Interfaccia col Nulla



sabato, agosto 28, 2004
 

Fahrenheit

E' così difficile, talmente raro poter assistere nella stessa giornata a due spettacoli così belli, emozionanti, divertenti e al contempo profondi. Oggi per fortuna è successo e poche ore fa ho visto per la seconda volta uno spettacolo di Paolo Rossi dal vivo. Questo basso figuro di Monfalcone che forse qualcuno della mia età può ricordare di aver visto in televisione, quando ancora vi poteva lavorare - e si parla di più di 10 anni- questo personaggio, dicevo, è uno dei comici più straordinari e intelligenti attualmente presenti in italia. Anzi, insieme a Luttazzi Paolo Rossi è a mio parere il più grande comico di oggi. Fortemente legato all'esperienza teatrale, munito di una recitazione estremamente corporale e un linguaggio frenetico e inconfondibile, questo artista è capace di sorprendermi ogni volta. Il suo modo di stare sul palco e rapportarsi col pubblico è incredibile; nonostanet sia sempre legato ad un testo e un repertorio per forza di cose ben definito il caos ci fa sempre capolino ed è ammirabile per la capacità di improvvisazione che sfoggia in ogni momento che qualcosa va storto. Prendete stasera: uno degli attori fondamentali del suo spettacolo, "Il Signor Rossi e la Costituzione", si trovava ancora imbottigliato nel traffico una volta che lo spettacolo era già iniziato. In una maniera superba Paolo Rossi è riuscito a rendere questo ritardo un ulteriore motivo di risata, facendo capire perfettamente al pubblico la sua situazione e minacciando continuamente l'attore una volta comparso sul palco. Ogni spettacolo dal vivo di qualsiasi artista è sempre leggermente diverso dal precendente, eppure con Paolo Rossi c'è la fantastica sensazione di stare assistendo a qualcosa di unico, cucito quasi su misura per il luogo e la gente seduta davanti al palco. Una considerazione tutto sommato banale ma che aumenta ancora di più il valore di una rappresentazione perfetta nella sua (apparente) caoticità. E non mi voglio dilungare troppo sulle qualità di uno spettacolo che fa ridere dicendo cose realmente intelligenti. La risata è un mezzo formidabile, quando ben assestata ti entra dentro e con il suo potere riesce a farti riflettere in maniera spesso più profonda di una normale messaggio parlato. E quindi fra continui e meritatissimi applausi, mentre le guance cominciano a dolere, il signor Rossi spiega i primi 12 articoli della costituzione, la loro importanza e il modo in cui stridono con la realtà dei fatti. Ridere per non piangere. Comunque serve a poco continuare. In questi giorni vi sono le ultime date per questo spettacolo che gira l'Italia da un due anni e mezzo. Una di queste è martedì sera alla festa dell'Unità di Reggio. E' qui vicino ed è gratis. Consiglio a chiunque abbia un pò di testa di andarci di volata.

Ad ogni modo una portata e un valore ben maggiori possiede il secondo spettacolo a cui ho assistito oggi, il film vincitore della palma d'oro a Cannes "Fahreneheit 9/11". Di questa pellicola è impossibile non aver sentito parlare: a parte essere frutto del grandissimo, in tutti i sensi, Michael Moore, già autore di programmi tv, libri e film di culto, l'opera in questione è diventata particolarmente famosa quando la Disney, una volta finita, ha deciso di non distribuirla più. Una decisione dettata evidentemente dal forte, per non dire scioccante, contenuto del film, che descrive nel dettaglio il veloce e deplorevole declino dell'attuale politica americana, e di riflesso mondiale, dopo l'elezione "rubata" di George W. Bush. Forse la Disney non se ne è resa conto, ma col suo blocco censorio ha portato alla pellicola di Moore più pubblicità di quanto il regista potesse mai sperare di permettersi. Il resto è storia recente: acquistati i diritti della pellicola dalla Miramax di Harvey Wenstein e vinta a sopresa la palma d'oro a Cannes, consegnata da un raggiante Quentin Tarantino, "Fahrenheit 9/11" ha presto trovato la strada per venire distribuito in ogni parte del mondo, compresi quegli Stati Uniti di cui tratta e che rischiavano di non vederlo mai. Tante parole sono state spese sui giornali, alla televisione, su internet. C'è chi lo ha osannato da subito e chi invece ha alzato la voce e proferito offese di ogni genere. Senza contare le polemiche sulla presunta natura politica del premio a Cannes, subito messe a tacere dall'apolitico Tarantino che dice di averlo premiato esclusivamente per i suoi meriti artistico, o anche i numerosi documentari e libri anti-Moore che stanno spuntando in questi giorni negli States. Ma com'è allora"Fahrenheit 9/11"?

"Fahrenheit 9/11" è il più grande pugno nello stomaco che uomo possa ricevere da uno schermo cinematografico. "Fahrenheit 9/11" vuol dire ritrovarsi a piangere in una sala buia , disperati e profondamente scossi di fronte a uno schermo nero e il suono assordante di due aerei che si schiantano contro gli ormai famosi grattacieli. Sentire le urla, guardare le facce terrorizzate della gente che vaga spaesata per le strade, che guarda in alto e non sa cosa fare. Non può fare nulla; solo disperarsi, coprirsi il volto con le mani e piangere."Fahrenheit 9/11" è anche ridere, una risata forte, vera, eppure amarissima, terribile. Perchè si sta ridendo dell'inettitudine, delle maleffate e della faccia tosta delle persone che in questo momento governano il mondo. Quelle stesse che fanno guerre per scovare e annientare i terroristi e poi intrattengono relazioni strette con le famiglie che questa macchina del terrore la finanziano. La macchina, o meglio il montaggio, vista la poca abbondanza di riprese ex-novo, di Moore mette allo scoperto tutto il marciume che permea le più alte cariche del nostro meraviglioso mondo occidentale, mostra tutte le contraddizioni di un sistema sbagliato e svrla come tutta la popolazione venga ingannata dai potentissimi media. Chiunque abbia visto il suo film precedente, l'ugualmente splendido "Bowling for Columbine", sa cosa aspettarsi, conosce bene lo stile del documentarista americano e ilm modo unico in cui riesce a dosare divertimento, riflessione e drammaticità. Al contrario di questa però "Fahrenheit 9/11" si posiziona un gradino sopra per il valore immenso e l'importanza fondamntale dell'argomento trattato, per la profondità di un'opera epocale che riesce a trasmettere emozioni sconvolgenti. Nelle due ore di proiezione è tutto un turbine di stati d'animo differenti: tristezza, amarezza, divertimento, rabbia. Se c'è una cosa che questo film non comunica è l'apatia. E' impossibile uscire dalla scala senza essere profondamente scossi. C'è davvero ben poco di cui lamentarsi e far polemica: il film di Moore è molto meno fazioso di quel che ci vogliono far credere. Questa è verita: è difficile da accettare e fa male. E' molto facile girarsi dall'altra parte e dire che non è vero, che le cose non stanno così, che il nostro mondo è in lotta per garantirci la pace e la serenità. E' facile e stupido. A chiunque abbia letto i libri di Moore pubblicati in Italia, "Stupid White Men" e "Dude, Where's My Country?", la materia trattata e le sconvolgenti rivelazioni contenute nel film potrebbero non suonare completamente nuove. Eppure io mi sono trovato completamente trascinato e spiazzato dal ritmo e dalla passione di un film che da questo momento in poi è ufficialmente non solo un classico del cinema, documentario o meno, ma anche un documento fondamentale per capire questo tormentato inizio secolo. Una testimonianza che in futuro potrà insegnare a mio fratello e a tutti quelli delle nuove genrazioni molto più di un normale libro di storia. E se qualcuno mi vuole ancora dire che l'operazione di Moore è molto semplice guradatevi la maniera magistrale in cui tratta l'attacco alle torri gemelle: schermo nero, poche inquadrature di gente che ASSISTE all'evento e mai anche solo uno scorcio dell'ormai famosa scena. Correte a vederlo e ditemi cosa ne pensate.

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venerdì, agosto 27, 2004
 

Silenzio

Ero tornato a casa di ottimo umore; messo già la bici, spento le luci del giardino ed aperto la porta. Nonostante la banalità e il suo essere carino e nulla più il film appena visto la cinema, "Laws of Attraction", mi aveva messo il sorriso sulle labbra. Già solo per questo sono 4 euro e 50 spesi bene. E poi arrivo in sala e mi stupisco di vedere i miei ancora alzati davanti alla tv a mezzanotte e un quarto: "Lo hanno ucciso." Non avrei mai pensato che queste parole mi facessero tanto effetto. La notizia dell'improvvisa esecuzione di Enzo Baldoni mi ha lasciato di sasso. Non avevo mai preso le minacce di morte degli utlimi giorni troppo sul serio; forse perchè ogni singola personalità politica apparsa in un telegiornale si dichiarava fiduciosa e prospettava una prossima risoluzione. O forse solo perchè non potevo accettare che una faccia così buona, con quell'espressione da ragazzino nonostante i suoi 56 anni, potesse mai conoscere la realtà di una brutale esecuzione. Per la mia mente erano due cose che non potevano andare assieme. Impossibile. Ed è tragico e beffardo il fatto che ora, prima di andare a letto, avessi programmato di leggere completamente gli articoli de "Il Manifesto" acquistato oggi. Leggere di Enzo Baldoni, inviato in Iraq del settimanale "Diario" e sequestrato il 19 agosto; apprendere delle trattative in corso, delle supposizioni, delle speranze. Il tutto sapendo che questa persona è già morta.

E allora è meglio tacere e far calare il silenzio.

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domenica, agosto 22, 2004
 

"Enalogia"?

Restando i dubbi sull'effettiva esistenza di questo vocabolo orrendo la notizia che qua riporto, pur rimanendo solo una voce, era già nell'aria da tempo. La possibilità che la saga di Guerre Stellari dopo l'apertura al passato si snodasse anche nel futuro del dopo-impero non era poi così remota; dopo Episodio I, II e III gli Episodi VII, VIII e IX insomma. Ovviamente il tutto era, e in parte è ancora, una facile speculazione che non teneva affatto conto di dichiarazioni e nemmeno di intenti ufficiali. A far tacere il tutto qualche anno fa è stato George Lucas stesso: una volta negata l'esistenza di qualsiasi progetto egli ha dichiarato che prendendosi altri 20 anni di riposo dopo il completamento dei tre prequel arriverebbe a superare la soglia degli 80 anni, e a quell'età non pensa proprio di essere in grado di portare avanti la saga. Che peraltro possiede già una sua definitva conclusione e non si vede come potrebbe andare avanti. Alla fine de "Il Ritorno dello Jedi" l'impero cade e i sith smettono di esistere. Difficile ipotizzare un seguito "avventuroso" alla storia, a meno di evidenti forzature che stonerebbero non poco. A dire la verità esistono mari di libri che trattano l'argomento e fanno proseguire le avventure di Luke Skywalker e Han Solo, ma oltre a non avere la minima autorità sul vero corso degli eventi (gli unici fatti "ufficiali" sono quelli riscontrabili nel film) non ho proprio voglia di leggere della semi-spazzatura che si diverte a espandere un universo che va già bene così. Per me la saga di Guerre Stellari si conclude con la festa sui vari pianeti e l'apparizione dei tre fantasmi. Che cosa ci può essere meglio di così? Qualcuno pare però pensarla diversamente stando alle voci di cui sopra; sembra infatti che sia stato fatto firmare ai dipendenti della Industrial Light & Magic (l'industria degli efetti speciali creata da Lucas) un contratto che li impegna per un periodo più lungo di quello che termina con l'uscita di "Episode III: Revenge of the Sith". E se fosse per film non appartenenti a questa saga? Non lo so, come milioni di altri sul web sto solo speculando su poche frasi di dubbia validità. Sono due però le cose che conosco per certo:

1) E' molto triste sapere che quello che uscirà il 19 Maggio 2005 sarà l'ultimo film di Guerre Stellari.

2) E' allo stesso modo triste pensare che ci saranno un Episodio VII, VIII e IX che in un certo senso invalideranno tutto ciò che viene fatto nei primi sei,visti nell'insieme, completi episodi.

Lo so: sono due pensieri antitetici ma ugualmente presenti in me. Certo se dovessero per forza venire prodotti dei nuovi episodi della saga almeno preferirei venissero scritti e diretti da George Lucas. Al contrario di una schiera infinita e predominante di persone che lo ritengono un cretino per i prequel (guardate cosa dice la gente su Imdb) io ho sempre ritenuto il suo lavoro fatto negli ultimi 8 anni assolutamente valido e degno di lode. Solo lui ha la capacità, e a ben vedere anche il diritto visto che è lui che ha creato l'intera saga, di espanderla e darle quel tocco che rende ogni episodio genuinamente "Guerre Stellari". Senza George Lucas, come molti hanno sperato invocando l'arrivo alla regia di Spielberg o Peter Jackson, magari potrebbe comunque venir fuori un ottimo lavoro. Ma non sarebbe Guerre Stellari, molto semplice. A questo punto non so se sperare che queste voci siano vere oppure no. Se venisssero negate sono certo che dopo l'uscita di "Revenge of the Sith" in dvd proverei una rilevante sensazione di vuoto: tutti questi anni di attesa, di foto rubate, indiscrezioni trapelate e sceneggiature improvvisate hanno permesso a noi fan di sentirci in un qualche modo partecipi della realizzazione dei film, di sentirli più nostri, di crearci pian piano un "nostro" Episode I, Episode II o Episode III nella testa e di confrontarlo con la versione finale in una sala buia con immancabili urla da pazzi all'apparizione del logo giallo su uno sfondo stellato e l'attacco del'indimenticabile motivetto. Ecco, è un pò triste pensare che questa attesa non ci sarà più. D'altro canto in caso contrario sorgerebbero davvero dei dubbi, e questa volta leciti, sulla qualità dei possibili seguiti. Stiracchiare una storia ben fatta per fare altri soldi non ha mai sortito degli effetti bellissimi: guardate che cosa si sono inventati i fratelli Wachoski per ripetere il successo del loro bellissimo "The Matrix" e non potrete che darmi ragione.Dopotutto Lucas non ha questo gran bisogno di soldi, e nemmeno subisce pressioni della casa di produzione, visto che è tutto suo!!!! La Lucasfilm (produzione) è sua, la ILM (vedi sopra) è sua, e pure la THX (nome derivato dal titolo del suo primo film), che si occupa di standard video e audio. Senza contare i soldi derivati dal merchandising, ovvero tutto ciò che porta il logo Star Wars dai pupazzi alle tazze (vero Gabry?). Non sono la persona più qualificata per dirlo ma non credo che se George Lucas smettesse di fare film con "Revenge of the Sith" si troverebbe in futuro con qualche problema economico. Una caratteristica che apprezzo molto di questo regista e il suo andare dritto per la sua strada. Voglio dire, si vede benissimo che con "Episode I" ha voluto creare un prodotto adatto per tutte le età, dal bambino che impazzisce per quel cretino di Jar Jar Binks fino al quarantenne che si emoziona a rivedere delle spade laser. Dopo le terribili critiche, a mio parere sempre eccesssive, ricevute per questo film si può notare come con "Episode II" abbia voluto fare le cose a modo suo senza preoccuparsi troppo del giudizio di un pubblico che, in ogni caso, non lo avrebbe mai perdonato. Jar Jar Binks viene quindi messo in secondo, se non in terzo o quarto, piano e vengono introdotti nuovi personaggi e situazioni che senza dubbio mai potrebbero andare già a una persona che si è schierata contro questi film "per principio". Non credo che costoro gradirebbero vedere Yoda che salta da una parte all'altra dello schermo brandendo una spada laser oppure Obi-Wan che si lancia da una finestra poer afferrare un droide volante. Per questo motivo mi sento un pò più tranquillo quando penso all'eventualità di un "Episodio VII", perchè credo che George Lucas non manderebbe tutto in vacca così facilmente. E questa eventualità forse non è così remota... dopo tutto Lucas aveva mentito anche quando aveva promesso di far uscire la trilogia originale in dvd dopo Episode III! Voi che ne pensate ( a parte Pit, ovviamente)? Dite la vostra!

Intanto che siamo in argomento posso anche segnalare un paio di chicce per tutti coloro che acquisteranno il cofanetto dvd il prossimo 22 settembre. Da un'immagine presa dal menu dvd del disco bonus è possibile notare, oltre alla presenza dei trailer di tutta la trilogia originale... anche quello di "Revenge of the Sith"! Ok, non è proprio un trailer ma un teaser (trailer più corto, sulla ventina di secondi) ma state sicuri che mi manderà fuori di testa per moltissimi giorni dopo averlo visto. E quando lo vedrete nel buio di una sala cinematografica e sentirete un urlo di gioia cercatemi pure fra le poltrone, sarò stato io.

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giovedì, agosto 19, 2004
 

Notte di Riepiloghi

Nonostante le pochissime ore di sonno accumulate nelle ultime ventiquattro ore, e per le quali vi rimando al post precedente, mi rendo conto che sono tante, troppe gli argomenti che avrei voluto trattare su queste pagine dettagliatamente ma invece ho saltato a piè pari. C'è da dire che non è un bel periodo per utilizzare il mio computer: la connessione bluetooth funziona sempre fintanto che non mi metto di buona volonta e decido di spendere un pò di tempo a modificare aspetto e contenuto del blog. Neppure resettone e cambio di sistema operativo (da XP home edition a Professional) ha giovato a ciò che oramai considero una maledizione bella e buona. Ma lasciamo stare le mie avventure informatiche andate male e cominciamo a recuperare tutto ciò che ho lasciato indietro. Per comodità, mia ovviamente, inizio dalla fine, ovvero dai giardini San Paolo di stasera.

I ricordi che possedevo di ""Essi Vivono" non erano troppo positivi. Noleggiato alla videoteca civica e visto una sera da Berto non mi aveva troppo impressionato. La prima parte addirittura era arrivata a stancarmi, con quel tema musicale eccessivamente ripetuto e un ritmo estremamente lento. Ciò che mi aveva dato più fastidio però era l'aver sprecato un'idea così valida, direi geniale, e aver trasformato il tutto in un mediocre film d'azione. La visione di stasera mi ha fatto ricredere parecchio: innanzitutto ho constatato ancora una volta che abisso sussista tra la visione casalinga mutilata, ovvero con una vhs granulosa in 4:3 che ti taglia parti fondamentali delle inquadrature, e quella in pellicola oiginale: 16:9 che se lo riproducessero in tv scatterebbero mari di polemiche e colori LEGGERMENTE diversi. Ma lasciando stare questi "dettagli" tecnici posso dire di essermi goduto tutto il film molto più della prima volta: è puro Carpenter, come "Halloween" o "Vampires". Certo, di fronte all'importanza degli altri suoi lavori questo resta un pò in disparte, ma il mix di ironia, machismo e una lettura politica della società scoperta come non mai ne fanno un opera da recuperare. Sono sicuro che, almeno stavolta, anche la maggioranza del pubblico abbia apprezzato. Al contrario de "La Frusta e il Corpo", film recuperato ieri sera e penalizzato ulteriormente dalla pochissima affluenza. Per essere il secondo film di Bava (Mario!) mi devo ritenere soddisfatto: curatissimo a livello formale, con una regia mai superflua e una fotografia ammirabile, l'opera del Roger Corman italiano (che è un pò il Mario Bava americano...) riesce a creare con successo un'atmosfera di tensione e mistero. Peccato che tutto soffra un pò troppo di un finale a mio parere frettoloso e che lascia irrisolti alcuni dilemmi, una pecca di quelle grosse, che ti lasciano un pò di amaro in bocca. Soprattutto dopo una messinscena così convincente.

Una volta conclusa la parentesi "Giardini della Paura" si arriva all'occupazione completa della sala 2 del Warner Village da parte di me, Dario e Nicola. Il filmone che non ci siamo lasciati sfuggire è "Ong Bak", film d'azione thailandese il cui trailer promette scene d'azione prodigiose senza l'uso di controfigure e presenta addirittura il protagonista come il nuovo Bruce Lee. Ce n'era di che aspettarsi un gran bel filmaccio e invece sono rimasto favorevolmente sorpreso. Proverei a descrivere quest'opera in modo leggermente schematico... REGIA: terribile e inutile SCENEGGIATURA: inconsistente e pretestuosa SCENE DI COMBATTIMENTO: DEFINITIVE. Premettiamo una cosa: l'arte sta decisamente in atri luoghi e la stessa cosa il cinema. Se però prendiamo questo "Ong Bak" per quello che in fondo è, ovvero una pellicola completamente basata sulle arti marziali come quelle di Bruce Lee, allora ci sono gli ingredienti giusti per diveritirsi. Quando infatti la macchina da presa mette da parte i, terribili, dialoghi e si inoltra nel bel mezzo di un combattimento il registro cambia completamente: è incredibile la quantita di acrobazie e numeri che il protagonista riesce a compiere in circa un'ora e mezza. Ad ogni scena arrivi alla conclusione che niente può più sorprenderti solo per venire smentito a quella successiva. In una furia di gomitate e ginocchiate, fra calci infuocati e caschi che si rompono, la soddisfazione da "maschio" e il divertimento raggiungono livelli altissimi. Se fosse stato dotato di una regia migliore e di quel pizzico di ironia che ha fatto la fortuna dei vari Schwarzenegger e Bruce Willis probabilmente nel suo ristretto genere sarebbe potuto diventare un classico. Ma forse lo diventerà comunque, forte di un'azione dalla potenza esagerata. Ci scommetterei che dopo l'uscita americana del film, alla fine di quest'anno, il giovane protagonista ed ex-controfigura inizierà una fortunata carriera americana. Quel tizio è fuori da questo mondo. Speriamo solo che non finisca come Bruce Lee!

Per concludere voglio parlare di "Donkey Konga", un gioco per Gamecube che tanto ho bramato e finalmente, dopo qualche problema col corriere, sono riuscito a stringere fra le mie mani. La particolarità di questo titolo è che non si utilizza col normale controller ma con dei bonghi (???) inclusi nella confezione.Per dirla in modo semplice queste due simil-botti riconoscono quattro tipi di input: un colpo al bongo sinistro, uno al destro, uno a entrambi contemporaneamente e il battito di mani. Scegliendo fra più di una trentina di canzoni sarà nostro compito seguire le icone che compaiono sullo schermo e che corrispondono ognuna a un tipo di input diverso. Il tutto, ovviamente, al ritmo della canzone scelta. E qui viene il "bello" (per me!): non essendo ancora uscito in edizione occidentale (15 ottobre in Europa) questa versione giapponese contiene canzoni di gusto.. come dire... giapponese!!! Un pò di pop giapponese (temi allegri cantati da ragazzine), qualche canzone per la tv, e tante, tante sigle di cartoni animati che mi hanno automaticamente fatto compiere il paragone con le controparti italiane: chiamatemi pazzo ma preferisco sei milioni di volte questi temi, spesso esaltantissimi come per GALAXY EXPRESS 999 o MAZINGER, alla brodaglia dance in cui vengono tramutate dagli aitanti compositori di Mediaset. Poi non bisogna sorprendersi se al cuginetto di 8 anni piace Gabry Ponte... non mancano tuttavia anche pezzi latini (Samba pa ti, Mambo N°5, La Bamba), pezzi classici (la marcia Ungerese e quella Turca) nonchè fantastici pezzi presi dal repertorio Nintendo, come il tema di Super Mario Bros, il "Monkey Rap" di Donkey Kong 64 e il "Donkey Konga Theme", creato apposta per questo gioco. Senza contare che nella confezione da me acquistata è incluso anche "Donkey Konga 2", secondo episodio con altrettante canzoni che quasi sicuramente non raggiungerà mai il mondo occidentale. Ciò che amo più di ogni altra cosa di questo titolo è il motivo stesso per cui è stato creato: non stupire con motori grafici all'avanguardia, non presentare trame complesse e per adulti, nemmeno simulare uno sport o una pratica esistente. "Donkey Konga" è fatto esclusivamente per divertirsi, e posso assicurare che ci riesce ALLA GRANDE, ipnotizzando il giocatore in modo preoccupante e costringendolo a provare pezzi sempre più difficili. Tutta da provare è ancora la modalità a due giocatori, per cui è necessario un secondo controller Tarukonga (così si chiamano i bonghi). Suonare lo stesso pezzo contemporaneamente non deve essere male... per il resto niente da dire, "Donkey Konga" rispetta in pieno la filosofia Nintendo, di cui ho già parlato e su cui non mi dilungherò nuovamente. Ora, fra una partita e l'altra a "Donkey Konga", c'è da organizzare l'impresa collettiva "Zelda: The Four Sword Adventures"... ma ne riparlerò fra qualche settimana. Alla prossima e buonanotte almeno a voi!

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mercoledì, agosto 18, 2004
 

Il Momento della Preghiera

Oh Pale nostre

che state nel Ventilatore

venga il tuo vento

sia fatta la mia volontà

di riuscire a stare al fresco

come il giorno così la notte

perchè prima non mi hai dato la brezza quotidiana

e mi hai fatto invece cadere in testa il poster

di Kurosawa e i Sette Samurai?

Hai forse rimesso a me i miei debiti

come io li rimetto ai miei debitori?

Neppure mi faccio indurre in tentazione

dal concorrente condizionatore;

e allora per quale motivo

non mi liberi dal caldo

e non mi fai ritrovare alle 6:30 di mattina

a scrivere un post inutile?

Vaffanculo.

 

 

Prossimo post: il "Credo"

 

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venerdì, agosto 13, 2004
 



FIGATA
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domenica, agosto 08, 2004
 

Vampiri e filosofia

Vedermi i film registrati di notte su Sky sta diventando un'occupazione sempre più sporadica. Quella che un tempo era una piacevole abitudine è ora un'occupazione rara. Completamente interrotto invece è il rito di prendere film alla videoteca comunale. E le due cose sono strettamente collegate. L'ora in cui mi ritrovavo a guardare i film era sempre notte fonda, dalle 2 fino alle 4, il che implicava un'orario di risveglio molto vicino, quando non attaccato, al pranzo. Negli ultimi mesi però ho iniziato a trovare molto fastidioso e irritante scendere dal letto e andare dritto a tavola sprecando completamente la mattinata e ho cercato di anticipare l'ora del sonno per svegliarmi prima alla mattina. A parte pochissime eccezioni in cui alle 8 mi trovavo già in piedi diciamo che nelle scorse settimane sono riuscito a stabilire come ora di risveglio medio le 10:30/11:00. Non è molto, ma le abitudini sono durissime a morire e non so se sia più difficile rimanere a letto quando non si ha il minimo accenno di sonno oppure riuscire ad abbandonare il materasso la mattina presto: una gara dura!

Ad ogni modo oggi è una di quelle non troppo frequenti giornate in cui mi sono guardato un film registrato da Sky, "The Addiction" (titolo italiano: "Vampiri a New York") di Abel Ferrara, per il quale ho anche convinto mia madre a interrompere la visione di "Un Boss sotto Stress" con la scusa che tanto il suo lo ripropongono in continuazione e il mio no. Ero rimasto molto colpito da come questo titolo veniva trattato dal Mereghetti: quattro stelle, il massimo dei voti, e un lungo elogio. Sommato al fatto che ero da poco reduce da "Il Cattivo Tenente" dello stesso autore e che mi aveva fatto impazzire non poco diciamo che la sua videocassetta ce l'aveva già prenotata. Ora però che 'ho potuto vedere devo ammettere che non è riuscito a convincermi del tutto, o almeno non posso considerarmi entusiasta come prometteva il dizionario. "The Addiction" è la storia di una laureanda in filosofia che una notte viene improvvisamente morsa da un vampiro, divenendolo lei stessa e iniziando un tormentato percorso fatto di droga e sangue. Ciò che mi ha colpito particolarmente è la pressochè completa uguaglianza di temi trattati rispetto a "Il Cattivo Tenente"; il peccato, il male, il perdono possono benissimo essere i temi principali dell'intera filmografia fi un regista. In questo non vedo problemi. Molto particolare invece il confronto diretto fra i protagonisti dei due film: il loro percorso, la loro storia, è fondamentalmente identica: sia il tenente depravato interpretato da Harvey Keitel che la studentessa in cerca di risposte al male nel mondo di "The Addiction" si trovano intrappolati in un vortice fatto di peccato. Entrambi sanno di fare del male agli altri ma non possono farne a meno, è la loro droga, la loro "dipendenza" ("Addiction" appunto). Il fatto di essere perfettamente consapevoli li distrugge fisicamente e psicologicamente, li rende pazzi: incredibile la sequenza in cui Harvey Keitel inizia a inveire contro l'apparizione di Gesù all'interno di una chiesa. In qualche modo l'aggancio per uscire da questa prigione è sempre la religione (gesù nel primo, il prete che confessa la studentessa nel secondo), la possibilità di espiare i propri peccati e venire salvati: essa indirizza quindi i due personaggi verso il sacrificio finale che li possa finalmente far riposare in pace, trovando tutte le risposte che cercavano e nessuno aveva saputo dargli. Può essere un'analisi piuttosto grossolana ma a mio parere spiega bene quella che è l'ossatura dei due film. E' in ciò che la riveste che ho trovato invece le maggiori differenze; se infatti "Il Cattivo Tenente" affronta il suo discorso in modo molto asciutto, esplicita meno i temi affrontati a tutto guadagno della godibilità del film, "The Addiction" appesantisce la riflessione e la mette completamente allo scoperto. Fin dai primi dialoghi si scomodano nomi importanti come Nietzsche, Kierkegaard, Feuerbach e si assiste a continue citazioni di loro passi con annesse discussioni. I discorsi più profondi invece andrebbero fatti con la macchina cinema, con l'uso della telecamera, del montaggio e della sceneggiatura. Qui vengono affrontati in entrambi i modi, sia attraverso le parole dei personaggi sia con ciò che vediamo. Abel Ferrara è un grandissimo regista ma devo dire di preferire nettamente "Il Cattivo Tenente", praticamente perfetto, rispetto a un film che affronta un discorso praticamente identico in modo meno efficace (ovviamente sempre parlando di cinema). Nonostante una fotografia in bianco e nero fantastica, degli attori bravi e una colonna sonora rap azzeccata. Come dire: molto bello ma lo stesso regista ha già fatto di meglio.

In un certo senso mi spiace liquidare in così poche righe un film fenomenale come "Il Cattivo Tenente" e uno molto bello come "The Addiction". Abel Ferrara è uno di quei pochi registi contemporanei che riescono a unire riflessioni profonde con uno stile folgorante. Un altro che mi viene in mente è Takeshi Kitano, di cui ho visto senza dubbio più opere. Quando conoscerò meglio anche Ferrara magari tornerò a parlarne. Nel frattempo ho una discreta voglia di mettermi a scrivere qualche soggetto per delle sceneggiature, un qualcosa che un giorno possa tirare fuori, sviluppare bene e magari girare con i miei amici. Tutto ciò però viene frenato dalla mia mancanza di mezzi "tecnici", ovvero videocamera e un programma di montaggio che mi renderebbero decisamente più lanciato. Le uniche cose infatti che mi vengono in mente ora sono storie complesse e magari anche originali però decisamente irrealizzabili da fare fra amici. Credo che stringere in mano una telecamera e un pò di pratica mi darebbero maggiormente l'idea di ciò che si può e non si può fare e mi indirizzerebbero verso qualcosa di fattibile. Vedrò. Alla prossima!

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venerdì, agosto 06, 2004
 

Monopolio completo?

Non posso nascondere di essere abbastanza agitato mentre scrivo questo post. Sono fatto così, alcune notizie mi mettono addosso un'ansia che mi perseguita per lungo tempo. Forse quando rivelerò il motivo di questo mio stato d'animo a qualcuno di voi potrebbe scappare una risata, alcuni potrebbero compatirmi tranquillamente, etichettandomi come il tipico ragazzino mai cresciuto. E avrebbero anche ragione se dopo aver letto questo post replicassero che i veri problemi del mondo sono altri, che c'è la fame e la guerra, gente che soffre e gente che muore ingiustamente ogni giorno. E' un ragionamento giustissimo e che trova la mia completa approvazione. Ci sono faccende più importanti, prioritarie rispetto a quella che sto per affrontare. Ma ciò non esclude che io abbia il diritto di trattare problemi apparentemente molto meno importanti ma forse, analizzando bene, legati in un qualche modo a quelli appena citati.

La notizia che ha scatenato in me questa reazione è di poche ore fa. In alcuni siti di videogiochi che visito quotidianamente appariva la seguente notizia: "Microsoft vuole comprare Nintendo". Dopo un leggero colpo al cuore ho letto l'articolo completo in cui si diceva che Bill Gates, durante un'intervista per un giornale tedesco, si era dimostrato interessato all'acquisto della casa giapponese. Per fortuna al termine dell'articolo figurava un rassicurante "update" contenente la risposta ufficiale di Nintendo: "Nintendo is not for sale". La risposta era abbastanza prevedibile visto il periodo finanziariamente buono che sta passando la casa di Kyoto. Nonostante la rassicurazione e quindi la conclusione della vicenda io non mi sento ugualmente tranquillo. La sua situazione economica potrebbe presto cambiare. Il futuro di Nintendo è in un certo senso una scommessa. Da Novembre di quest'anno dovrà vedere la sua egemonia nel campo delle console portatili, quello che le portava il maggior profitto, seriamente compomessa dall'entrata in campo di Sony e della sua Playstation, che già 10 anni fa le aveva soffiato il primo posto nel settore casalingo. La carta che vuole giocare Nintendo è (perdonate la ripetizione!) Nintendo DS, console avveniristica che più che delle potenzialità grafiche, da sempre la caratteristica fondamentale di ogni nuova console, fa del suo cavallo di battaglia l'utilizzo innovativo di due schermi, uno classico e uno touch screen, riconoscimento vocale e collegamento wireless. Funzioni che di sicuro espandono l'esperienza di gioco classica e rendono possibili nuove funzioni prima d'ora impensabili. Una scommessa ancora più grande è quella della nuova console domestica, con cui Nintendo ha annunciato di volersi distaccare completamente dal modo tradizionale di intendere il videogame. A cominciare dai controlli. Ma mentre questa macchina futuristica rimane ancora avvolta da un fitto mistero (verrà presentata ufficialmente a Maggio 2005) come risponde la concorrenza, ovvero la Sony? Il nome Playstation Portable, PSP, non poteva essere più azzeccato. Questa console portatile si presenta come una versione ridotta, ma quasi identica in quanto a potenza, della Playstation 2 presente nelle case di milioni di persone. Le parole d'ordine sono "potenza" e "multimedialità". Due caratteristiche molto più facili da digerire rispetto all'introduzione di un nuovo sistema di gioco a due schermi. La gente, si sa, ama vedere sempre le stesse cose. A queso punto una persona estranea al mondo dei videogiochi può a ragione chiedersi cosa ci sia di così "terribile" nella possibile acquisizione di una casa di videogames da parte di un'altra. Cercherò di rendere la questione più chiara a tutti spiegando dettagliatamente cosa significano davvero i due marchi, Nintendo e Microsoft.

Nintendo è la casa di hardware/software giapponese che, di fatto, ha portato a creare la concezione di "videogioco" così come oggi lo conosciamo. Questa azienda, che inizialmente produceva carte da gioco, e le menti geniali che continuano a lavorare per lei hanno tirato fuori il settore da un periodo buio negli anni '80 e con il Famicom hanno creato la console da casa, che si può definire la summa della filosofia Nintendo. Contrapposta ai computer la console vuole dire divertimento immediato, gioco puro, senza nessuna stringa di codice da inserire, senza configurazioni. Basta mettere dentro la cartuccia e il gioco è fatto. Sempre negli anni '80 con giochi come Donkey Kong, Super Mario Bros, The Legend of Zelda, e Metroid la Nintendo ha creato le fondamenta del gameplay. Ogni gioco oggi presente sul mercato può in un qualche modo richiamarsi a questi titoli, di cui copia in modo più o meno visibile la struttura. Senza voler esagerare si può dire che Nintendo abbia inventato il videogioco moderno, abbia posato i mattoni indispensabili per muoversi verso un nuovo livello. I videogiochi esistevano già ma è stata la casa giapponese a esplorarne le possibilità e indicare le direzioni in cui era possibile evolversi. Così come negli anni 80 Nintendo ha mostrato al mondo come muoversi in un mondo in due dimensioni, così nel 1995 ha dato lezioni su come sfruttare un mondo tridimensionale. I videogiochi in tre dimensioni esistevano già, ma solo Nintendo ha "scoperto" come utilizzare veramente questa dimensione in più e creare una nuova esperienza, un nuovo modo di concepire il gioco. Nella sua storia la progettazione dell'hardware è sempre stata asservita alle esigenze di gioco: in questo modo il Nintendo 64 ha visto l'introduzione di una levetta analogica per spostarsi in ambienti tridimensionali, indispensabile per muoverisi nella pietra miliare Super Mario 64 e poi copiata da tutti. Nintendo ha sempre significato, e come non mai in questi giorni, voglia di rinnovare, di sperimentare; Nintendo vuol dire voler usare nuovi stili e nuove strutture; Nintendo implica mondi fantastici, fantasiosi, originali e non solo bambineschi; ma soprattutto Nintendo fa rima con videogioco, una parola composta di due parti, video e gioco, inscindibili e le cui parti non devono mai essere in squilibrio fra loro. La sua parola d'ordine è "divertimento". L'importanza di questo marchio non è solo nella sua storia, grazie alla quale si attesta di sicuro come la più importante casa di videogiochi, ma soprattutto nelle grandi potenzialità che ha per potere rinnovare il settore. Nintendo, parlando in termini di attività, non è mai stata così viva come oggi. Tralasciando il valore storico di certi titoli del passato posso affermare con certezza che le sue attuali console, Gamecube e Gameboy Advance, sono le migliori per parco software mai prodotte. Mai come oggi Nintendo fa rima con qualità.

Microsoft è la prima software house da molti anni che decide di entrare seriamente nel mondo delle console domestiche. E lo fa con la consapevolezza di avere al suo comando l'uomo più ricco del mondo, Bill Gates. Microsoft quindi vuol dire escludere qualsiasi tipo di problema economico. Le perdite, anche ingenti, possono essere benissimo tollerate perchè Microsoft vuole dire soprattutto monopolio completo nel campo dei sistemi operativi per PC. Ogni persona sulla terra con un personal computer al 99,9 % sta utilizzando Windows, compreso io che sto scrivendo questo post. Senza contare l'ormai concluso monopolio dei browser per navigare in Internet. Microsoft significa una storia lunga trent'anni di successi, economici, quanto di battaglie legali. Più e più volte la casa di Redmond è stata portata in tribunale e ne è sempre uscita senza alcun danno, anzi più forte di prima. Per quanto riguarda le console nel 2002 ha lanciato l'X-BOX, macchina occidentale (anzi americana) fin dall'aspetto esteriore: sembra un pacchiano videoregistratore, di quelli più ingombranti. Il joypad è stato addirittura cambiato in corsa perchè gli asiatici non riuscivano ad utilizzarlo. Microsoft vuol dire avere successo a tutti i costi e questo si identifica con una sola parola: comprare. Forte di un budget praticamente illimitato Bill Gates ha potuto comprarsi una delle software house più importanti della storia, l'inglese RARE, e rubarla a Nintendo. Dopo l'acquisizione praticamente tutti i membri principali se ne sono andati e hanno fondarto una casa loro, ma questa è un'altra storia. Microsoft è X-Box e quindi potenza: fra le tre rivali la console americana è quella in assoluto più potente, la più performante a livello video ed audio. Microsoft fa giochi da poco (Age of Empires, Flight Simulator...) e di fatto non solo non ha mai inventato niente, ma neppure ha creato capolavori. La maggior parte dei giochi X-Box viene dal Pc (e in fondo la stessa console è un pc meno potente) e ha una filosofia di stampo occidentale. Il che vuol dire estremo realismo e poco spazio a titoli troppo "fantasiosi" e quindi, secondo un'equazione tanto in voga quanto ignorante, per bambini. Ecco insomma tanti titoli sportivi, di automobili, di simulazione e d'azione, come in ogni personal computer. Microsoft vuol dire quindi andare sempre sul sicuro, riproporre gli stessi schemi e gli stessi stili di successo, poca o nessuna sperimentazione volta alla maggiore diffusione possibile. Piuttosto di rinnovare il gioco dall'interno, sperimentando con le sue regole, lo si vuole ampliare dall'esterno. In questo modo la maggior parte dei titoli X-Box è giocabile con più persone in rete, senza ovviamente che il gioco venga progettato (come per esempio Ultima Online o Star Wars Galaxies) a partire da questa funzionalità. Micrososft vuol dire quindi voler arrivare non solo all'egemonia ma al vero e proprio MONOPOLIO, e non sfornando prodotti qualitativamente migliori rispetto alla concorrenza ma COMPRANDOSI la concorrenza. Da questo punto di vista quindi non esagero dicendo che Microsoft nel mondo dei videogiochi, ma non solo!, significa imbarbarimento dei gusti, occidentalizzazione e morte della fantasia. La sua parola d'ordine è "profitto". E per raggiungerlo ha la costanza e la possibilità economica di perdere soldi per molto tempo prima di raggiungere il suo obiettivo.

Torniamo quindi all'ipotesi iniziale, ovvero l'eventualità che Hiroshi Yamauchi, maggiore azionista di Nintendo, decida di vendere la società a Microsoft. In questo caso io prospetto un futuro simile: una volta acquisita Nintendo verrebbe smantellata e messa sotto stretto controllo della Microsoft. Alcune menti, e sto pensando soprattutto a lui, Shigeru Miyamoto, il più grande game designer del mondo, lascerebbero la compagnia e ne fonderebbero un'altra, che finirebbe indubbiamente a pubblicare anche per la console Microsoft ma con una maggiore libertà creativa. Nonostante questo i simboli materiali di Nintendo continuerebbero a esistere: Mario, Link, Donkey Kong resterebbero presenze fisse del settore (magari inseriti in contesti più adulti). Quello che se ne andrebbe definitivamente è tutto quello che non si può vedere e toccare con mano: la voglia di divertire e divertirsi, la sperimentazione, la fantasia e soprattutto la qualità a cui la casa giapponese ha sempre abituato. Col passare del tempo anche Sony inizierebbe ad accusare il duro colpo di una console che vanta dalla sua personaggi così famosi. A furia di comprare titoli e software house anche la Playstation arriverebbe presto al collasso e dovrebbe passare il testimone. In questo caso non ci sarebbe più nessuna console prodotta da giapponesi, il che significa una completa rivoluzione di gusti a livello mondiale, che vedrebbe imposto uno stile più occidentale, a mio avviso culturalmente più debole. Ma senza amdare così in là con le previsioni anche la scomparsa di Nintendo dal mondo delle console sarebbe una catastrofe di dimensioni esagerate. Anche se molti non saranno d'accordo, ma in questa posizione sono come l'uomo dell'ottocento che si snobba la fotografia, qui si sta parlando di cultura e un evento del genere significherebbe un'improvviso arresto della produzione più originale, innovativa e di qualità oggi in circolazione. Sarebbe un evento disastroso, il segnale che in giro c'è qualcosa che non funziona, come se la storia della Microsoft non ce lo dimostrasse. Per quanto mi riguarda appena sarà disponibile su internet comprerò il Nintendo DS americano o giapponese (tanto è universale e il prezzo identico o più basso di quando uscirà qui) e la stessa cosa farò con la nuova console da casa battezzata provvisoriamente Revolution. A queste due console auguro il più grande dei successi e di riuscire (ma il Nintendo DS mi darà ragione) a rinnovare il settore. Il panorama ideale che mi posso immaginare è l'uscita di Microsoft dal mercato console (ma non avverrà mai) e una concorrenza commerciale fra le due case giapponesi, Nintendo e Sony, che hanno dimostrato di giovare entrambe di un clima di competizione spietata. La supremazia netta di una sull'altra porterebbe a sforzi produttivi minori e la qualità senza dubbio ne risentirebbe.

Ma risulta ovvio da questo lungo discorso come il problema, non solo per quanto riguarda i videogiochi, sia la Microsoft a il suo comportamento, dannoso per tutta la società. Bill Gates è, forse più del presidente degli Stati Uniti, l'uomo più potente del mondo. Non solo controlla un patrimonio finanziario illimitato, e soldi vogliono dire potere, ma ha anche in mano un settore verso il quale la nostra società fa e farà sempre più affidamento. Cori unanimi di protesta vengono dagli esperti: Windows non è il migliore sistema operativo e Internet Explorer non è il miglior browser in circolazione. Tuttavia sono i più utilizzati e quindi l'intero mercato viene indirizzato a questa piattaforma. Forse pensate che stia esagerando, ma grazie a questa schifezza che si piantano una volta su tre e ogni anno andrebbe cancellata e ri-installata, Bill Gates sta tenendo in pugno tutti noi. E non lo dico io ma schiere di professionisti del settore che denunciano un monopolio senza precedenti. Cercando nella rete ho trovato un documento molto interessante e che invito tutti a leggere ed eventualmente a linkare anche dai propri blog. E' la storia in breve della Microsoft dagli inizi fino ai processi più recenti. Se possibile passatelo anche ai vostri amici. Il link è questo:

http://www.tmcrew.org/csa/l38/multi/microsoft/gubitosa.htm

Non tarderò inoltre a creare un logo anti-microsoft da mettere permanentemente su queste pagine. E cogliendo al balzo l'occasione di dover formattare tutto ho deciso di recuperare Linux (un sistema operativo più stabile, sicuro ma soprattutto gratuito e open-source) e di usare Windows solo quando strettamente necessario. Non è un capriccio legato alle mie preferenze di videogiochi. E' una decisione grave che ho preso perchè ritengo la situazione davvero seria. Senza contare il fatto che qualsiasi altro sistema operativo è meglio di Windows.

Vorrei sapere che cosa ne pensa in proposito la gente che di solito legge queste pagine, in particolare gli ingegneri informatici, che dovrebbero essere più ferrati di me sull'argomento. Alla prossima volta.

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mercoledì, agosto 04, 2004
 

Pulsioni

E' un processo strano che avviene in momenti del tutto particolari. O meglio particolari poichè assolutamante banali e quotidiani. Ci sono infatti volte che mi trovo sdraiato nel letto, oppure sto leggendo un libro, o anche sto camminando per la strada e mi viene improvvisamente voglia di riguardarmi un film. E' ricapitato qualche sera fa, mentre stavo cercando, non senza fatica, di addormentarmi. Il caldo è tanto e il condizionatore può essere usato molto poco perchè potrebbe far ammalare mio fratello. Aprendo la porta quindi sono più i danni che i lati positivi: per un manciata di aria fresca, di sicuro non abbastanza, rischio di sentire un probabilissimo pianto nel bel mezzo della notte. O ancora peggio prima che mi riesca addormentare; una volta buttato giù è difficile svegliarmi. Sommiamo a questo la mia recente volontà di addormentarmi prima di notte per non dovermi sempre alzare con il pranzo pronto o quasi e il quadro assume la forma di una vera e propria sfida. E mentre cercavo inutilmente di anestetizzarmi mentalmente mi sono venute alla mente delle immagini di "The Blues Brothers". Come tutti i film che in un qualche modo ti hanno cresciuto il loro ricordo è qualcosa di estremamente terapeutico. E con questo titolo in particolare dovrei sentirmi particolarmente debitore poichè, da ciò che mi ricordo, si tratta del primo vero film che ho visto da piccolo. Rammento un bambino di quattro, cinque anni al massimo, davanti a una grossa tv e un grosso videoregistratore che sta facendo girare una cassetta già vecchia a quel tempo. I miei ricordi di "The Blues Brothers" sono così, con il video sgranato, pieno di linee bianche che si danno il cambio e colori slavati. La spigolosa scritta RAI in basso a destra. Dell'audio non ricordo molto ma non doveva essere male se ad oggi, davanti a un dvd tirato fuori un paio di volte negli ultimi tre anni, riesco a ricordarmi le parole di ogni singola canzone, ogni battuta, ogni rumore. Non so se i miei genitori hanno scelto appositamente quello come primo film "non animato" da farmi vedere. Conoscendoli non mi immagino una gran riunione per decidere cosa fosse più bello e cosa meno, cosa appropriato e cosa no. Ad ogni modo non mi viene in mente nessun candidato migliore per tuffarsi nel cinema. Il film di John Landis è talmente perfetto da lasciare basiti a ogni visione. Ogni inquadratura, ogni canzone, ogni trovata gridano al miracolo. Ogni inquadratura, ogni canzone sono trovate geniali. E non serve esservi cresciuti insieme per capirlo. Una sensazione simile infatti, di stupore e profondissima ammirazione, mi ha suscitato "The Rocky Horror Picture Show", visto meno di un anno fa e impresso in maniera indelebile nel mio cuore. Una volta mi era capitato di esprimere il dubbio su chi, fra questi due film, fosse il più grande. Ma a ben vedere non c'è questo gran dilemma; pur essendo entrambi gemme preziose "The Blues Brothers" lascia più il segno del musical con Tim Curry. E' una questione di alchimia, del perfetto amalgamarsi di ogni elemento. Ogni gran film che può anche fregiarsi del titolo di "cult movie" riesce a creare un mondo a se. George Lucas con "Guerre Stellari" è riuscito a creare un mondo allo stesso tempo convincente e affascinante. Questo vale anche per "The Blues Brothers" e "The Rocky Horror Picture Show". Ma al di là di questo il primo supera il secondo per regia, montaggio, fotografia e soprattutto per quella caratteristica che rende immortali certe pellicole. La parola geniale forse in questo caso è addirittura restrittiva. E rileggendo queste poche righe mi rendo conto di provare nuovamente a spiegare sensazioni che non si possono descrivere a parole. Se dovesse apparire un simbolo sullo schermo, chessò, una lampadina, per ogni idea originale e straordinaria allora andrebbe a sostituire in maniera fissa il vecchio logo RAI che figurava sulla mia videocassetta. Ma ogni cosa qui è straordinaria: la musica, la storia, gli interpreti... Per capire appieno la grandezza e l'unicità di questo film basta guardare il seguito di pochi anni fa: stessi autori, stesso cast (ma senza John Belushi) e una riunione di artisti blues ancora più ricca rispetto al 1980. Ciò che cambia in modo esagerato è il risultato. E questo non solo per il vuoto incolmabile lasciato da John Belushi. Ma soprattutto perchè un risultato simile non può ripetersi.

In realtà questo post è ancora più inutile degli altri. Le persone che di solito leggono queste pagine sono tutte lontane dall'Italia e prima del loro ritorno questo post sarà già così in fondo che nessuno vi farà più caso. Comunque è quasi un dovere parlare di "The Blues Brothers", quel tipo di dovere che ho nei confronti di tutti gli altri film che mi hanno accompagnato e di cui non mi farò mai mancare la compagnia. A presto.

postato da Phemt | 00:16 | commenti (1)