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giovedì, aprile 29, 2004
Pomeriggi al cinema
Oggi sono tornato a vedere "Kill Bil vol.2" e questo mi dà l'occasione di riparlarne brevemente. Appurato che Tarantino ha voluto dare un taglio completamente differente rispetto al primo episodio permangono però molti dubbi sulla sua effettiva riuscita. Chiariamo: questa volta me lo sono goduto molto di più. Vuoi la stanchezza di quella sera, vuoi il confronto obbligato col primo che avevo appena visto, insomma, tutti i suoi difetti mi erano saltati all'occhio in modo notevole. Oggi ho cercato di prestare più attenzione alla costruzione del racconto e ai dettagli, alla scelta musicale e ai personaggi. Direi che la mia valutazione rimane la stessa: ovvero che "Kill Bill vol.2" è un gran film che però non può ambire al capolavoro. E se qualcuno ha frainteso i miei discorsi precedenti e pensa che attribuisca questa "pecca" alla natura più introspettiva e dialogata che il regista ha voluto utilizzare... beh, si sbaglia di grosso. Per me la scelta di Tarantino è comprensibile e anche ammirevole, è la sua resa che lascia perplessi. Nell'ultima parte in particolare, il famigerato "last chapter", il ritmo già abbastanza lento cede completamente, e nel lungo discorso fra Bill e Beatrix suona davvero di troppo il flashback sulla scoperta della gravidanza, a mio parere il punto più inutile e fastidioso del film. L'ultimo capitolo dura 45 minuti precisi; si poteva decisamente ridurre e rendere più snello il racconto. Quindi la mia critica va in primo luogo al ritmo e ai tempi del racconto, non sempre azzeccati. Questa è la pecca più grande di "Kill Bill vol.2". L'unica persona che ha avuto la mia stessa reazione su questo film è stato Corso, compagno di classe di Berto, con cui oggi, all'uscita della sala, mi sono ritrovato a condividere la delusione per la minore genuinità e leggerezza di questo episodio che, anche secondo lui, è palesemente inferiore al primo. E nuovamente ci siamo trovati d'accordo nell'incoronare il maestro Pai Mei personaggio migliore della pellicola, senza dubbio il più memorabile.
Però basta criticare "Kill Bill vol.2", l'ho già fatto più volte e ho esaurito davvero tutto ciò che potevo trovare di negativo su questo film. Quindi bando alle lamentele e via con gli elogi, per un film che ho "massacrato" così tanto solo perchè mi aspettavo tantissimo, ma che in realtà merita comunque tanta stima. Allora viva Budd e il suo camper disastrato, con bottiglie di whisky sparse ovunque e poster di film con Charles Bronosn, la sua ambigua condotta morale e il suo "fottuto cappello da cowboy". Viva Elle Driver e le sue innumerevoli bende per l'occhio, il suo "culo rinsecchito" e la sua puttanaggine astronomica (non posso perdonarla per quello che ha fatto!!!). Viva Pai Mei, la sua barba e le sue sopracciglia, le sua mancanza di rughe anche se ha mille anni, il suo tempio e la pellicola rovinata. Viva Bill, i suoi vestiti, il suo flauto e il suo stile. Viva anche la musica, che all'inizio avevo denigrato, ma che in realtà è solo più "latineggiante" e leoniana, con un'azzeccatissima canzone scelta per i titoli di coda (la prima, non "Goodnight Moon"!). E quindi viva Tarantino e il suo film diviso a metà. E che resti diviso a metà perchè così ci fa una gran bella figura e rischierebbe di diventare troppo pesante.
Viva anche il Pelo e Marco, che ritrovo nella sala esaltati come ragazzini. Mentre uscivo dalla proiezione il cantante della "Corte dei Miracoli" (il Pelo, non Marco!) esprimeva in modo inequivocabile la sua approvazione. E' sempre una goduria vedere film del genere. A proposito: voi siete rimasti a vedere tutti i titoli di coda. Ci sono altre chicche come il rangraziamento a Robert Rodriguez come nel primo?
Concludo con un quiz che più bastardo non si può:
PREMIO GIGIO
In "Kill Bill volume1" compare Kristin Davis, la protagonista mora della serie tv "Sex and the City". Incredibile? Eppure c'è e io l'ho individuata. Onore e gloria a chi riesce a dirmi dove si trova!!!!
mercoledì, aprile 28, 2004
Oggi io, Berto e Fra siamo andati così per cazzeggiare da Toyland. Abbiamo trovato i pupazzi di Cesare Cremonini (una scimmia) e il bassista Ballo (un leone) che parlano. Ovviamente Berto li ha comprati subito. Oltre a questo tre cose da scompisciarsi:
-Il pupazzo di Ballo parlava appena lo muovevi appena; questo vuol dire che mentre ci aggiravamo per il negozio e pagavamo si continuava a sentire :"Ciao sono Ballo, il bassista dei Lunapop! Ti piace il mio giro di basso? -giro di basso- yeah!". Il tutto con perfetto accento bolognese. Anche il giro di basso.
-Subito dopo aver pagato la merce io e Fra captiamo una discussione fra la commessa e un cliente appena arrivato. Non sappiamo cosa abbia chiesto il cliente, ma la signora del negozio ha detto: "Mi spiace, ma i pupazzi dei Lunapop sono finiti.!" (GIURO!)
-Non possono appendere un cartello del genere e pretendere che io non pianga dal ridere davanti a loro:

Comunque qua sotto c'è un altro post. Serio.
martedì, aprile 27, 2004
What is the Matrix?
- "The Matrix" NON è filosofia. Le cose stanno in un modo leggermente diverso: "The Matrix" è una sintesi di molti aspetti aspetti culturali. Il fatto che fra questi compaiano le filosofie orientali non implica automaticamente che esista una "filosofia Matrix".
-"The Matrix" è un film di fantascienza e un film d'azione. Ha avuto più successo per il primo o per il secondo aspetto? Io opterei per il secondo. Questo per due ragioni: la prima è la notevole influenza nel cinema d'azione hollywwodiano, la seconda è il successo sicuramente minore che avrebbe avuto spogliato di questa componente e lasciata solo quella fantascientifica. Sarebbe forse diventato ugualmente un piccolo "cult movie", ma si sarebbe fermato lì. Niente clamore mediatico e niente seguiti improbabili.
-"The Matrix" non è originale a livello contenutistico. E' invece una fusione azzeccata e affascinante di diverse temi. Il richiamo più evidente è Terminator, ma ci vorrebbero lunghe ricerche per trovare ogni singolo richiamo. Non ne ho nè le capacità nè la voglia.
-"The Matrix" propone elementi originali a livello stilistico. Tutti i vari virtuosismi di macchina e i ralenti sui proiettili non si erano mai visti. Ci hanno pensato prima i Wachoski e a loro va il merito. E, in questo film almeno, non si possono ancora dichiarare gratuiti.
-"The Matrix" non è una maschera formale che ne copre una contenutistica. Anche i suoi più grandi detrattori non possono negare che questo film possegga una sua sostanza e non viva solo di espedienti visivi. E' un esempio invidiabile di perfetta convivenza dei due aspetti.
- "The Matrix" è un grandissimo film ed è autoconclusivo. Guardatevi la scena finale e capirete che non prevede alcun seguito.
Ulteriori considerazioni però meritano una trattazione slegata dalla struttura schematica qui sopra proposta. The Zar sul suo blog si lamenta del fatto che qualcuno consideri Matrix una filosofia. E fa bene. Però a mio parere c'è una concezione, se lui me lo consente, un pò "antiquata" in quello che scrive dopo. Perchè traspare un'uguaglianza rischiosa, ovvero film d'azione= film non colto. Ciò non viene espresso chiaramente ma si può notare abbastanza una volta finito di leggere il post. Viene citato "Arancia Meccanica" come esempio di cinema impegnato a livello culturale. Perfetto. Il rischio è però quello di individuare al cultura con il messaggio proposto. Certo, questo non è il caso dell'opera di Kubrick, ma il processo che viene messo in atto è questo. "Matrix" non è filosofia e non parla di filosofia, giusto? Ci sono film invece che hanno intentenzioni culturalmente elevate ma però si rivelano minori dal punto di vista cinematografico, ovvero in quanto rappresentazione filmica. Questi sono film culturalmente bassi e vuoti, non Matrix. Il film dei fratelli Wachoski è cultura, perchè è uno dei migliori film di fantascienza/azione di questi anni. Questa non è cultura? Una storia appassionante riprodotta secondo modelli cinematografici innovativi non si può definire "colta"? "Terminator"è cultura. "Seven" è cultura. "I Blues Brothers" è cultura. Sto solo citando alcuni film che posseggo in dvd e che ho davanti. Vedo anche "Platoon". Ecco un'ottimo esempio: un film sul Vietnam che cerca di rendere al meglio la crudeltà e l'insensatezza della guerra. Intenti nobili e alti. Eppure a mio parere questo film è meno "cultura" di quelli appena citati, un film su un robot assassino, un thriller ad alta tensione e una commedia musicale. Questo perchè cinematograficamente "Platoon" ha diverse pecche, non buca, si pone come critica ma non riesce a risolverla all'infuori di un semplice, anche se emozionante e passionale, dramma umano. Vietnam? "Apocalypse Now"e non se ne parla più. Non so se sono stato chiaro nel mio discorso. Voglio solo far capire ai lettori che giudicare un'opera filmica solo in base al messaggio che si vuole portare è un'operazione assolutamente "snob", e per questo sbagliata. Mentre invece opere apparentemente meno "impegnate" e più commerciali possono a volte possedere un valore artistico decisamente maggiore.
Oddio mi sono espresso in poche righe e in parole davvero poverissime. Concludo dicendo che "Matrix" per me rimane un film incredibile e bellissimo e occupa un posto di primo piano nel cinema hollywoodiano, e mondiale, contemporaneo. Questo al di fuori della sua influenza e del successo al botteghino. L'unico suo errore è quello di avere due seguiti nati per scopi prettamente finanziari e per cui si è spinto sull'interpretazione filosofica per giustificare un pastrocchio incomprensibile troncato a metà. Il terzo è più meritevole, se non altro perchè ci si fanno meno seghe mentali e la qualità visiva è migliore. Ma il primo resta quello che è, e va visto cancellando dalla mente gli episodi successivi.
A domani.
lunedì, aprile 26, 2004
Ancora Bill
Ritorno nuovamente su quello che pare essere diventato l'argomento preferito di questo blog, ovvero "Kill Bill vol.2". Praticamente tutti avete detto la vostra con ottime e approfondite argomentazioni; di questo sono molto felice, perchè è quello che ho sempre sperato di fare con questo sito, ovvero innescare una reazione e sentire le diverse opinioni di ognuno. Nello scrivere questo post dò per scontato tutto ciò che è stato detto in precedenza, quindi i vari commenti dello Zar, di Minerva, del Pelo e del Castell, che ha anche creato un post sul suo blog decisamente interessante. Lui infatti, che come me era rimasto leggermente "turbato" all'uscita dalla sala, ha pensato di analizzare in maniera estremamente razionali i motivi che ci possono spingere ad essere favorevoli o contrari al film. Abbiamo i "perchè si" e i "perchè no" e tutti i punti mi paiono azzeccati, molto corretti. Alla fine del tutto però esprime il suo giudizio personale, anche se all'inizio voleva astenersi (ma è giusto così, ciò che si pensa va detto), e "rivaluta" quello che all'inizio aveva creato non pochi problemi. Problemi, come mette giustamente in luce il Castell, legati all'aspettativa sia di un regista eccellente sia di un'episodio precedente di cui il film in sala rappresenta la conclusione. Questo è comprensibile da chiunque. Però io mi vorrei soffermare sull'ipotesi che mette in piedi nell'ultimo paragrafo, ovvero: se il film non fosse uscito diviso ma lungo 4 ore, senza mesi di attesa ed elogi, lo avremmo giudicato male? O meglio: avremmo detto che la prima metà era bella e la seconda no? Il Castell dice di no. Io invece, e mi sembra di averlo accennato da qualche parte, credo che sarebbe stato proprio così.
La situazione è quasi paradossale: il post del Castell mi è piaciuto molto, e l'analisi che compie del film è a mio parere molto azzeccata. E' vero, il sistema dei personaggi qui è diverso. Tutto è diverso, e la sequenza iniziale ce lo dimostra perfettamente. Nonostante però questo accordo di idee io arrivo a conclusioni decisamente opposte. Il fatto che la situazione stia in questo modo per me è un'elemento prettamente negativo. E anche l'ipotesi che sia stato concepito come un film unico fa stare ancora meno in piedi questa storia. Perchè un film -uno solo- che contenga al suo interno due parti con registri narrativi praticamente opposti, antitetici, è una mostruosita. La narrazione deve per forza essere omogenea, altrimenti si hanno degli squilibri, delle cadute incredibili. Un regista non può cambiare le carte a metà del film. E' una cosa che semplicemente non si può fare, perchè lo spettatore non glielo permette. Non ci si può rimettere in gioco dopo un'ora e quaranta di proiezione! E' già una grandissima impresa fare accettare allo spettatore le regole del gioco - e infatti molti, in "Kill Bill vol.1", non lo hanno fatto e gli ha fatto schifo -, pensiamo poi a cambiarle a metà del film!!! Io credo che le cose stiano in questo modo. Tarantino ha voluto dare a ogni volume un'"anima" differente, e questo lo ha fatto tramite il montaggio. Perchè in "Kill Bill vol.2" è stata tagliata di netto la sequenza - visibile nel trailer e già annunciata come contenuto speciale del dvd- del combattimento fra Bill e un campione mondiale di arti marziali? Tutti, David Carradine compreso, la ritengono splendida. Invece è stata omessa perchè mal si adattava con lo spirito esplicativo/introspettivo che Tarantino ha voluto dare a questo volume conclusivo. Tarantino ha fatto questa scelta. In molti l'hanno apprezzata (Pelo, Zar, la critica americana, anche il Castell) ad altri invece ha lasciato perplessi. Io personalmente non apprezzo questa iniziativa; da una parte perchè mi sembra una sorta di correzione a ciò che non tutti avevano mandato giù, dall'altra perchè, anche nell'ottica diversa e opposta al primo volume, continuo a vedere enormi squilibri nella struttura del film. Quando ho affermato che questo film "spiega troppo" intendevo anche la grande mole di dialoghi. Sto leggendo un bellissimo libro di Truffaut su Hitchcok, un lunghissimo dialogo fra i due sulla filmografia del regista inglese e il cinema tout court, e una considerazione mi ha colpito molto. Per Hitchcock il film perfetto è quello in cui si reisce a fare a meno il più possibile dei dialoghi: le emozioni, i sentimenti, la "suspence", i concetti vanno espressi con i mezzi cinematografici. Non tanto con le espressioni degli attori, quanto proprio con l'utilizzo dell'espressione filmica, ovvero con il linguaggio del cinema. Leggendo questo mi è sembrato che "Kill Bill vol.1" fosse estremamente convincente: non sono gli attori che parlano ed esprimono i concetti, è la macchina da presa. Nel secondo volume invece mi pare che questa condizione venga meno; questo intendo quando dico che "il film spiega troppo".
Un'altra considerazione che ho fatto ieri sera mi è nata ancora una volta dall'illuminante post del Castell. Egli dice di aver pensato a lungo a questo film e di essere giunto alla conclusione che "è un ottimo lavoro ugualmente". Più o meno tutti quelli che lo hanno visto si sono trovati di fronte a qualcosa di differente e quindi hanno dovuto rivedere molte delle loro idee. Qui però vorrei inserire una premessa: io non mi considero, anche nella vita ma qui parliamo a livello cinematografico, una persona chiusa di mente. Cerco sempre di avere meno pregiudizi possibili su quello che sto per vedere e alla fine provo sempre a valutare oggettivamente quelli che sono gli aspetti positivi di un'opera. Sono andato a vedere "Matrix Revolutions" e l'ho trovato, nonostante gli enormi difetti, rispettabile. "Ritorno a Cold Mountain" ha una grandissima dignità, e non mi scandalizzo nel difenderlo. Esempio più stupido: ho visto "Maial College" e, a conti fatti, lo ritengo forse più sincero di un "American Pie", che può essere realizzato meglio ma alla fine risulta moralistico quanto una puntata di Seventh Heaven. Credo insomma di riuscire a vedere, dove possibile, i piccoli pregi oggettivi che spesso si trascurano per pregiudizi intellettualoidi. Non mi sembra quindi che qui esista una persona prevenuta (io) che critica "Kill Bill vol.2" solo perchè non ha incontrato le sue aspettative (che è vero, ma non risulta fondamentale per il mio giudizio). Dopo essere giunto a queste conclusioni mi sono nate spontanee molte domande che qui trascrivo: perchè non possiamo ammettere che questo film ci è piaciuto di meno, che è solamente "normale"? Perchè più semplicemente non riusciamo a mandare giù che a Tarantino questa volta qualcosa sia andato storto? Non stiamo forse cercando dei motivi per colmare la NOSTRA insoddisfazione? Tarantino è un regista geniale e tutti quelli che ne hanno parlato nei vari commenti hanno amato alla follia i suoi film. E a noi, anzi parliamo di me... io mi rendo conto che faccio davvero fatica ad accettare questa cosa. E' faticoso ma per me è ancora più arduo ammettere il falso: perchè "Kill Bill vol.2" non mi è piaciuto, e non posso farci nulla. Riesco però benissimo a comprendere che la mia mente ha cercato di colmare questa delusione. Cazzo, è "Kill Bill vol.2"!!!! E' Tarantino! Deve per forza essere un'opera geniale!! Sforzati, cerca qualcosa... no. Purtroppo gli unici aspetti positivi, e molto a mio parere, sono quelli che già avevo gustato in sala e che ho riportato nel primo post. La domanda quindi che pongo - polemicamente, non c'è dubbio- è: non stiamo forse mentendo a noi stessi in virtù di un dogma che non vogliamo infrangere?
A domani.
venerdì, aprile 23, 2004
Schizofrenia
Tarantiniana vol.1
(che è meglio)
Assistere a una maratona comporta molti pregi ma nel contempo anche alcuni difetti; la possibilità di vedersi i film che ci hanno appassionato uno dopo l'altro, sul grande schermo, è senza dubbio un'opportunità rara, che esula dalla normale programmazione commerciale di una sala cinematografica. E quindi da prendere al volo. Bisogna però anche considerare il fattore stanchezza, che forse non si è presentato nella visione dei singoli film ma può fare capolino nel vederli uno dietro l'altro, penalizzando quindi la visione stessa. E' ovvio che un vero "fan" della saga in questione se ne sbatte altamente di questo aspetto; lui vuole vedersi, per esempio, i suoi episodi de "Il Signore degli Anelli" tutti in fila e l'aspetto "fisico", cioè del SUO fisico, passa decisamente in secondo piano. Questo vale per le maratone di film "già visti". Un'ulteriore aggiunta si può ricavare nel caso particolare in cui uno degli episodi sia inedito, completamente nuovo per il pubblico in sala. La reazione, o meglio il gradimento di quest'ultimo sarà in questa situazione fortemente legato al confronto con gli episodi precedenti, appena ri-visti nella stessa sala. Il pubblico può accogliere positivamente questa nuova "puntata" perchè migliore o qualitativamente sullo stesso piano delle precedenti. Oppure, caso raro perchè per le maratone si parla comunque sempre di "fan", gente che è disposta a rinchiudersi diverse ore per vedere tutta la saga nella sua completezza, la novità del giorno, il seguito può deludere, perchè messo a confronto con le altre sue parti si rivela inferiore. Non sapete quanto sia triste nel dirlo ma ieri sera è questa la sensazione che ho provato nel vedere "Kill Bill vol.2", film verso il quale mi si può dire tutto tranne di essere prevenuto. Mi sono davvero depresso nel constatare di aver goduto molto più nell'ennesima visione della prima parte, una visione tutto sommato consapevolmente "fiacca", stanca, perchè era per me la quarta o quinta volta, che nella scoperta del nuovo episodio. E lo stupore era grande perchè... insomma, questo film lo aspettavo da mesi! Ho spiegato come nel particolare contesto di "maratona" il cervello giudichi l'opera in stretta correlazione alle alre parti. Procedimento che io ritengo errato, perchè un film va criticato nella sua individualità, non nel "è meglio" o "è peggio". Anche se in questo caso si può parlare forse di procedimento "parzialmente" errato. Perchè di fatto "Kill Bill" è stato pensato come un'unico film, aspetto che si vedeva poco nel primo episodio ma che salta particolarmente all'occhio nel secondo. Ma, per venire al punto, perchè una persona che ha osannato alla follia "Kill Bill vol.1" fa improvvisamente dietrofront dinanzi a "Kill Bill vol.2"? Per evitare incomprensioni, fornirò tutte le precisazioni prima di parlare nel particolare del film. Io ho detto che "Kill Bill vol.2" mi ha deluso, e questa è un giudizio che non si può cambiare nel tempo; non è questione di "piace/non mi piace", è proprio una delusione, legata a quel particolare momento. E non si cambia idea su un fatto preciso, che non è nè un'idea nè un'interpretazione. Passiamo poi alla precisazione più importante: "Kill Bill vol.2" non è affatto un brutto film. Anzi. "Kill Bill vol.2" è un bel film, decisamente sopra la media. Cercate di capire però che questo fa un pò male, detto da uno che continua a non scandalizzarsi nel chiamare il volume 1 un capolavoro. Chiarito questo cerchiamo di entrare nel vivo del discorso.
"Kill Bill vol.2" è molto diverso da "Kill Bill vol.1". E' più lungo, più lento e meno movimentato. Più profondo? Non credo. Comunque questa differenza sostanziale fra le due parti credo non possa sfuggire a nessuno, è davvero evidente. Già dalla prima sequenza, ovvero la ricostruzione, "finalmente" esaustiva, del massacro nell cappella i Two Pines a El Paso. L'impronta dell'opera, come sempre, è tutta all'inizio. Vediamo quindi i due sposi alle loro prove di nozze che conversano con il prete, con il suonatore di organo (Samuel L. Jackson), dopodichè la protagonista esce un'attimo a prendere una boccata d'aria. Qui finalmente ci viene mostrato il volto di Bill, che è intento a suonare un flauto, e che comincia un lungo dialogo con la sposa. Entrano in chiesa, Bill conosce lo sposo, si siede mentre continuano le prove e i quattro sicari entrano. Il seguito lo sappiamo fin troppo bene. Eccolo qui "Kill Bill vol.2". Ovvero lunghe conversazioni, moltissime pause e pochi combattimenti (ma incredibili, questo si); ovvero un ritmo lento, discontinuo, fatto di accelerazioni e improvvise frenate, di lunghe attese che raramente vengono ripagate e di flashback (troppo) rivelatori. A ben vedere tutta la struttura narrativa di questo episodio sembra più tradizionale che in passato; il film sostanzialmente inizia con un lungo flashback iniziale (la cappella), ma poi procede su binari molto dritti, con un senso cronologico solo a tratti costellato da altri flashback che, messi in fila, rispettano a loro volta un'ordine temporale preciso. Manca qui tutto il frizzante piacere narrativo che era una delle caratteristiche fondamentali del primo episodio, che era, e lo ripeterò più volte, un meccanismo assolutamente perfetto, in cui le varie parti combaciavano fra loro in maniera esemplare. Un'altra pecca di questa seconda parte? Si prende troppo sul serio. "Kill Bill Vol.1" era godibilissimo nella misura in cui l'esagerazione veniva sempre sottolineata da una vena ironica non fraintendibile: i lamenti dei combattenti mutilati, i suoni udibili quando si saltava da un tavolo all'altro etc... qui c'è l'impressione che Tarantino si sia spinto un pò troppo oltre. A ben vedere il difetto più grande di "Kill Bill vol.2" è proprio l'inadeguato bilanciamento delle varie parti, un fattore che invece renede l'opera precedente quel gioiello che è. In questo invece prima di tutto ci sono troppi dialoghi: questo non sempre è un problema, ma bisogan dare il giusto ritmo, fare pause, staccare per alimentare l'attenzione dello spettatore quando sta calando. In molti punti devo ammettere che "Kill Bill vol.2" mi ha annoiato. Prendiamo per esempio lo scambio di battute fra Bill e la sposa, sia quello iniziale ma, soprattutto, quello finale. In quest'ultimo la "noia" è spezzata da un flashback che spiega l'ultima missione di lei prima di scoprire di essere incinta. Lasciando stare che anche questa parte non è esaltante, è il dialogo in se che è, più che lungo, tirato per le lunghe. Non c'è nemmeno la solita "verve" tarantiniana che ha reso indimenticabili certe frasi di Pulp Fiction. Là si parlava di antologia. Qui si guarda l'orologio. Ok, il discorso sui supereroi e Superman/Clark Kent è tutto Tarantiniano, ma oggettivamente al di sotto del suo standard. Stesso vale per gli altri spunti di dialogo presenti nel film (il rimpianto di Elle, la storia di Pai Mei, il direttore del locale e le sue battute...). Un altro fattore inoltre penalizzante riguardo a questi scambi di battute è che spiegano troppo. Più in generale tutto il film spiega troppo. C'è una voglia di rendere chiara ogni cosa che non trova un necessario motivo logico. Questo si rende in una continua sbrodolata di domande e spiegazioni che tolgono molto al fascino della storia. Proprio quest'ultima poi è chiaramente sottotono e non soddisfa le aspettative createsi durante il primo episodio. Parlando di "Kill Bill vol.1" devo aver detto, da qualche parte, che la vicenda in se non è l'elemento più importante. Ma questo valeva appunto per quella prima, insuperata, parte, poichè era lo stile incredibile, il modo straordinario di raccontarla che faceva la magia. Qui, non potendosi lo spettatore appoggiare a una trattazione dinamica e sorprendente come in passato sbatte contro alla enorme esilità dell'intreccio. Cosa vuol dire? Che se non stupisci nella modalità del racconto o hai un'ottimo materiale che comunque sta in piedi da se, oppure il castello crolla. Senza parlare poi di originalità. No, non mi sto contraddicendo con ciò che avevo scritto in passato. A Ottobre ero rimasto sconvolto dalle continue invenzioni, o meglio re-invenzioni, con cui Tarantino rilanciava le emozioni dello spettatore. I porta-katana, il pussy-wagon, la battaglia in silouette etc.. erano idee accattivanti. E anche l'operazione di recupero e riabilitazione dei generi da lui preferiti è una cosa che male si adatta alle contemporanee leggi di mercato. Ma quando parlo di poca originalità per "Kill Bill vol.2" intendo dire che praticamente sempre la faccenda si risolve nel modo più prevedile e scontato. Ma ci pensate che bello se un film chiamato "Kill Bill" finisse con Bill che la passa liscia, o addirittura con la protagonista che lo perdona e accetta di vivere con lui? Ebbene si, alla fine Bill muore. E se devo continuare con gli spoiler gratuiti (sai che roba...) devo anche annunciare che lascia questo mondo senza troppi "problemi". Si, la parte finale è decisamente quella che mi ha deluso di più. Per mettere il dito nella piaga poi aggiungiamo che anche il commento musicale non è indimenticabile questa volta, ripetendo gli stessi temi troppe volte e aggiungendone di nuovi che decisamente stonano per gusti con quelle abituali (mi riferisco alla canzone udibile mentre la sposa guarda la videocassetta a letto con "BEEP" e "Goodnight Moon" degli Shivaree che accompagna i titoli di coda, forse l'accostamento più stridente della storia).
Fin qui i lati negativi, ma sarei un cane a non parlare di alcune cosine che mi hanno fatto impazzire. Anche se in questo caso, quando si individuano elementi MOLTO positivi in un contesto tutto sommato criticabile, ci si rattrista per l'occasione sprecata. Personaggio migliore di questo secondo episodio è per me Pai Mei, il maestro di arti marziali cinese. La sequenza dell'allenamento è quella che ho trovato più godibile e "legata" allo spirito della prima parte. Questo maestro dalla lunga barba che si liscia continuamente e che sembra essere uscito da un film cinese degli anni '70 possiede la giusta carica ironica e reverenziale da rimanere ben impresso in testa. Peccato per lui e peccato anche per Bill, uno stupendo David Carradine che, oltre a perdere un pò nel doppiaggio, non viene mai davvero usato. Come ho già detto in passato ha stile da vendere, ma quello che sembra interessare di più a Tarantino è indagare i motivi del suo gesto verso la sposa e fargli narrare storie particolaramente noiose. Michael Madsen invece, il killer ormai alcolizzato Budd, come al solito parla con la faccia, ma non si può non rimanere delusi nella fine che fa (anche qui: quanto sarà banale e prevedibile questa scena?). Elle Driver invece è cattiva, tanto, e il suo "catfight" con la sposa è una grandissima sequenza d'azione che merita ogni plauso.
Tiriamo ora le somme, anche perchè mi sembra di non essere stato ai patti con Dario (meno di 400 righe eh?) e, a dire la verità, devo anche uscire. "Kill Bill" è stato girato come un singolo film. Eppure per la sua lunghezza esagerata la Miramax ha deciso di tagliarlo a metà, per puri scopi commerciali. Il risultato? Abbiamo una prima parte di 1 ora e 40 minuti che, forse anche per merito della sua relativa brevità, colpisce come pochi altri film. E' un concentrato di idee e stile che non stacca lo spettatore un minuto dalla sedia, nutrendolo anche con le adeguate e affascinanti domande che avranno risposta nel secondo. Questa attesa magistrale però cade con il montaggio della seconda parte, che è 1) troppo lunga, 2) conseguentemente poco bilanciata fra le parti e 3) rivela una seconda parte di trama che non riesce a mantenere le alte promesse fatte col primo episodio, svelando troppo e risolvendosi nei modi più banali. Come è possibile che un film ideato in una seduta unica, girato come un opera singola, riesca a sdoppiarsi in una parte eccellente e una poco più che buona non lo so. So solo che per me le cose stanno così e mi trovo con un dvd capolavoro in casa e un film buonino nelle sale. Quando Tarantino monterà il tutto come un'opera unica, come già annunciato, ci troveremo allora di fronte a qualcosa di estremamente complesso. Un film praticamente sdoppiato, con un primo terzo decisamente più riuscito dei restanti due. Ma quanti montaggi avranno questi due film? E' stata annunciata anche l'uscita della versione montata per il solo giappone! Solo il tempo lo dirà...
D'altronde mi trovo abbastanza solo in questa mia posizione. La critica americana, che aveva relativamente snobbato il primo episodio, urla al capolavoro per questa seconda parte, che verrà presentata fuori concorso a Cannes. Voi cosa ne pensate? SCRIVETE!!!
Indigestione
Torni a casa a mezzanotte e quaranta e accendendo la televisione vieni a sapere nell'ordine che 1) al Parlamento Europeo è stato segnalato da più parti il pericolo per l'informazione in Italia, dovuto al conflitto di interessi del suo presidente del consiglio (ma si sa: in Europa sono tutti comunisti!) 2) In Parlamento è stata approvata l'estensione del concetto di difesa personale, ora valido anche per le cose, (la Margherita si è astenuta dal voto... grazie!) 3) George Bush ha preso seriamente di mira l'Iran, un'altro dei famosi "stati canaglia", e lo ha detto durante un comunicato stampa che assomiglia molto a quelli precedenti l'invasione dell'Iraq (non lo dico io, lo dice il tizio del Televideo). A parte la prima notizia, che è più una reazione a una situazione già brutta, comunque prevedibilmente sterile, le altre due mi hanno davvero preso il morale e buttato nel bidone che avevo di fianco. Quando avevo sentito della delirante proposta del ministro Castelli ero scoppiato in una grossa risata beffeggiatrice. Il mio stato d'animo era però cambiato quando alla radio avevano annunciato che l'80% degli intervistati in un loro sondaggio vorrebbe una difesa personale sul modello americano. Non sapete com'è? Guardatevi "Bowling a Columbine" e piangete. Perchè qui in Italia poco ci manca... E poi di nuovo quel coglione che si mette a minacciare paesi arabi. Cos'è, George, hai già finito il petrolio in Iraq? Comunque mentre mi incazzavo per questi brutti, bruttissimi tempi, ho fatto un'altra scoperta deprimente. Ovvero che la fame accumulata in una giornata di digiuno non è direttamente proporzionale alla capienza del proprio stomaco. Esatto, sto scoppiando, e non mi stupirei se le pareti della mia stanza fossero improvvisamente imbrattate di cicciolata. Bella visione, vero?
Ah, ormai è ora di levare il sondaggio sulla mascotte del blog. I risultati finali sono questi: "Il fotodinamico Castell" immortalato prima dell'esame di fotografia si accaparra solo 2 voti, "Il Gesù di Mel Gibson" e "Il Generale Grievous" (che molti probabilmente non sanno manche chi è, segno che i miei post sono molto letti...) rimangono entrambi a bocca asciutta con 0 voti, "Robert Mapplethorpe" e "Il Grande Ringo" si devono accontentare di 1 solo voto, mentre i veri vincitori sono "Il culo di Vida Guerra", indiscussa opera d'arte, con 7 voti e soprattutto "Sombrerto", che ottiene ben 11 voti, ovvero il triplo dei lettori di questo blog! C'è qualcosa che mi puzza... comunque come potete vedere da un paio di giorni queste pagine hanno già trovato una mascotte, ovvero Gigio, l'angioletto protagonista di innumerevoli filmati fatti ben 7 anni fa. A Sombrerto quindi concedo solo una nuova apparizione in questo post. E ora si cambia sondaggio: VOTA IL POLITICO PIU' DISGUSTOSO!!! E' un sondaggio a eliminazione diretta e in vari turni, che terrò al massimo tre gionri ognuno. Sbrigatevi a votare il vostro "favorito"!

Molti probabilmente si aspettavano un post su "Kill Bill vol.2", che ho visto qualche ora fa. Purtroppo mi rendo conto che, causa indigestione e, soprattutto, la mole dei miei pensieri, rimando a domani mattina, domani sera al massimo. Ma attenzione!!! Potreste rimanere sorpresi da quello che scriverò...
martedì, aprile 20, 2004
Manca poco...
Come potete intuire dall'immagine qui sopra si sta avvicinando sempre più il momento che ogni fan dell'ultimo film di Tarantino aspetta dalla sua conclusione: l'uscita di Kill Bill vol.2. E l'attesa, almeno per me, si sta trasformando in esaltazione preventiva dopo che ho scaricato il trailer lungo, non quello di pochi secondi che qualcuno può anche aver visto al cinema (genialmente non doppiato ma sottotitolato), bensì la versione da due minuti e mezzo che mi ha decisamente sconvolto. Sono solo tre i trailer che mi hanno appassionato e costretto a rivederli più e più volte senza mai stancarmi, anzi accrescendo ad ogni visione la mia eccitazione: il primo è quello di Episodio I, forse uno dei più famosi di sempre. Dopo 22 anni di astinenza da Guerre Stellari la gente era impazzita e molti si recavano in sala solo per vedere questo trailer e poi lasciare la sala quando iniziava il film vero e proprio. E' stato anche il primo trailer ad avere la sua maggiore diffusione su internet, e praticamente ogni fan di Guerre Stellari ne aveva uno sul suo Pc (Francesco lo aveva messo all'avvio di Windows!!!). Il secondo è, ovviamente, quello di Episodio II, o meglio quelli di Episodio II, che erano ben quattro ma tutti sempre più esaltanti. Il terzo poi è questo di Kill Bill vol.2. Che fa sperare grandi, grandissime cose. Come nell'episodio precedente sono rimasto sconvolto da come ogni personaggio, ogni oggetto, ogni dettaglio trasudi stile da ogni poro. E non voglio parlare delle inquadrature, del bianco e nero o di altre prodezze estetiche. Mi riferisco materialmente alle scelte per i costumi, per le ambientazioni, insomma per ogni piccola cosa che venga inquadrata. Bill ha una classe incredibile. Applausi a Tarantino che ha scartato Warren Beatty (poveraccio, non lo vuole nessuno...) a cui diceva sempre "Fai questa scena come se tu fossi David Carradine...". E infatti poi ha chiamato proprio David Carradine, che sembra renderà Bill il personaggio più indimenticabile di queste pellicole. Nel primo volume avevamo visto ben poco di lui, le mani al massimo, qui invece già dal trailer lo vediamo interamente con la sua eleganza innata. Warren Beatty voleva vestire Bill in giacca e cravatta, ma Carradine ha pensato che il cattivo del film avesse dei gusti "più personali". E guardando questi due minuti e mezzo si capisce subito cosa volesse dire. Prendiamo anche solo la macchina che guida. Non ci voleva nulla a metterlo al volante di una mercedes coupè ultimo modello o una ferrari. Invece Bill guida un'auto sportiva molto anni '80 che mi fa impazzire. Come ogni vestito che indossa, sempre rigorosamente aperto sul petto. Molti possono dire che questi sono dettagli e in fondo hanno ragione, il valore del film non dipende da questo, ma contribuiscono incredibilmente a rendere questa (queste) pellicole le opere complesse e affascinanti che sono, in puro stile Tarantino, dove un dettaglio, una canzone, sono importanti tanto quanto gli altri elementi del film. Leggende narrano che se non gli avessero dato la licenza per inserire ne "Le Iene" la canzone della scena della tortura, ormai famosissima, avrebbe mandato a monte il progetto... e forse davvero leggenda è, ma significativa della personalità dell'autore. Che tende a circondarsi anche di attori incredibili, fenomenali. E non tanto per le loro capacità recitative (comunque ottime) quanto per la loro, ancora una volta, forte personalità. Prendete Michael Madsen, un uomo che potrebbe tranquillamente recitare lasciando che venga inquadrata la sua faccia, una maschera che parla senza bisogno di parole. Se c'è una critica che i tanti detrattori di Tarantino non possono fargli è quella di mancare di personalità, che non viene meno neanche nella sua mania "citazionista" verso generi da lui amati, qui ben riconoscibile nel maestro Pai Mei, assolutamente eccezionale con la sua lunga barbetta bianca (quando ride e se la liscia con la mano c'è da impazzire...) e nell'inclinazione veso il cinema di Sergio Leone, accentuata dal tema di Morricone. Se avete visto Kill Bill vol.1 SCARICATEVI IMMEDIATAMENTE QUESTO TRAILER (lo trovate su www.jurassicpunk.com) . Non potrete non andare a vederlo immediatamente. Viceversa se non avete ancora visto il primo volume, o voi idioti imbecilli, NON GUARDATE ASSOLUTAMENTE QUESTO TRAILER!!!! Svela aspetti che rovinano completamente la visione del primo film, perciò alla larga. Nel frattempo domani esce in dvd Kill Bill vol.1 e io cercherò in ogni modo di procurarmi i soldi per prenderlo... e dovrò anche cercare di non cadere nella tentazione di rivederlo prima della maratona di Giovedì sera.... che fatica!
lunedì, aprile 19, 2004
Il futuro negli anni '20.
Mentre in tv Socci e i suoi compari Mughini e Giovanardi si divertono a sparare delle immani cazzate e la voglia di trasferirsi in Spagna cresce sempre di più, mi piacerebbe parlare di uno dei film più famosi e controversi della storia del cinema, quel "Metropolis" che il grande regista tedesco Fritz Lang "regalò" al mondo nel 1926 e che fa tanto impazzire l'aspirante ingegnere Pit82. Chiunque abbia un minimo interesse per il cinema incappa per forza in questo titolo, per innumerevoli e varie ragioni. Nel leggere ciò che ne dice Giacomo Manzoli nel suo testo "Trenta passi nella storia del Cinema" (a proposito:in bocca al lupo, Castell!) non posso che sentirmi profondamente intimorito e inadeguato nel descriverlo con parole mie. Ma proviamoci.
"Metropolis" è indubbiamente un'opera ambiziosa, incredibilmente ambiziosa. Forse troppo. In esso si narra della lotta per la liberazione dei lavoratori oppressi in una ipotetica metropoli del futuro, in cui i ceti più abbienti occupano la parte alta della città, una sorta di paradiso terrestre mentre gli operai vivono e lavorano sottoterra. Una giovane donna appartenente agli strati inferiori comincia a incitare la sua gente alla rivolta, costringendo il dittatore a commissionare la creazione di un robot sosia della ribelle per seminare discordia. Solo l'aiuto del figlio del dittatore, innamorato della ragazza, riuscirà a sventare i piani del padre e costruire la speranza di una nuova realtà sociale. In realtà qui più che in altri casi è necessario "vedere" il film per rendersi conto della sua vera natura, che neanche una più dettagliata relazione della trama potrebbe mettere in luce. Questo perchè "Metropolis" trova la sua più grande forza nell'aspetto visivo, nella magnificenza dell'immagine, nella maestosità delle sue costruzioni, in un "titanismo" raramente raggiunto in seguito e che tuttora, a distanza di quasi 80 anni, continua a stupire e affascinare gli spettatori. Basti pensare agli innumerevoli tentativi di replicare un simile impatto e anche alle citazioni, o megli omaggi, che gli sono stati resi nel tempo e di cui non può non saltare all'occhio il D-3BO di Guerre Stellari, modellato da Lucas esplicitamente sul robot langhiano. Al giorno d'oggi al contrario tendiamo a sottovalutare questo aspetto di titanismo, a criticarlo pesantemente, ma questo non deve far pensare automaticamente che una delle due condotte, quella su Metropolis e quella sul cinema contemporaneo, sia errata. Questo perchè bisogna tenere conto di due fattori importantissimi; per prima cosa in questi anni l'aspetto esteriore predomina nettamente quello del contenuto, creando delle opere affascinanti ma vuote e che trovano ben poche giustificazioni al di fuori del mercato. E in secondo luogo dobbiamo ricordarci che c'è stato "Metropolis"! Questo film si pone come base più che del cinema di fantascienza, che comunque non è una classificazione errata, del cinema che vuole sconvolgere visivamente. Allora sarebbe una mancanza molto grave quella di non ricordarsi che proprio in quegli anni si parla di "cinema espressionista tedesco", un'etichetta idealmente nata nel 1919 e di cui "Il Gabinetto del Dottor Caligari" di Robert Wiene è il film "creatore". Da quel momento in poi infatti ogni opera che utilizzasse gli stessi procedimenti formali, le stesse prospettive sghembe, le scenografie allucinate e allucinanti, con linee estremamente tirate, verticali, storte, veniva bollata come "espressionista". I critici però sono cauti nell'estendere questa definizione ai moltissimi film che furono prodotti in quegli anni in Germania, e ai nostri giorni ben pochi sono i film considerati a tutti gli effetti degni dell'aggettivo "espressionista". Metropolis da moltissimi è considerato l'ultimo vero film espressionista, la pellicola che ha chiuso questo grande ciclo del cinema muto. Tuttavia il suo autore ha sempre rifiutato questa idea, negando qualsiasi punto di contatto fra la sua opera e l'espressionismo cinematografico.E sembra quasi una maledizione per questo film quello di essere vittima di continue contraddizioni. A quella che contrappone il suo aspetto "espressionista" e le parole dell'autore se ne aggiunge infatti anche una di natura interpretativa; in America il film fu tacciato di comunismo ma contemporaneamente piacque molto al nazismo, diventando il film preferito di Adolf Hitler. Anche da queste poche righe si capisce quanto "Metropolis" sia un'opera estremamente complessa, tanto facile da vedere quanto difficile da incasellare e giudicare, soprattutto a livello ideologico. Strano, perchè il messaggio, alla fine del film, sembra assolutamente chiaro, privo di ambiguità. Eppure come può sembrare limpido e univoco per noi lo stesso può accadere con un'altra persona che però vi applica un'interpretazione opposta alla nostra. L'esempio dell'America e del Nazismo mi sembra abbastanza emblematico. Allora cosa c'è in "Metropolis" che lo rende così preciso e nello stesso tempo così ambiguo? E' forse ora quindi di staccarsi dall'analisi visiva dell'opera di Lang e passare al suo lato più problematico, ovvero quello della sceneggiatura. Se infatti l'occhio rimane ben più che appagato dopo la proiezione stessa cosa credo non possa dirsi del cervello. Luis Bunuel, altro grande protagonista della storia del cinema, si è espresso in questi termini che voglio riportare pari pari:
"Metropolis non è un film unico: sono due film uniti per il ventre, ma con necessità spirituali divergenti, assolutamente antagonistiche. Quelli che considerano il cinema in quanto valido narratore di storie, patiranno con Metropolis una profonda delusione. Ciò che ci viene narrato è triviale, ampolloso, pedantesco, di un vieto romanticismo. Ma se all'aneddoto preferiamo lo sfondo plastico-fotogenico del film, allora Metropolis colmerà tutte le misure, ci stupirà come il più meraviglioso libro di immagini che sia mai stato composto."
Mi sembrano parole più che perfette, ma forse mancanti di una conclusione importante e logicamente conseguente. Se infatti non prendiamo un'inclinazione personale preferita e lo giudichiamo in termini assoluti Metropolis non può che essere definito un film poco equilibrato. Questo perchè è evidente lo squilibrio fra un'aspetto visivo incredibile e una sceneggiatura che, epurata appunto dall'estetica che la ricopre, non è niente di eclatante. Tutto questo va detto senza nulla togliere all'importanza storica di questo film che, pur non essendo un capolavoro, è a tutti gli effetti una pietra miliare, un colosso che difficilmente può essere dimenticato negli anni. E questo giudizio, che a molti potrebbe sembrare duro o impietoso, non fa che venire rafforzato dai successivi lavori di Fritz Lang, per esempio "M" o "Il Grande Caldo", dolo per citare due dei suoi capolavori che ho visto e che sono in realtà numericamente superiori, comprendendo la gigantesca produzione hollywoodiana che seguì l'auto-esilio dell'autore dalla terra natale. Quindi "Metropolis" a mio parere va un'attimo ridimensionato e ri-pensato al di fuori della influenza fortissima che possiede nel nostro immaginario. E' bene dirlo: chi vede questo film difficilmente può togliersi dalla testa le sue visioni incredibili, le sue immagini "mastodontiche". E' anche vero però che molto meno rimane in testa il suo contenuto e che forse il grande fascino che continua a manifestare nei confronti degli spettatori è più merito del suo richiamo visivo. Ma c'è forse qualcosa di male in ciò?
Per concludere ho volutamente evitato di parlare delle varie versioni disponibili di quest'opera. Per essere breve quelle oggi disponibili sono due. Una filologicamente corretta, perchè basata sulla raccolta delle varie edizioni sparse per il mondo, sceneggiature, appunti e molto altro, condotta da Enno Patalas nel 1984, di 147 minuti (e che è la versione da me vista). Vi è poi quella del musicista Giorgo Moroder, che, nello stesso anno, ha creato una colonna sonora rock per accomgnare le immagini del film, qui lungo 87 minuti. Le opinioni sulla "correttezza" delle due versioni sono varie, e se quasi tutti sembrano preferire, perchè storicamente più vicina all'originale, di Patalas, vi sono anche voci che apprezzano tutto sommato anche quella di Moroder, con una colonna sonora "stranamente adeguata alle immagini" (Mereghetti).
domenica, aprile 18, 2004
L'Autoritratto Ovale
15 anni fa, il 17 Aprile del 1989, andava in onda la prima puntata di un programma televisivo fra i più importanti di sempre. Anzi, forse si può tranquillamente dire che "Blob", creatura di Enrico Ghezzi e Marco Giusti, sia stato e tuttora continui ad essere il più importante programma della televisione tout court. E lo dimostra ampiamente con queste 3 notti che ripercorrono tutta la sua storia anno per anno. Perchè a ben guardare la storia di Blob è anche la NOSTRA storia. In fondo che cosa è Blob? In un'altra trasmissione di culto come "Mai dire Tv", grande raccolta delle bizzarrie delle tv locali sparse per l'Italia, l'anzianotto e abbastanza delirante Michele Giordano lo definiva come "un'accozzaglia di immagini, pezzi di altri programmi messi a caso che non significano niente". E quindi Enrico Ghezzi si meritava la nomea di fetentone. In realtà solo al più ingenuo degli spettatori può sfuggire l'importanza artistica, culturale, sociologica e storica di un programma come "Blob". Questo "frullatore" di immagini, dalla sua prima e ritmicamente insopportabile puntata, ne ha fatta tanta di strada. Moltissimi autori lo hanno firmato e ha testimoniato tutti gli eventi più importanti di questa fine secolo, dalla caduta del muro fino alla "scesa in campo" di Berlusconi, dal governo Prodi fino alle Torri Gemelle. Senza contare ovviamente le innumerevoli guerre che hanno sconvolto il mondo in questi ultimi quindici anni. Affermare, come ha fatto Giordano, forse non senza una punta di sarcasmo, che "Blob" non vuol dire niente significa in un certo senso scoprirne il lato più vero. La domanda rimane la stessa: che cos'è Blob? Come potremmo definirlo davanti a un telespettatore straniero? Forse la parola che meglio può spiegare a un "estraneo" il concetto di questo programma è "montaggio". Blob è essenzialmente montaggio. Non esiste strumento migliore per fare capire a una persona questo concetto. Ma in fondo una definizione del genere è fin troppo facile. Lo stessi Ghezzi nell'introdurre la prima serata ha detto che "ogni autore che ha firmato Blob ha cercato di imprimere il suo marchio, di dare un'aspetto ben preciso e "autoriale", di porre la sua firma. Eppure i risultati migliori Blob li ha ottenuti proprio quando non era una persona a comandare, ma quando le immagini, gli spezzoni, scorrevano in modo apparentemente casuale, automatico". Ecco: automatico. In questo utopico tentativo di descrivere uno dei fenomeni estetici più importanti degli ultimi anni un tentativo per avvicinarsi alla meta può essere quello di individuare parole chiave, e "automatico" è senza alcun dubbio una di quelle. Non serve ricollegarmi alla storia della fotografia o, più nello specifico, alla grande rivoluzione portata avanti da Duchamp e dai suoi ready-made per comprendere un fenomeno del genere. "Blob" è a tutti gli effetti un ready-made. Su questo non c'è dubbio. Perchè questo programma è fatto di televisione, di cose già fatte e trasmesse il giorno prima. La scintilla geniale scatta nel prendere quella televisione e mischiarla, accostarla a prodotti differenti e de-contestualizzarla. Il risultato dal punto di vista estetico, e quindi anche artistico, è notevole. Tuttavia Blob possiede anche dei valori aggiuntivi rispetto a una "semplice" opera d'arte. Pensate a queste nottate che ripercorrono anno per anno i momenti più importanti. Non c'è forse, in questi casuali spezzoni di spazzatura televisiva, la storia della nostra nazione e anche del mondo intero? Quello che sta passando nel momento in cui scrivo, appartenente al 1994, è molto più esplicativo di quei tempi rispetto a qualsiasi manuale di storia. Ma anche di un qualsiasi documentario fatto ad hoc. "Blob" restituisce la nostra storia nel modo più arbitrario e quindi, paradossalmente, più genuino di sempre. Ormai credo che solo il buon Recusani, chitarrista e musicista di tutto rispetto, ritenga la televisione estranea alla nostra cultura. E invece la televisione è uno degli aspetti più fondamentali della cultura contemporanea. I programmi che quotidianamente invadono la nostra casa, dal Costantino di Maria de Filippi al "Raiot" cancellato della Guzzanti, ci restituiscono un'immagine del nostro paese la più vera possibile. Tutto questo senza contare ovviamente l'importanza che una trasmissione simile può avere nella storia del costume del nostro paese. Blob è inimitabile perchè è uno dei più geniali paradossi di sempre. Nel caos delle sue immagini riesce ad essere più chiaro di molti articoli di giornale, nella sua non artisticità, che è quella propria degli spezzoni "rubati" e della televisione odierna tout court, arriva a toccare le punte massime dell'arte. Il Blob, questa massa informe e spietata che avvolge tutto e che altri non è che quello che esce dai nostri schermi ("E' la cosa peggiore che abbia mai visto" esclama uno dei personaggi nella sigla tratta dall'omonimo film con Steve McQueen) diventa incredibilmente "altro", si trasforma. Questi pezzi di tv vengono strappati al loro habitat e montati in una sequenza incalzante di immagini che, miracolosomente, sono animate da una forza suggestiva sconosciuta al loro contesto originario. Più Ready-Made di così...
Blob è quindi tutto questo, è arte ed è anche storia, creando questo connubbio così difficile da realizzare. Ed è quindi per questo che mi sono imbarcato nell'impresa titanica di registrare per intero tutte e tre queste notti di sette ore l'una, per conservare un pezzo di Italia che un libro non potrà mai restituirmi e la memoria rende sempre più difficile ricordare. Perchè la nostra storia passa anche per le camicie Dino Erre Collo-fit, la camicia coi baffi, e Gianfranco Funari. Anche se un pò forse dobbiamo vergognarcene.
giovedì, aprile 15, 2004
Oggettivamente
Oggettivamente questo post è inutile. Soggettivamente però... è inutile uguale. Perchè il discorso non ha assolutamente vie d'uscita, non può approdare da nessuna parte. E allora perchè fare un post del genere? Perchè mi è stato richiesto. E, molto probabilmente, non a torto. Qualche post fa il buon Zar (tieniti pronto per la spedizione "Van Helsing") ha posto la domanda :"Quand'è che il soggettivo si ferma davanti all'oggettivo?". Ti rendi conto di quello che mi hai chiesto? E soprattutto hai notato la lunghezza media dei post della persona a cui lo hai chiesto? Perchè qui si sfocia nelle quesiti fondamentali: non è certo "perchè viviamo?" o "cosa c'è dopo la morte?", però siamo ugualmente in un territorio bello tosto. Per cominciare quindi preferisco partire da un caso assolutamente concreto e recente, perchè non sono un filosofo e assolutamente non voglio diventarlo. Come avrete sicuramente sentito "La Passione" è il film campione di incassi in Italia, ma anche all'estero, dove sta macinando record su record. Ovviamente dopo una campagna mediatica così imponente era prevedibilissimo un'affluenza nelle sale a dir poco maestosa. Così è stato. Il discorso però inizia a farsi complesso, direi addirittura arduo, parlando dell'apprezzamento del pubblico. Che c'è stato in termini altrettanto maestosi. Se infatti la critica si è spaccata in due senza mezzi termini con, a mio avviso, una prevalenza abbastanza accentuata di pareri negativi, il pubblico invece pare concorde nel ritenere il film di Gibson molto valido. E nel dire questo non mi baso su ciò che dicono in televisione (è ovvio che manderanno in onda tutti i commenti positivi di chi è uscito dal cinema, anche perchè dire che un film è brutto merita sempre delle motivazioni che la gente non ha voglia di dare) quanto su quello che sento in giro. Diverse persone che conosco lo hanno visto e ne sono rimasti colpite. In positivo. Allora la domanda è: questo film è oggettivamente bello perchè la maggior parte delle persone dice così? Qualcuno la potrebbe pensare in questo modo e dire che il film è invece brutto dal MIO punto di vista, ovvero soggettivamente. Ma le cose stanno davvero così? Perchè anche secondo tutti quelli che lo hanno apprezzato il film, inizialmente, era bello soggettivamente. Quando però questa opinione diventa quella che va per la maggiore allora avviene il passaggio da soggettivo a oggettivo. Quello che era bello solo per me ora è bello per tutti. Punto. O no? Siamo sicuri che questo film sia artisticamente valido solo perchè piace a tutti? Probabilmente i milioni di persone accorse in sala e appagate all'uscita sono preda di un'allucinazione collettiva. Ma questa ipotesi mi sembra leggermente estrema e poco attinente col reale. A mio avviso la situazione è molto più semplice ed è tutta da relazionarsi al gusto. Andiamo con ordine: ogni persona ha gusti personali diversi da un'altra. Nello stesso tempo però anche l'era in cui questa persona vive possiede dei gusti "personali". Chiamamoli pure "canoni estetici" e lasciamo momentaneamente da parte la parola "moda". Nell'antichità le donne piacevano se erano decisamente grassottelle, in carne. Ovviamente oggi ben pochi di noi avrebbero dei dubbi se posti davanti alla donna cannone e Naomi Campbell. Forse qualche secolo fa però la scelta sarebbe stata diversa. Lo so, è un esempio stupido e banale, ma utile per approfondire il discorso. Pur restando consci che si procede in modo molto approssimato e grossolano mettiamo in conto che oggi i film più apprezzati sono quelli spettacolari. Spettacolari nel senso della tradizione hollywoodiana, o meglio, del trend hollywoodiano, perchè era una macchina spettacolare anche "Ombre Rosse" ma se oggi lo metti al cinema voglio vedere chi ci va a vederlo. Di sicuro meno persone che per il film di Gibson, ma anche per un qualsiasi "Underworld" o "I Fiumi di Porpora 2" (altro grande protagonista dei nostri botteghini, altra grande merdaccia). Ovviamente si parla sempre di "masse", perchè poco senso ha contare le misere migliaia di persone che si vanno a vedere il film indipendente nel piccola cinema in centro (ma vale anche per un film come "Kill Bill", di sicuro disprezzato da coloro che invece amano "The Passion"). Ora, quello che penso io in proposito è questo: la cultura cinematografica delle masse, fatta per la maggior parte di quello che propina la tv (cioè in gran parte merda) a orari decenti, fa in modo che l'opera di un esaltato venga scambiata per un capolavoro. "La Passione di Giovanna D'Arco" è un film del 1928. Lento. In bianco e nero. E muto. Tutto ciò non ha impedito a me e alla maggioranza degli studenti DAMS cinema (da ciò che ho sentito) di ritenerlo un capolavoro assoluto. Proprio una settimana fa sul treno il buon Marco (che trovate sul forum del Castell) mi diceva che secondo lui è il film più bello fra i 30 da noi visti per l'esame. Completamente d'accordo. "La Passione di Cristo" e un film del 2004. Con montaggio incalzante. Effetti speciali e inquadrature adite. Fotografia patinata. Colonna sonora onnipresente e esaltante. Ma è un brutto film. Un gran brutto film. Anzi, lo è per tutti questi aspetti citati. I capolavori sono solo pesi, muti e antecedenti il 1930? No. Il problema è tutto di misura. Questo film è stato concepito con uno scopo ben preciso e facilmente comprensibile guardandolo. Il regista non voleva porre dei problemi, voleva creare un'esaltazione di Cristo. Lo ha fatto e ovviamente ha utilizzato tutti i moduli espressivi che servivano a questo scopo. E che sono anche parte di un cinema contemporaneo "commerciale" tutto orientato verso i virtuosismi, le esagerazioni visive, l'effetto speciale "a tutti i costi" (cioè gratuito") etc... Per tutti questi motivi io lo ritengo un pessimo pezzo di cinema. Ma questo lo sapevate già. Mettiamo però che nell'edizione 2006 del "Dizionario dei FIlm" del Mereghetti venga presentata la stessa opinione. La stessa però detta dal critico cinematografico più famoso d'Italia. A questo punto "La Passione di Cristo" diventerebbe oggettivamente brutta? O forse rimane ancora oggettivamente bella, perchè quello che conta di più e che è legato alla parola OGGETTIVO è l'opinione della massa? Mi spiace tanto per voi che avete letto tutto questo popò di roba aspettandovi delle conclusioni ma io proprio non posseggo la risposta. O almeno non posseggo UNA SOLA risposta, che poi è la stessa cosa di non averne alcuna. Rimango convinto comunque che la stragrande maggioranza della gente (soprattutto giovani, e lo vedo direttamente) si beva delle gran schifezze che però oggigiorno sono considerati bei film da questa cultura TROPPO commerciale (perchè tutto il cinema deve essere commerciaBILE per vivere). Non credo che la casalinga di Catanzaro o anche il tredicenne milanese che si è visto tutti i Matrix apprezzerà granchè "Kill Bill". Entrambi lo riterranno una boiata, perchè troppo fuori dalle regole del "realismo estremo" propugnate dal cinema moderno. Tornando però alla "Passione" di Mel Gibson invito tutti voi che l'avete visto a dire la vostra, possibilmente in modo prolisso. Perchè il cinema, come tutta l'arte, è fatto di opinioni. Le opinioni personali, i gusti, gli atteggiamenti possono cambiare. Il film però rimane sempre quello e ogni immagine parla per se. A domani.
P.s: ho appena letto sul televideo due notizie: una bella e inaspettata e l'altra brutta e prevedibile.
Cominciamo dalla brutta: sembra che uno degli ostaggi italiani in Iraq sia stato giustiziato. Il sangue laggiù scorre ogni giorno eppure tutto il paese si sconvolge veramente solo quando qualcuno "dei loro" rimane coinvolto. Ma al di là di ogni polemica c'è davvero poco da dire. Anzi qualcosa da dire c'è: vie tutte le truppe dall'iraq.
La buona notizia invece consiste nel trionfo de "La Meglio Gioventù" di Marco Tullio Giordana ai David di Donatello, con 6 premi in tutto. Di sicuro ha vinto miglior film e miglior regia, non so nulla invece del migliore attore, ma spero vivamente che sia andato a Luigi lo Cascio, il mio attore italiano preferito. Una bella cosa, visto che le previsioni davano per favorito "Che ne Sarà di Noi". Che non ho visto, ma di sicuro "La Meglio Gioventù" è più bello. Tiè.
martedì, aprile 13, 2004
Ultimamente, ma non solo, mi è capitato di sentire certi discorsi tipo "Gli omosessuali mi fanno schifo", "Ma perchè non si suicidano?", "Magari gli do una mano", e cose varie. Ora, se a parole ho già detto la mia con i diretti interessati, su questo blog invece mi sembra sia giusto parlare di...
Robert Mapplethorpe

Robert Mapplethorpe è nato nel 1947 e ha cominciato a interessarsi di fotografia negli anni '60, dopo essersi iscritto al Pratt Institute di Brooklyn dove studia pittura e scultura, ma anche fotografia e cinema underground. Fondamentale è il suo incontro con la cantante e poetessa Patti Smith, con cui conviverà per qualche tempo al Chelsea Hotel di Manhattan e che ritrarrà in molte sue copertine di dischi. Come già detto in questi anni inizia la sua carriera artistica con l'intervento manuale su fotografie pornografiche trovate su riviste da lui stesso acquistate e che lui rendeva "altro" attraverso una modificazione a posteriori. Già con le opere successive però si inizia a notare il legame indissolubile che si instaura fra arte e vita nell'opera di Mapplethorpe; egli inizia a ritrarre gli appartenenti alla scena omosessuale di q uegli anni, frequentatori di locali da lui stessi conosciuti e con cui aveva avuto rapporti. Le sue opere sono scioccanti per il soggetto ritratto, pratiche sessuali (e omosessuali) estreme, sadomaso, che scandalizzano non poco il pubblico dell'epoca. Tuttavia è incredibile notare come il basso dell'argomento trattato si armonizzi completamente con l'alto della rappresentazione pittorica, per una tendenza tipica di Mapplethorpe e di tutti gli artisti anni '80, di recuperare l'aspetto formale da molti abbandonato negli anni '70. Ci si accorge subito dell'attenzione per i particolari compositivi che questo artista non abbandonerà mai, senza però neanche tralasciare l'aspetto concettuale dell'opera (fusione arte/vita, sessualità, problema razziale...). Le immagini più sconvolgenti, appartenenti alla fine degli anni '70, sono già inscrivibili in questo discorso, presentando una compenetrazione di formalità e concettualità possibile solo in quel determinato periodo. Gli artisti precedenti infatti, liberandosi della schiavitù del quadro, della "bella immagine", erano riusciti ad affermare il valore della fotografia in arte attraverso un'utilizzo che non voleva stupire per il suo aspetto, ma per i concetti che esprimeva (la memoria, il viaggio...). Una volta esaurita questa fase la lezione era imparata. SI poteva dunque proseguire a un recupero dell'aspetto formale poichè dato per implicito il discorso della concettualità, che nessuno poteva mettere più in dubbio. Così le opere di Mapplethorpe colpiscono da un lato per la loro attenta composizione, per la luce accuratamente posizionata, per i corpi disposti "come se fossero in un quadro", dall'altro per ciò che rappresentano, rapporti sessuali estremi, fisting, pissing, travestimenti sadomaso. Tutti aspetti di una vita che l'artista conosceva molto bene, essendo lui stesso partecipe di quell'ambiente. In questo senso le sue fotografie si configurano come una sorta di diario, i racconti di una vita "proibita", estrema, di locali malfamati e esperienze omosessuali. Anche il nome di queste opere è emblematico, affidato ai soli nomi di coloro che venivano rappresentati, senza cognomi. E questo non perchè avessero qualcosa da nascondere, una privacy da mantenere, ma per sottolineare il carattere "familiare" che avevano per l'autore.
Negli anni la sua produzione, pur continuando a ritrarre nudi, si è fatta meno "trasgressiva", meno forte, senza per questo liberarsi della sua incredibile carica espressiva. Molto famosi riguardano i lavori che ritraggono la campionessa di Body Building Lisa Lyon, una donna dal corpo da uomo, e quelli sui fiori, appartenenti al suo ultimo periodo di attività. Ma possono stare tranquilli i destinatari di questo post perchè quest'uomo abnorme e disgustoso non potrà più turbare le loro menti; Robert Mapplethorpe è infatti morto di AIDS nel 1989, proprio qualche mese dopo l'aver posato per l'autoritratto che trovate qui sopra e che, a mio parere, non necessita di spiegazioni.
Con questo post non volevo sconvolgere nessuno, anche perchè rimanere turbati da certe foto vuol dire davvero essere dei finti ingenui. Con queste immagini invece volevo rendere merito a uno degli artisti che più o apprezzato del corso di "Storia della fotografia" e far capire, non tanto alle persone di cui sopra ma più in generale a tutti gli intolleranti o "nazistoidi", che è il loro atteggiamento ad essere pericoloso per la società e non gli omosessuali che tanto schifano. Perchè è grazie a loro e allo loro idee che nel mondo milioni di ragazzi e ragazze, non riuscendo a "esternare" le loro inclinazioni sessuli perchè altrimenti non accettati dalla società, le reprimono e, nei casi peggiori, scelgono di togliersi la vita piuttosto che venire emarginati dalla famiglia e dagli amici. Questo tutto per merito vostro. Complimenti.
E ora vi lascio alle opere e alle parole dello stesso Mapplethorpe.

"Alla fine non sono sicuro di capire come sono arrivato ad essere omosessuale o quale sia la mia vera sessualità."

"Se qualcuno nella foto beve l'urina di un altro, di fatto stava bevendo urina. Non lo faceva per essere fotografato, ma perchè gli piaceva. Tutto avveniva spontaneamente, con voluta partecipazione."

"Le persone da me fotografate cercavano nelle loro azioni un orgasmo e per me questo era giustificabile... Si agiva insieme per ottenere un reciproco orgasmo, anche se non sembra facile credero dalle fotografie."

"Conoscevo tutte queste persone. Le avevo incontrate prima, durante una reciproca esperienza sessuale, e fuori dalla ripresa fotografica. Erano miei amici. Non c'era alcun problema [...] Le immagini documentano quindi un'esperienza e una sensibilità comune."

"Considero queste fotografie parte di un diario. Queste sono persone, alcune le conosco molto bene, altre poco, che hanno incrociato la mia vita negli ultimi anni."



"Tutto mi viene da Patti, che voleva dire i Beatles, Paul McCartney e John Lennon, un mondo estremamente convincente e affascinante. Inoltre Patti era un soggetto incredibile, c'erano tanto lati di lei, tanti aspetti che hanno mutato la mia visione del mondo."



"I fiori hanno un aspetto misterioso e oscuro. Non so dove, come, perchè, ma, in un certo senso, hanno qualcosa di veramente sexy, cosa che di solito non è loro attribuita... Se fotografo un fiore o un pene non faccio niente di diverso."
domenica, aprile 11, 2004
Questa da Bastardi dentro era troppo bella per non metterla:
Chiese il piccino: «Papà cos'è l'oro?» «L'oro è il metallo più prezioso». «Papà cos'è l'incenso?» «L'incenso è un profumo sacro». «Papà cos'è la mirra?» «Figliolo, guarda, ci sono i Pokemon in TV!! » (L'architetto)
sabato, aprile 10, 2004
Samus al ralenti
Era da un pò di tempo che girava la voce di una possibile trasposizione cinematografica di "Metroid", la saga iniziata più di 15 anni fa sul glorioso Nes. Una saga dal fascino indiscusso ma nel contempo molto particolare visto che in Europa e nello stesso Giappone è un nome conosciuto solo dagli appassionati mentre in America è davvero un'oggetto di culto, e il nome di Samus Aran, la protagonista di questi videogiochi, è famoso quanto quello di un Super Mario. Non sorprende quindi che, dopo il successo di "Metroid Prime" l'anno scorso, negli States questo marchio sia tornato prepotentemente alla ribalta, tanto da convincere uno dei registi d'azione più famosi di sempre, John Woo, ad accaparrarsi i diritti della trasposizione su grande schermo, annunciata per il 2006. Questa notizia mi ha portato a compiere alcune considerazioni sul tipo di gioco che è Metroid, l'idea di film che potrebbe saltarne fuori e, in generale, la pratica di trarre i film dai videogiochi. Più volte su queste "pagine" ho sostenuto l'indipendenza artistica dei due mezzi. Ovvero: i videogiochi sono videogiochi e non devono somigliare al cinema, mentre il cinema non deve piegarsi alle regole del videogioco. In entrambi i casi abbiamo un fallimento clamoroso. "Metal Gear Solid 2" era pieno di sequenze precalcolate, senza dubbio avvincenti e di ottima fattura, ma fortemente penalizzanti la natura ludica e "interattiva" propria di questo mezzo. In effetti non esiste operazione più commerciale del portare un videogioco al cinema. Diverso è adattare un libro o un fumetto, un'opera teatrale, perchè in tutte queste espressioni artistiche la trama ha un'importanza fondamentale. Nel videogioco no. La storia può essere la più bella mai narrata ma se non è supportata da un'adeguata struttura di gioco possiede un'importanza uguale a zero. Anzi, molto spesso succede il contrario. La maggior parte dei titoli offre una trama banalissima e pretestuosa per mettere in campo determinate idee di gioco. Se queste idee sono azzeccate allora il videogioco può dirsi artisticamente riuscito, poichè assolve pienamente al suo unico scopo: divertire. Ne è un'esempio lampante la saga di Metroid: se nel 1986 tutta la vicenda era sintetizzata in una sola schermata di testo (defeat the metroid of the planet zebeth and the mechanical life form Mother Brain) anche nel più recente "Metroid Prime", o anche in "Metroid Fusion", i fatti narrati hanno più valore di contorno che di vera e propria spina dorsale di un gioco d'azione/esplorazione in cui bisogna agire/esplorare. Ecco perchè spesso i film tratti da videogiochi sembrino soltanto utilizzare personaggi e situazioni conosciute su console senza preoccuparsi di costruire un edificio che stia in piedi da se, senza che gli spettatori conoscano a priori da che videogame è tratto. Guardando bene alla storia degli ultimi anni possiamo notare che vi è un buon numero di ottimi giochi tratti da film ma decisamente nessun film decente che sia stato tratto da un videogioco. E' iniziato tutto con "Super Mario Bros.", film terrificante che traviava completamente lo spirito del titolo a cui si richiamava ma nel contempo doveva possedere qualcosa di "attinente" per convincere i ragazzi di tutto il mondo (compreso me, sigh...) a vederlo. Il risultato è una delle punte più alte del trash, con Bob Hoskins e John Leguizamo che saltellano in ambienti alla Blade Runner mentre un'incontrollato Dennis Hopper (già stracult in "Waterworld") gigioneggia a piede libero. Per non parlare di "Street Fighter- sfida finale", un film così orribile che si sospetta Raul Julia sia morto alla fine delle riprese per vergogna. E non si vede nemmeno niente di Kylie Minogue! Si continua con "Mortal Kombat", se possibile più penoso del titolo precedente, e relativi seguiti (che il Castell ha avuto la fortuna di vedere). In anni più recenti invece Angelina Jolie ha prestato volto e tette, opportunamente ingrandite, per portare l'archeologa Lara Croft su schermo. "Tomb Raider" e relativo seguito non li ho visti e neppure ci tengo particolarmente, stessa cosa dicasi per "Resident Evil". Non è una sorta di maledizione egizia (non profanare quel videogioco!), è proprio una faccenda di legame stretto con il mercato che impedisce a questi film di risultare artisticamente decenti. Ma, con il profilarsi all'orizzonte di questo "Metroid", le cose sembrano, almeno sulla carta, leggermente diverse. John Woo infatti può essere criticato quanto volete e posso trovarmi in parte d'accordo con voi, soprattutto sulla sua recente produzione, ma questo non toglie che sia oggi uno dei registi di primaria importanza, almeno nel campo degli action-movie. Distinzione questa quanto mai impropria, poichè il cinema andrebbe considerato in una visione globale, ma in fondo anche Hitchcock girava "solo" dei thriller, no? Comunque se non avete la costanza di recuperare i suoi film girati ad Hong Kong ("The Killer" va visto) almeno noleggiatevi "Face-Off", che si può considerare il suo ultimo grande film prima delle prove più commerciali di "M:I-2" e "Paycheck" (film che non voleva neppure girare). Ma basta un ottimo regista per fare un ottimo film? La cosa non è così automatica. Prima di tutto bisogna partire da una solida sceneggiatura. E' questo il necessario punto di avvio per evitare un prodotto affine ai precedenti, in cui la trama era buttata su quasi a caso solo per inserire i vari personaggi del videogioco in questione. Ma qui viene anche spontaneo chiedersi: che cavolo di trama possono ricavare dalle varie storie di "Metroid"? Di carne al fuoco non ce n'è molta. Nel corso dei vari episodi siamo venuti a conoscenza dell'infanzia di Samus, un'umana allevata dalla scomparsa razza degli Chozo, della sua professione di "cacciatrice di taglie" e poco altro. Davvero faccio fatica a capire come si possano combinare gli elementi di Metroid con quelli di un film. Come ho detto più volte le caratteristiche principali di questa saga sono l'esplorazione, l'azione, e l'atmosfera fantascientica e misteriosa, forse l'aspetto più caratteristico e importante per il successo di questo gioco: "Metroid Prime" va considerato a tutti gli effetti più un'"esperienza" che un videogioco. Ora, tralasciando il grande ostacolo che tutti i film tratti da videogioco devono superare, ovvero quello di UN solo protagonista, cosa che funziona decisamente poco al cinema e che risolveranno con l'inserimento di diversi "comprimari" amici, pensiamo a "Metroid" in mano a John Woo: io mi immagino Samus con due pistolone al posto del cannone a braccio che uccide i vari nemici in un'orgia di proiettili (laser) al ralenti. Mhhhhh... Di una cosa bisogna comunque essere certi: il film, se vorrà avere successo, dovrà distaccarsi il più possibile dal videogioco. Solo una volta infatti che un regista-autore come John Woo avrà plasmato questo progetto fino a creare un prodotto artisticamente solido e valido, naturalmente secondo una sua ottica personale, allora forse il miracolo sarà compiuto.
Molto presto: "Metroid secondo diversi registi!"
giovedì, aprile 08, 2004
Gibson Christ Superstar
Io ho questa brutta, bruttissima abitudine: più tempo passa dalla visione di un film e più si calma la mia "furia" di scriverne. Ieri sera, uscendo dalla visione de "La Passione di Cristo" avrei scritto per tutta la notte, in preda allo sconvolgimento più totale. Ciò non è stato possibile per l'orario e per gli impegni che avevo stamattina. Quindi tenete in conto che le considerazioni qui sotto sono MOLTO attenuate rispetto alla disposizione di ieri sera. Di cose da dire comunque ce ne sono, e se vi hanno sempre spaventato i miei post chilometrici... saltate in toto questo.
Andiamo per gradi: all'entrata del cinema un paio di persone stanno distribuendo volantini. Incuriosito ne prendo uno e scopro che lo scopo di questi foglietti è elogiare il film di Mel Gibson (erroneamente chiamato "La Passione del Messia"... boh!) e, cogliendo la palla al balzo, invogliare la gente a interessarsi alla tematica religiosa. E io che mi immaginavo critche forti a questo film, da molti considerato troppo violento e realistico... la visione ovviamente mi avrebbe chiarito tutto. E infatti si arriva alla proiezione vera e propria. Dopo una decina di minuti mi sono già fatto un'idea precisa; oddio, è un filmaccio. SI, perchè la sequenza iniziale in cui Gesù prega in un bosco blu ed è tentato da Satana mette in mostra la quasi totalità dei difetti formali che affligono il film, sempre per quella teoria dell'"incipit programmatico" di qualche post fa. La pecca più evidente è in fondo una spettacolarizzazione esagerata di qualsiasi elemento narrativo, senza risparmiare il minimo dettaglio. Così la suggestiva (ma ben poco originale) fotografia di questa sequenza si affloscia in una rappresentazione che fa un uso smodato di ralenti e un'accompagnamento musicale decisamente invadente e anonimo. Tornerò meglio sull'argomento, perchè in questo paragrafo mi interessava delinare lo sviluppo critico che ho subito durante il film. Se infatti l'inizio si può considerare davvero deludente, i toni sembrano stemperarsi leggermente quando Gesù viene portato davanti agli Ebrei e, in seguito, davanti a Pilato e Erode. Qui si può assistere a una leggero calo della drammatizzazione, comunque sempre presente e sopra le righe, almeno rispetto ai primi 20 minuti. Se quindi ero partito con una decisa condanna a questo punto stavo quasi (quasi) per ricredermi. Peccato che dal momento della flagellazione imposta da Pilato fino alla resurrezione questop film diventi ogni minuto che passa sempre più sconvolgente. La violenza di sicuro marcata e forse leggermente compiaciuta che accompagna la punizione di Pilato lascia decisamente il segno e ha dato fastidio addirittura a me, che non mi considero di stomaco debole. Dopo questo "shock" iniziale però la violenza e il pathos che sono la spina dorsale di questo film diventano così marcate, ripetute e ossessive da rendere lo spettatore, e qui sta il paradosso più grande del film, apatico di fronte alla materia trattata. Questo susseguirsi di crudeltà marcata e, inevitabilmente, tautologica sottende un discorso che in realtà è molto più clamoroso e "pericoloso" della stessa rappresentazione che vediamo sullo schermo. Non è il Gesù martoriato di Mel Gibson che preoccupa quanto l'ideale che vi è dietro. Vi giuro che sono uscito dalla sala decisamente sconvolto e sia io e che Alberto siamo stati d'accordo su una frase: "Mel Gibson è un uomo pericoloso; va internato.".
Mi sembra il caso di analizzare più dettagliatamente "The Passion" dal punto di vista stilistico, o meglio, come film inserito nella storia del cinema e non come quell'evento sociologico e mediatico che affronterò in seguito. Come ho già detto la povertà tanto predicata nel cristianesimo non si riflette nella forma di questo film, esageratamente sontuoso e ricco, un baraccone spettacolare che, a mio avviso, mal si adatta alla vicenda narrata. Già dal "bosco blu" e l'entrata in scena di Satana/Rosalinda Celentano possiamo notare come a Gibson piaccia calcare la mano. L'inquietante faccia dell'attrice italiana, con tanto di sopracciglia depilate e verme che le esce dal naso, ha lo scopo preciso di spaventare il pubblico. Ma cos'è questo, un horror? In molti punti si potrebbe davvero giurare di si, poichè il buon Mel non risparmia volti di bambini "demoniaci" (avete presente "L'Avvocato del Diavolo"?), carcasse putride di animali e lo stesso satana, in forma mostruosa, che scaglia un urlo terribile in un deserto sconvolto da una tempesta di sabbia. Ma a parte questi dettagli, che poi tanto dettagli non sono, influiscono molto di più sull'andamento dell'opera le tecniche espressive adoperate, e tutte riconducibili a un filone spettacolare di gusto molto facile. Quando guardo uno dei più moderni film spettacolari la mia mente corre ai film di Lucas e Spielberg. Prendete Indiana Jones e Guerre Stellari, anche i nuovi, e paragonateli a un "Daredevil", un "Pearl Harbor" o anche a questa "Passione". Prima di tutto si nota la totale scomparsa dell'ironia che è parte fondamentale delle opere citate, e ha lo scopo preciso di "sgonfiare" un'andamento troppo drammatico, ma soprattutto si assiste a un cambiamento radicale di modelli espressivi. Quando mi riferisco allo stile di Lucas come "classico" intendo dire che è rigoroso, meditato, mai troppo autocompiaciuto e poco tendente allo "spettacolo facile". Tutto il contrario di quello che avviene nella stragarande maggioranza dei film spettacolari odierni, in cui "The Passion" va inserito obbligatoriamente. Una telecamera virtuosa, mobilissima, la tendenza all'eccesso, alla dilatazione esasperata del tempo del racconto (ralenti), un ricerca della "bella immagine" a tutti i costi (e qui capisco quanto il corso di storia della fotografia mi sia stato utile), la drammatizzazione di ogni gesto, movimento, espressione. Quando Giuda nel bosco bacia Gesù e il suo movimento, nella stessa inquadratura, viene rallentato... questo può colpire uno che ha visto una decina di film in tutta la sua vita e peraltro brutti, ma a me, e non solo, fa cadere le braccia. La mia prof di cinema spiegava la tautologia così: "quando mi viene mostrato un volto bello, bellissimo, opportunamente valorizzato abbiamo un bel volto. Quando però inserisco un'altra persona che dice - Ah! Che bel volto!- allora crolla tutto". Mi sembra che in questo caso, ma anche nel resto dell'opera, funzioni questo procedimento. Ovviamente il film è zeppo di ralenti, ma come non citare almeno la presenza ossessiva e penosa di tantissimi flashback che, oltre a essere solo didascalici e decisamente poco inerenti alla materia narrata, sono legati alla vicenda principale nel modo più banale possibile (Gesù vede dell'acqua- Gesù versa dell'acqua nell'ultima cena). Cito solo la patetica scena in cui Maria aiuta Gesù ad alzarsi perchè caduto sotto il peso della croce e parallelamente ci viene presentata lei da giovane che compie lo stesso gesto verso il figlio piccolo inciampato. Molti possono essersi commossi, io non sapevo dove sbattere la testa. Ma anche altre chicche "tecniche" meritano un'adeguata attenzione; pensiamo alla soggettiva della goccia che dal cielo raggiunge il Golgotha quando Cristo spira. Come avrete capito di difetti a mio parere ce ne sono tantissimi, e il più importante è senza dubbio questa patina spettacolare alla moda che c'azzecca davvero poco. Forse il lato meno criticabile di questa operazione sono gli attori, Bellucci inclusa, che si comportano adeguatamente per tutta la durata dell'opera e ben assolvono i loro compiti. E poi c'è la violenza. Le fruste uncinate che strappano brandelli di carne dalla schiena di Gesù sono solo il picco, l'elemento più disturbante, di una continua e ossessiva ricerca del disturbo nel pubblico, che passa anche per le continue cadute nel trasportare la croce, per la corona di spine ben schiacciata in testa e nei chiodi di cui ci viene ingegnosamente mostrato il punto d'uscita nel legno della croce. Peccato che tutta questa crudezza, quello che da molti è stato definito "splatter", sia così insistita e ripetuta che dopo la decima caduta e l'ennesima frustata ci ritroviamo a guardare l'orologio. Mi pare una regola d'oro: quando una cosa viene proposta all'infinito alla fine perde ogni suo messaggio. E quindi l'iperviolenza che Gibson mette in mostra e che ha lo scopo di rendere ai nostri occhi il martirio di Cristo in maniera realistica, diventa automaticamente "irrealistica", perchè non più avvertita dallo spettatore come elemento di disturbo. Un procedimento questo molto grave e decisamente pericoloso, perchè riesce ad assuefare il pubblico a qualcosa che invece deve mantenere una sua carica "trasgressiva". Non a caso in uno dei film considerati più violenti di sempre come "Arancia Meccanica" la violenza è quasi sempre fatta intuire,e comunque mai ripetuta. Allo stesso modo in film grotteschi come quelli di Peter Jackson e Sam Raimi la violenza viene VOLUTAMENTE esagerata per creare un'opera dissacrante e umoristica. Mel Gibson compie lo stesso procedimento di questi registi con intenti opposti. Chi ha ragione? Io opterei per i primi. Comunque mi sembra venuto il momento di tirare le somme del discorso e inserire "The Passion" in una adeguata collocazione in un discorso sul cinema. A mio parere questo è brutto cinema. E' brutto cinema perchè i modelli espressivi sono eccessivamente di moda, esagerati, esasperati, commento musicale compreso. E' brutto cinema perchè pur con modelli spettacolari che ben poco hanno di realistico, si vuole fare un discorso realistico, attenendosi scrupolosamente ai testi e quindi mostrando tutto (violenza compresa) nei minimi particolari, senza nessuna scelta. Pure la scelta di far recitare gli attori in aramaico e latino è quantomeno assurda, perchè si fonda su un principio di realismo che non può trovare giustificazione. Evitando lunghi discorsi teorici sull'impossibilità del realismo (guardatevi un film di Bresson - ovviamente a vostro rischio e pericolo!-) basta citare i due centurioni che all'inizio del film parlano un latino con evidente inflessione romanesca. E' brutto cinema perchè è un film militante, un'opera più celebrativa che artistica, che fa rimpiangere i film russi degli anni '20, più all'avanguardia cinematograficamente che politicamente. Ed è proprio questa subordinazione dell'arte al messaggio, o meglio la convinzione da parte del regista di aver reso giustizia ai vangeli con questo modello stilistico che rappresenta il punto più complesso di questo discorso e che affronterò nel paragrafo seguente. Questo sul cinema invece lo concludo consigliandovi una "vera" passione, quella più famosa e meravigliosa nella storia di quest'arte: "La Passione di Giovanna D'Arco" di Carl Theodor Dreyer. Ogni confronto col film di Gibson sarebbe irriverente rispetto a questo capolavoro.
Ok, cerchiamo di arrivare al dunque il prima possibile. Io non esito a definire questo film PERICOLOSO. Già la distribuzione di volantini all'entrata del cinema doveva mettermi sull'attenti. Non che queste persone fossero ingaggiate da Gibson, tutt'altro, ma fra pazzi ci si intende... ed è proprio qui il fulcro di tutto. "La Passione di Cristo" è chiaramente il delirio di un regista in piena crisi mistica. Hanno ragione quando dicono che il film è la rappresentazione appassionata e partecipe delle ultime ore di Cristo. Talmente appassionata e partecipe da risultare inevitabilmente "fondamentalista". Tutto concorre a provare questa ipotesi, soprattutto la forma esasperata che ho tratteggiato sopra e che ben si adatta allo natura fanatica e estremista dell'ideologia sottesa al discorso. Meglio, l'ideologia stessa diventa il discorso, in un gioco di scambi e rimandi difficilmente controllabile. Non è affatto questione di interpretazione personale. Nessuno può vedere "The Passion" e fraintendere il discorso di Mel Gibson, perchè, come già detto per altre opere, il film è lì e parla per se. La violenza eccessiva, la magnificenza e il dramma della crocifissione, i flashback dai toni esasperati non sono fraintendibili. Se prima un pò ce l'avevo con certe personalità perchè contrarie a questo film che a parer loro andava almeno censurato, oggi posso dire almeno di capire appieno le loro ragioni. Perchè in un film del genere è fin troppo semplice farsi prendere dalle emozioni facili buttate sullo schermo senza un'adeguato background culturale (anche cinematografico, perchè no?) alle spalle. Ogni persona ha il diritto di fare un film e proporre quindi a tutti la propria visione su un determinato argomento. David Wark Griffith con "Nascita di una Nazione" ha creato il cinema come oggi lo intendiamo, ma anche un film che sposa le cause del razzismo. E mi sento almeno un minimo in colpa a paragonare quel capolavoro al film di Gibson, che sembra più lo sfogo di un esaltato religioso alla folla, il discorso di un folle che quasi cerca di autoconvincersi della verità delle sue parole. Sarebbe interessante approfondire questa chiave di lettura: Gibson ha bisogno di esaltare Cristo perchè in fondo ha qualche dubbio? Qui si che si possono formualare diverse ipotesi. Ma in questo post mi preme davvero sottolineare la natura rischiosa e potenzialmente pericolosa di questa operazione. Perchè nel fare un film del genere dobbiamo renderci conto che non siamo affatto diversi dalle folle adornati Allah dell'Islam, tutte quelle persone che il cittadino medio ritiene pazze e pronte a farsi esplodere. "La Passione di Cristo" è la prova che anche da questa sponda, cattolica o protestante che sia, non siamo meglio. Trovo anzi che questo film alimenti ancora di più quello scontro di civiltà e religioni che è imperativo lasciarsi alle spalle e che qualcuno vuole invece alimentare (Fallaci?). A mio parere "La Passione di Cristo" può piacere solo a due tipi di persone: o a chi davvero è a digiuno di cinema di qualità e considera il film che ha davanti in base al grado di spettacolarità (cattiva) che gli viene proposta o a un bigotto tendente al fanatismo. Il primo si sentirà soddisfatto per il dramma esagerato messo in mostra e ciò non toglie che venga intaccato ideologicamente dal film, il secondo invece sarà ancora più rinvigorito nella sua visione estremista e fanatica, che è quella portata avanti dal film. In entrambi i casi possiamo notare un deciso effetto negativo nello spettatore che, oltre a credere che il VERO cinema sia questo, verrà infettato dal germe dell'intolleranza che scaturisce inevitabilmente quando si eleva una religione, una cultura, sopra le altre. E non parlo degli ebrei cattivi cattivi che vogliono crocifiggere Gesù, che comunque fanno più scalpore su uno schermo cinematografico che su un libro (anche per le facce viscide e meschine che hanno...). No, qui mi riferisco a una completa "guerra ideologica" che risulta chiara all'uscita dalla sala. Voi non mi crederete, ma la scena finale, in cui si vede il sepolcro vuoto, la sindone sulla roccia e Gesù che avanza verso il lato destro dello schermo con solo le mani bucate rimaste dal martirio, è assolutamente (anche per la musica!!!) paragonabile a una qualsiasi sequenza di "Terminator 2", in cui il T800 avanza con tutta la sua invincibilità verso il nemico. Vi giuro credetemi. E allora io, come se non si fosse capito, sono decisamente contro a questo film, portatore di un messaggio indifferentemente cinematografico e ideologico (perchè ognuno trae linfa vitale dall'altro) decisamente sbagliato e diseducativo. Continuiamo così e poi non c'è da stupirsi se ritorniamo all'inquisizione. Almeno voi che avete letto questo post evitatelo accuratamente, almeno per non regalare ulteriori soldi a un film che già ha guadagnato abbastanza per la sua natura profondamente sbagliata e contro il progresso culturale. A domani.
mercoledì, aprile 07, 2004
La verità terribile
degli USA
Post veloce veloce tanto per rispettare l'aggiornamento quotidiano, visto che stanotte non ho molta voglia di scrivere fiumi sul film di Gibson (ho appena visto qualche altra scena, praticamente un ralenti continuo... ma che roba sarà?). Oggi infatti mi preme segnalarvi un programma bellissimo, superlativo. Si chiama "The Awful Truth" ed è partorito da quel genio già regista di documentari di successo e , ultimamente, di romanzi Micheal Moore. Per chi non conoscesse questo incredibile personaggio consiglio, prima di tutto, il bellissimo film "Bowling a Columbine", sulla diffusione delle armi da fuoco negli Stati Uniti, e poi i suoi pungenti libri ormai disponibili anche in Italia, "Stupid White Man" e "Come hai ridotto questo paese?". Ma è di questa trasmissione datata 1999 che vi voglio parlare. E' impostata secondo i più tradizionali canoni televisivi americani, quindi se avete visto almeno qualche puntata del Late Show o similia avete un idea di cosa aspettarvi. Ovviamente qui non è la forma che salta oll'occhio, non si può infatti pretendere una concezione di spettacolo diversa da quella alla quale si è abituati nel proprio paese, quanto il contenuto. La sigla infatti ci mostra cinque testoni che incombono sul pianeta terra, i cinque magnati dell'informazione che decidono cosa dobbiamo e cosa non dobbiamo sapere. Ma in mezzo a questa dittatura mediatica c'è un uomo, Micheal Moore appunto, che ha creato la "repubblica democratica dell'informazione", l'unica istituzione in grado di svelarci la terribile verità del titolo. Sinteticamente la trasmissione è formata da due servizi registrati presentati dallo stesso Moore in una sorta di auditorium. Chi ha già avuto esperienza della capacità di Moore di mettere a nudo le più grandi contraddizioni dell'America contemporanea sa cosa aspettarsi. Ecco quindi che nel primo servizio egli mette insieme una caccia alla streghe (con vestiti dell'epoca) che va ad intervistare i vari politici coinvolti nello scandalo Sexgate e ad accusarli di depravazione. E' ovvio come si voglia dimostrare il puritanesimo esagerato di un popolo che si interessa più alle abitudini sessuali del presidente che del suo reale operato politico. La seconda parte della trasmissione è ancora più scioccante, seguendo la storia di un uomo malato cronico a cui non può essere trapiantato il necessario pancreas, solo perchè la sua assicurazione medica contiene una clausla che esclude il trapianto di questo organo. Il poveretto dovrebbe quindi lasciarsi morire. Qui l'operato di Moore raggiunge davvero il tragico, inscendando, dopo vari appelli "con le buone", il finto funerale del poveretto davanti all'agenzia assicurativa. Alla fine riusciranno a spuntarla, ma c'è davvero da avere i brividi per come la nostra sanità potrebbe peggiorare... Nella seconda puntata si inscena un quiz show fra gli abitanti di un quartiere ricco di New York e degli operai di Pittsburgh. Vince chi è più "smart", malamente tradotto con intelligente, ma che si rende meglio in italiano con ingegnoso, furbo, scaltro. Ai partecipanti infatti verranno poste domande e richieste prove pratiche riguardanti la vita di tutti i giorni, dal prezzo di un BigMac (cazzo, là costa 39 cents!) al cambio di un sacchetto per l'aspirapolvere. La seconda parte è invece decisamente esilarante (se non facciamo caso alla condizione tragica che gli sta sotto), organizzando Moore un giro per gli stati in cui la sodomia è proibita con la SODOMOBILE, ovvero un camioncino pieno di gay e lesbiche opportunamente vestiti e addobbati, che cercano di sconvolgere quella massa di imbecilli americani che li vorrebbe vedere morti. Ovviamente molto divertente da vedere, ma raggelante se consideriamo il pensiero di queste masse americane anti-gay. La trasmissione va in onda ogni Giovedì alle 21 su Jimmy, con ben due puntate. Proprio in contemporanea con "Blu Notte". O scegliete una delle due o, come me, le registrate. A domani.
La mia mente malata
Oggi in treno ho scoperto che c'è una particolare cosa per la quale provo molto, moltissimo fastidio. Non che prima la ignorassi, diciamo che non ci avevo mai pensato. Guardando in lontananza ho visto stagliarsi contro l'orizzonte le sagome |