In preda a un delirio mistico ho deciso di relegarle in cantina per fare spazio a quelle nuove. C'erano tutte: Game Power, Zeta, Ciak, Game Republic, Psx2, Nintendo la Rivista ufficiale, Cube... insomma, tutti quei giornali che prendevo abitualmente. Di queste ho conservato tutto, ogni numero, mentre ho deciso di sbarazzarmi di tutti i The Games Machine e le varie riviste schifose, tipo Psm, Mega Console, Cine attacks (davvero sconosciuta e bruttissima!) o Super Console. E in mezzo a questo vortice di molta carta e ancora più polvere sono ricaduto nella "tristezza" di cui quest'oggi parla anche il Castel, accorgendomi di avere forse più numeri di Game Republic, una rivista uscita qualche anno fa e di cui mi ricordo come fosse ieri il primo albo, che di Game Power, rivista storica che ha segnato la mia infanzia e che ero convinto di aver seguito per un'enormità di tempo (fino alla chiusura). Risultato: il tempo passava molto più lentamente una decina di anni fa. Lasciando stare queste considerazioni che ben mi fanno chiamare "vecchio" dalla Marta e Berto devo ammettere che rovistando in giro si trovano cose davvero incredibili. Dietro un armadio ho ritrovato un poster di Ken Shiro che non mi ricordavo nemmeno di avere e invece faceva bella mostra di se nella mia camera in via Venezia! Ho anche scovato delle bellissime foto della Chicca, di Ciuffo, e di Ciuffo che mi da la zampa quando avevo i capelli lunghi. Se non tutte, alcune finiranno presto nel muro della mia nuova camera. Che in fondo è sempre la stessa, ma è la disposizione dei mobili a fare la differenza. Mi piacerebbe anche abbandonare i miei vecchi poster (tranne le locandine di Episode I e II, eh!), le stampe di Kandinskij e Mirò di cui ormai ho il vomito, e metterci qualche bella foto del '900 formato gigante, che grazie a "Storia della Fotografia" sto imparando a conoscere e amare. Il problema sono sempre i dindini, visto che delle stampe belle grandi hanno il loro prezzo... non avrei mai pensato di dirlo ma non vedo l'ora di entrare nella mia nuova camera, almeno per saltare questa settimana di vagabondaggio per la casa, costellata di mattoni, vestiti e divani. Questa settimana devo anche informarmi per i pannelli insonorizzanti... magari me ne faccio rubare quacuno allo Sliver o propongo ai miei di utilizzare la porta delle sale prove per entarare in camera mia. Bah, si vedrà.
Sul versante consumismo lo Zar sarà felice di sapere che ho comprato "Appetite for Destruction" e che mi piace un bel pò. Non so però per quale strano motivo ero convinto che fosse del '91... forse perchè nella mia mente l'87 non può contenere un altro grande album oltre a "The Joshua Tree". Comunque davvero un disco stupendo. Inoltre, dopo aver letto diverse recensioni della versione giapponese e aver appurato che: 1) è divertentissimo giocato in tanti e 2) gli ideogrammi non sono un ostacolo, ho decio di comprarmi "Atsumare Made in Wario", che esce il 5 Aprile in America, ma non lo troverei senza dubbio a 25€!!! Domani pomeriggio io sono a Bologna e Berto si è gentilmente offerto di prendermelo. La mia paura non ha un fondamento logico, ma ho il timore grandissimo che qualcuno me lo freghi!!!
Ritorno a Zebes
Metroid Zero Mission
Un anno e mezzo esatti dall'uscita dell'ultimo, e unico, e episodio di Metroid per Gameboy Advance ecco arrivare il nuovo episodio, "Metroid Zero Mission". Fino all'uscita non si sapeva moltissimo di questo gioco; c'era chi diceva essere un remake del primissimo episodio per Nes, chi invece affermava essere un titolo completamente nuovo. Con finalmente il gioco in mano lo posso dire: come si capisce anche dal titolo, è un remake del titolo originale, quel Metroid che al tempo creò un caso ma oggi, e parlo per esperienza personale, risulta decisamente indigesto a un pubblico che non lo ha giocato al tempo. Chiunque lo abbia provato sa che l'ostacolo più grande non è la grafica, di sicuro l'aspetto che più soffre del passare del tempo, ma l'alta difficoltà a cui oggi non siamo proprio più abituati. Se al tempo Metroid poteva sembrare un videogioco difficile oggi bastano pochi minuti per catalogarlo come "impossibile" e passare agli episodi successivi. Almeno questo è il motivo che mi ha sempre bloccato nel proseguire la primissima avventura di Samus. Questo remake invece già dai primi minuti si configura come un'"aggiornamento" di quell'avventura all'anno 2004, con tutti i pregi e i difetti connessi. La grafica è davvero ottima, con uno sprite principale molto grande, animazioni mai viste e uno stile molto più fumettistico rispetto al precedente Fusion, che si vede ormai sorpassato dal punto di vista visivo. Le musiche non possono fare altro che "copiare" quelle originali... e meno male! Sono davvero fantastiche, proprio in questo momento mi sto ascoltando il motivetto della schermata iniziale (rifatta però dai Kraftwerk), incantevole. Ovviamente non si poteva aggiornare solo il comparto tecnico, e infatti anche sul versante giocabilità molto è cambiato. Non compio un'eresia nel dire che questa Samus è una goduria da muovere rispetto alla sua controparte a 8 bit. Però... c'è un però. Se infatti il restyling di questo classico della storia dei videogiochi fino a questo momento può sembrare tutto rose e fiori secondo me bisogna fare un discorso più appofondito. Come ho detto prima al giorno d'oggi un gioco difficile come il Metroid originale non sarebbe più commerciabile; nel corso degli anni, parlando di questa saga ma non solo, siamo stati abituati a mappe in tempo reale, salvataggi, partenze dallo stesso identico punto in cui si è morti... tutto questo ovviamente è stato utilizzato anche nel remake. E allora ecco che non si vaga più in giro senza una meta fissa, ma di volta in volta ci vengono forniti gli obiettivi da raggiungere nella mappa; come in Metroid Prime e in Metroid Fusion. Ma se nei due titoli appena citati questo sistema non era ferreo, costrittivo, ma forniva anzi (più in Prime che in Fusion) un'ampia libertà di esplorazione che poteva arricchire l'esperienza di gioco, o meglio non fossilizzarla in una linearità, che è comunque l'elemento portante di questa saga, troppo decisa, in Metroid Zero Mission questa nuova concezione deve fare i conti con una conformazione dei livelli e conseguente disposizione di nemici ideata per il gioco Nes. L'impressione che ne ho ricavato, in una mezz'oretta scarsissima di gioco, è che questa volta il gioco sia ancora più facile, e che l'apparente complessità (forse caos, è soggettivo) dell'episodio a 8 bit, data dalla mancanza di mappe e obiettivi, qui si trasformi in una linearità disarmante. Se oggi mi mettessi qui tutto il pomeriggio, cosa a cui sono impossibilitato perchè devo disfare un armadio e una libreria (domani iniziano a distruggermi la camera... sigh), non mi stupirei di vedere la fine del gioco. Quella appena fatta è una considerazione a mio parere molto importante, di grande peso sul gioco, che però non cancella il fascino incredibile di cui è permeato, perchè anche se quasi tutto è cambiato, si riesce a notare quel gusto "classico", nello stile grafico, nelle musiche, che forse un pò si era perso in Fusion. Giocone quindi, come il titolo originale, anche se mi piange il cuore nel sapere che entro pochi giorni tutta questa avventura sarà finita... Inoltre questo progetto, visto nella sua interezza, ha fatto risuonare in me un campanello di allarme; effettivamente la formula di Metroid, che ha fatto scuola, è rimasta più o meno la stessa dal primo episodio fino ad oggi. Non è che in futuro ci ritroveremo sempre lo stesso gioco, magari un pò più bello da vedere e con una o due armi in più, ma alla fine sempre lo stesso gioco? In fondo la gente, e io mi includo in questi, continua a premiare questa evidente scarsezza di idee comprando i giochi... che sono comunque splendidi! Spero però che in futuro Nintendo si decida e osi un pò di più.
Rimando il post sul film di Verdone, o meglio sui suoi film, visti come opera unica, a data da definirsi, visto che con un muratore in camera dubito riuscirò a scirvere molto. Però un grande dilemma mi coglie: mentre prendevo "Metroid Zero Mission" dal solito Marco (T&T) ho notato che ha messo in vendiata la sua copia giapponese di "Made in Wario" (wario ware) per Gamecube. Solo 25 €... però la lingua mi spaventa! potrebbe tranquillamente diventare un nuovo Mario Party, ma ci riusciremo a capire dentro qualcosa? Conviene forse aspettare la versione americana, se mai ce ne sarà una? Non lo so, ora guardo su internet se esistono fogli di traduzione per questo gioco, e se li trovo potrebbe essere facilmente mio...
sabato, marzo 06, 2004
Bambini di merda
Vi è mai capitato, dopo pranzo, di mettere su Rete4? Certo, anch'io non ne vedo il motivo visto che alle 14:30 ci sono i Simpson. A dire il vero non ci sarebbe quasi mai motivo di mettere su Rete4, se non per qualche (raro) capolavoro di notte o per ascolatare i deliri mistici di Emilio Fede. Comunque, io negli ultimi giorni l'ho fatto, più per zapping convulso che per esigenza reale, e mi sono trovato davanti a un nuovo programma di Mike Bongiorno, "Genius". In fin dei conti è un semplicissimo quiz televisivo, come il vecchio conduttore ha condotto negli utlimi 50 anni, con però dei concorrenti bambini, direi non più grandi della quinta elementare/prima media. Incuriosito ho seguito per qualche minuto la trasmissione, crecando di rispondere mentalmente alle domande per quegli esseruncoli. Per la maggior parte si tratta di quesiti semplici, legati a un sapere proprio delle elementari, diviso cioè per materie ben precise (geografia, storia...), ma si spazia anche nella cultura generale. Premetto che io non sopporto in alcun modo i piccoli genietti; parlo di quei bambini sapientoni che non riescono a non mostrare tutta la loro profonda conoscenza, la loro evidente superiorità. Gli tirerei volentieri un calcio nelle gengive, anche se i genitori non gradirebbero molto. Ecco, l'attuale campione di "Genius" è proprio così. Un bambinetto con gli occhiali che si comporta e risponde atteggiandosi a piccolo Einstein. Il bello è che io a molte domande non avrei saputo rispondere!!! E raggiungo davvero livelli infimi per quanto riguarda la Geografia (che, ne sono convinto, è una materia che si scorda appena usciti dalle elementari). Ma che cazzo ne so di quante sono le città del Piemonte? Ma chi cazzo se ne frega? E poi il massimo è vedere i genitori, emblema naturale della schifezza, lì seduti fra il pubblico che ridacchiano e godono nell'animo ogni volta che il loro sapientino risponde corretto a una domanda. Spero che questi bambini vengano picchiati davvero molto a scuola. Un tempo non capivo il perchè di questa insensata violenza, ora grazie a questa trasmissione quasi la sostengo. Perchè in fondo siete solo dei bambinetti schifosi e vomitosi mentre io sono molto più grande e addirittura già diplomato. E i miei giochi sono più belli dei vostri. Ma crescete una buona volta, FACCE DA MAIALE!!!! GNE GNE GNE!!!
Se ne sono andate

Queste pile Sony sono durate da Giugno 2003 a Marzo 2004, meritandosi lo stupore di tutti quelli che hanno impugnato, per ore e ore, il mio Wavebird per giocare a Mario Party. Senza contare tutte le ore (di sicuro almeno il triplo) che io ho utilizzato questo joypad senza fili per conto mio. Ci abbiamo passato l'estate scorsa, questo inverno, ci ho finito un bel numero di giochi. Penso che le 50 ore complessive debbano averle toccate. Oggi purtroppo, proprio in una partita a Mario Party (ha vinto la Marta, guarda un pò...) hanno cessato di vivere. Onore e gloria a queste pile, perennemente immortalate sulla mia scrivania.
giovedì, marzo 04, 2004
Muratore!
Pare che domattina arriverà un allegro muratore e mi butterà giù un allegro muro per pareggiare lo spazio e rendere indipendenti la mia camera e il mio "studio", futura camera di mio fratello. Che palle! Non so quale sia la vostra esperienza, ma ho cambiato disposizione della camera, nonchè camera, un milione di volte, e ad ogni cambiamento non riesco a non rimanere altamente destabilizzato. Forse la mia attuale sistemazione è quella che ha goduto della maggiore longevità, quasi 4 anni interi; un vero e proprio record, fra traslochi (ho cambiato 3 case) e domeniche in cui i miei non sapevano cosa fare (e allora cambiamo qualcosa in camera di nostro figlio!). Senza mettere in conto che distruggere un muro e costruirne uno nuovo, con relativo impianto elettrico, non deve essere una cosa proprio veloce. Il bello di avere due stanze era quello di avveritre in anticipo quando stanno arrivando i tuoi, dalla prima porta che si apre, e la totale insonorizzazione dal resto della casa. Ora dovrò cominciare a usare la chiave della porta MOOOLTO più spesso e inventarmi qualcosa per insonorizzare la stessa (non la chiave, la porta). Sapete qualche metodo funzionale? Della gente suggerisce le scatole delle uova, e se il risultato poi è garantito me ne posso allegramente sbattere di avere una porta ridicola e esteticamente disgustosa (puzzerà di uova?). L'importante è non sentire ciò che avviene nel resto della casa e, soprattutto, che loro non sentano quello che avviene nella mia (ascoltare la musica a tarda notte potrebbe diventare ostico). Non parliamo poi di un bambino che piange... mi sento molto Zambo (oooops... Dj Jesus!) quando parlava della sua stanza con una parete mancante. Chemmerda. E' finita la pacchia.
In compenso oggi io, il Castel e Berto abbiamo deciso di abbracciare in modo completo la filosofia RAP. Via quei nomi di battesimo banali e strasentiti, via i soliti vestiti! Ben vengano i dj, le cuffie e i pantaloni bracaloni! Yo, fratello!
P.s: mio zio mi ha mandato un documento office assolutamente fantastico! Ci sono 63 fotogrammi di film di cui bisogna individuare il titolo. Piccolo particolare: le persone sono invisibili!!! E' fantastico! Chiunque lo desideri spedisco subito.
Episode III: il punto
(no spoilers ahead)

Quella che vedete qui sopra è l'aspetto, ormai praticamente ufficiale, del nuovo cattivo di Episode III, il chiacchieratissimo (su internet) generale Grievous. Dico praticamente ufficiale perchè questo altro non è che un disegno fatto da un fan (direi particolarmente bravo) sulla base del nuovo documentario sulla lavorazione rilasciato dal sito ufficiale starwars.com, e purtroppo scaricabile solo previo abbonamento. In occasione quindi di questa "rivelazione" mi sembra giusto, a 15 mesi dall'uscita nelle sale, fare il punto sull'episodio che se non chiuderà la saga di Guerre Stellari, viste le voci sempre più insistenti su una terza parte, almeno rappresenterà la fine della trilogia prequel.
Sulla trama di Episode III è trapelato quasi tutto, e anche se i singoli avvenimenti sono ovviamente soggetti a vari dubbi, il plot generale è ormai chiaro e in parte supportato dalle dichiarazioni della Lucasfilm stessa. Non voglio svelare assolutamente nulla, anche perchè quelli più interessati, come Dario, hanno già ricevuto da me il presunto canovaccio. Mi limiterò quindi a tracciare una visione generale di un film che non conosco e di cui posso spiegare le mie (poche) impressioni e quelle comunicate per via ufficiale da Lucas. Prima di tutto, ma ci voleva davvero poco a capirlo, Episode III continuerà il processo di "oscuramento" già iniziato da "Attack of the Clones" e rappresenterà l'episodio più cupo dell'intera saga, dovendo spiegare da una parte la caduta della repubblica e l'avvento dell'impero e dall'altra la trasformazione di Anakin Skywalker da cavaliere Jedi a Darth Vader. Sembrerebbe una contraddizione con quello appena detto, che fa presupporre un maggiore approfondimento psicologico dei personaggi (comunque necessari e presenti), ma Episodio III sarà letteralmente pieno di scene d'azione. Nulla di nuovo dalla tradizione Star Wars, ovvero quella di una fantascienza che ha più contatti con l'avventura che con i capostipiti di questo genere, anche se qui i numeri sono belli tosti. Solo a memoria mi vengono in mente almeno 3 duelli alla spada laser di dimensioni decisamente "importanti", di sicuro maggiori rispetto all'ultimo duello col conte Dooku che chiudeva "Attack of the Clones". In particolare L'ULTIMO duello, i cui protagonisti sono facilmente ipotizzabili, pare qualcosa di maestoso, con 15 minuti promessi di combattimento. Se avete dei dubbi sulla sua validità sappiate che una parte delle riprese in questione è uscita per via ancora sconosciute dagli studi Lucasfilm ed è approdata in rete, lasciando letteralmente a bocca aperta i pochi fortunati che hanno visionato il filmato. Gli stessi attori protagonisti del duello (Ewan McGregor e Hayden Christensen) hanno dichiarato di non essersi mai allenati così tanto per un combattimento e hanno assicurato ai fan che sarà splendido. Sempre rimanendo sulle scene d'azione più importanti ormai non è un segreto che "Episode III" si aprirà con una battaglia spaziale di dimesioni gigantesche, fra repubblica e separatisti. Una delle immagini di Anakin con il casco da pilota dovrebbe presumibilmente essere presa proprio da questa sequenza. Ma passiamo ora ai personaggi: 3 anni sono trascorsi dalla fine di "Attack of the Clones" e quindi dall'inizio vero e proprio, con la battaglia su Geonosis, della guerra dei cloni. Tutti i personaggi che abbiamo imparato a conoscere nei nuovi due episodi saranno presenti anche qui, e anticipo subito che Jar Jar avrà una parte piccolissima, ancora più piccola di quella in Episode II. Fra i protagonisti invece troviamo un Anakin dalle fattezze più "adulte" e cupe, con un vestito lungo nero (moooooolto Darth Vader) e capelli lunghi mossi e un Obi-Wan al contrario maggiormente curato, con capelli e barba più corti e un familiare abito bianco. E' evidente da questi pochi indizi lo sforzo, direi perfettamente riuscito, di avvicinare i personaggi dei prequel alle loro controparti storiche, cioè quelle della trilogia originale. Gli altri paiono meno cambiati dal punto di vista estetico, con un Darth Sidious uguale, un cancelliere Palpatine invecchiato ma simile e Padmè di sicuro meno svestita rispetto all'episodio precedente, anche per nascondere la segretissima gravidanza. I più grandi interrogativi erano sull'aspetto di questo nuovo cattivo, quel generale Grievous che la Lucasfilm osanna tanto e assicura nuovo protagonista di culto della trilogia. Di lui fino a poco tempo fa si conosceva solo qualche informazione di carattere generale. Di sicuro non è umano; potrebbe essere un umano trasformato in droide, ma già dall'immagine si capisce che di umano gli è rimasto ben poco (qualcuno diceva che dall'elemtto spuntava un cervello). Ovviamente è fortissimo, un killer spietato di cavalieri jedi di cui conserva le spade laser in una speciale cintola. Può dividere le sue braccia e ottenere così quattro arti differenti ed è al comando dei droidi separatisti. Dalla carta è ancora presto per dare un giudizio, ma alla Lucasfilm giurano che rimpiazzerà nei cuori dei fan qualsiasi villain precedente. Gli crediamo? Sempre parlando di personaggi è inevitabile che in Episode III assisteremo alla scomparsa di molte figure chiave, facilmente intuibili dalla loro assenza nella trilogia originale. Dopotutto in Episode IV i jedi non esistono più, giusto? E neanche di cattivi, a guardarci bene, non è che ce ne sia una marea... per qualcuno che se ne va gli estimatori della saga saranno senza dubbio felici di sapere che c'è la presenza di una vecchia, e pelosa, conoscenza, protaognista insieme ai suoi simili di una grande sequenza di massa. Insomma: finalmente vedremo gli Wookie staccare le braccia a qualcuno!!! Mi sono scucito troppo? Allora abbandoniamo la trama e passiamo al versante tecnico, come sempre fondamentale per questi film. Episode I ha dimostrato che ormai i personaggi di fantasia, grazie alla computer graphic, possono interagire perfettamente e senza stonare con attori in carne ed ossa. Episode II ha continuato su questa strada e ha anzi rappresentato un'interessante fusione di film "reale" con film realizzato al computer, quasi da considerare "Attack of the Clones" ormai molto più vicino al cinema d'animazione che a quello tradizionale. Inoltre il secondo episodio dei prequel ha anche avuto il primato tecnico di essere il primo lungometraggio (non animato) ad essere girato completamente in digitale, abbandonando cioè la pellicola tradizionale in favore di un supporto magnetico. Se gli scorsi episodi hanno suscitato le ire di molti professionisti dell'ambiente, e non solo puristi, che hanno visto in questi film i primi attacchi al cinema tradizionale e artistico (critica legata anche al presunto carattere meccanico e freddo del supporto digitale), credo che Episode III scatenerà un putiferio. Se infatti prima le critiche potevano essere attenuate da un effettivo plauso per i risultati eccellenti ottenuti nel campo degli effetti speciali (tengo a precisare che tutti i cloni di Episodio II sono completamente creati al computer, come le ambientazioni, le navi, i pianeti...), e pensiamo per esempio a uno Yoda che non solo rende inguardabili i precedenti pupazzi ma addirittura combatte senza risultare ridicolo (e il rischio era alto...), con l'uscita di Episode III qualcosa sarà diverso. In primo luogo ci sono già altre pellicole,e mi riferisco in particolare a "Il Ritorno del Re" di Peter Jackson, che hanno mostrato quasi il punto limite, quella minuscola distanza che separa gli odierni effetti speciali dal fotorealismo, e poi questa volta la Industrial Light & Magic, la società di effetti speciali creata da Lucas, si è spinta davvero in territori che oserei definire "tabù". Vi ricordate "Final Fantasy", il film in computer graphic di qualche anno fa? Al di là della sua qualità artistica, scatenò un vero putiferio fra gli addetti ai lavori, in particolare fra gli attori, che presagivano un futuro senza più umani, ma solo facce e corpi ricreati al computer. La critica però si calmò, anche in vista dello scarso successo di pubblico del film, e rimase solo una assai remota possibilità, quasi da fantascienza, usata anche come idea per film originali ("S1m0ne"). Il problema è che con Episode III tutto questo non potrà che risaltare fuori, perchè i cloni non avranno sempre il casco in testa, ma saranno spesso a viso scoperto. Ricreato completamente a computer sulla base di Temuera Morrison, l'attore che impersonava Jango Fett in Episode II, e reso più giovane perchè ancora non corrispondente all'età del prototipo. E non pensiate che queste facce verranno piazzate sullo sfondo, in secondo piano. Uno dei cloni diventerà molto amico del "generale" Obi-Wan e anche qui nessun attore è stato chiamato per impersonarlo. Anche per i protagonisti sono state create delle perfette controparti digitali, che li sostituiranno talvolta anche per alcuni primi piani. E la differenza, grazie all'avanzamento della tecnologia, assicurano non si noterà affatto. Attori in pensione in un prossimo futuro? Io non credo proprio, ho solo voluto segnalare quello che secondo me sarà uno degli argomenti più discussi all'uscita di questo, attesissimo, film. Comunque George Lucas si dimostra, come sempre, uno dei cineasti più attenti all'innovazione tecnologica e alla sua applicazione pratica nel cinema, un aspetto questo che non va visto come assoluto abbandono del comparto narrativo del film. Tenete ben presente che quando si parla di "arte" riferita a un film, non bisogna mai tralasciare il suo comparto tecnico. Anche i primissimi registi spermentavano di continuo con i nuovi mezzi messi a disposizione dal progresso scientifico, e in quest'ottica George Lucas è forse il più grande sperimentatore di nuove tecnologie del cinema contemporaneo.

Questa è la situazione al 3 Marzo (oramai 4) 2004. Di sicuro nei prossimi mesi molto altro ancora uscirà dalla bocca della Lucasfilm e non solo. Nel frattempo, in attesa del teaser trailer presumibilmente in programma per Ottobre (lo inseriranno nel cofanetto della trilogia originale?), su Cartoon Network va in onda una serie animata chiamata "The Clone Wars", che narra appunto gli avvenimenti della guerra dei cloni, ovviamente assenti in episodio III. Sono piccoli episodi di pochi minuti l'uno, con uno stile accantivante ma ben poco spessore da quello che sembra. Si sappia però che pare l'unico modo per vedere il misterioso generale Grievous, che pare comparirà negli ultimi episodi... A domani!
martedì, marzo 02, 2004
Introducing...

Dario
l'orsetto
proletario
(nuova mascotte di questo blog)
lunedì, marzo 01, 2004
Troppi?
11 statuette a "Il Ritorno del Re", praticamente tutte quelle per cui era stato nominato, arrivando quindi al traguardo insuperato di "Titanic" e "Ben Hur". 1 solo Oscar a "Lost in Translation", per la sceneggiatura originale. 2 a Mystic River, per i due attori maschi (sarà felice il Pelo).
Considerazioni veloci prima di andare a Bologna: se la Academy voleva fare capire di avere abbandonato il pregiudizio sui film fantasy/science fiction lo ha fatto senza alcun dubbio. Ma senza freno. Senza alcun dubbio l'ultimo episodio della saga de "Il Signore degli Anelli" meritava di vincere nelle categorie per cui è stato nominato, e quindi ci stanno anche le 11 statuette, ma stonano decisamente con la magra di premi ricevuti gli anni scorsi dai precedenti episodi, soprattutto il primo, artisticamente eccellente. E' giusto capire la mossa: con questi premi (comuqnue, ripeto, meritati) l'Academy ha voluto consacrare un autore e la sua opera che negli anni scorsi aveva, ingiustamente, snobbato. Quindi gloria a Peter Jackson e complimenti agli attori premiati, tutti bravi (a parte Charlize Teron di cui non posso parlare, "Monster" qui deve ancora uscire), anche se per Reene Zellweger è stato attuato lo stesso procedimento de "Il Riotorno del Re": erano romai diversi anni che veniva nominata e alla fine la statuetta l'ha ricevuta, anche se "Cold Mountain" non è certo il film in cui si fa più notare. Ultimo rammarico: Bill Murray, che nonostante fosse la prima candidatura, ha alle spalle una carriera di personaggi strepitosi e meritava davvero il premio. Perchè? Volete andare a vedere "Lost in Translation", porco boia? Ecco, forse questo film in generale meritava qualcosa di più di una sola statuetta. Peccato.
Ultima cosa: godo come un riccio per quella faccia di cazzo di Alec Baldwin che sbandierava ai quattro venti di essere sicuro della vincita (come attore non protagonista) e spiegava anche le ragioni statistiche di questo. Bombardate i Baldwin!
|