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giovedì, marzo 31, 2005
Ricette
Il mio spirito critico (cinematografico) è stato messo davvero a dura prova davanti alle evidenze che elargisce, a iosa direi, un film come "La Foresta dei Pugnali Volanti". Il regista è Zhang Yimou e se per la maggior parte delle persone ciò vuole dire "Hero", per la critica cinematografica invece questo nome significa "Lanterne Rosse": un film talmente importante da venire inserito da Fernaldo Di Giammatteo (recentemente scomparso) nella lista delle "Milestones", le pietre miliari dopo le quali il cinema non è più stato lo stesso. Di sicuro se facessimo parte di quel miliardo di cinesi che popolano il nostro pianeta conosceremmo molti altri titoli che qui non sono arrivati, e non arriveranno, mai.
"Hero" è meraviglioso: niente di più, niente di meno. Ma di questo ho già parlato. Il problema nasce quando si sommano due constatazioni che ho fatto terminata la proiezione del "nuovo" film:
1) "La Foresta dei Pugnali Volanti" non è un granchè.
2) "La Foresta dei Pugnali Volanti" ha tantissimo da spartire con "Hero".
Una bella gatta da pelare. Mentre sullo schermo scorrevano le immagini (bellissime) ero perfettamente conscio di entrambe le cose. E questo, a posteriori, mi ha turbato non poco. Anche perchè, a parte me e Nick Cohen, tutti gli altri hanno apprezzato molto questa nuova prova di Yimou. Ma tutti gli altri non hanno visto "Hero". E' quindi possibile che la visione di un film possa pregiudicare così pesantemente la validità dell'altro? In questi giorni ho cercato una risposta al quesito e credo di averla trovata solo parzialmente. Per muovermi ho pensato a qualche esempio affine, non trovandone proprio di uguali. Ho pensato alla saga di "Guerre Stellari".
Pensiamo alle due trilogie: la prima, quella realizzata dall'77 all'83, e la seconda, incompiuta ancora per una cinquantina di giorni. Con i tre film originali possiamo dire di essere cresciuti più o meno tutti noi, almeno per quanto riguarda i maschi. I giudizi sono ovvi: sono fantastici. Anche la critica, che in un primo momento li massacrò negli Stati Uniti (ma non in Europa), ha col tempo riconosciuto il valore di questa trilogia e non fatichereste a trovarne parole più che positive su qualsiasi dizionario del cinema. Nel '99 George Lucas ha deciso di raccontare l'antefatto alla storia che conoscevamo già e, con l'uscita di "Star Wars Episodio I - La Minaccia Fantasma", si è coperto di oro e di insulti: da un lato ha raggiunto nuovi record di incasso, dall'altro è stato pesantamente criticato, se non offeso, per il livello qualitativo della sua opera. Anche una nutrita schiera di fan si è inorridita di fronte al nuovo episodio e ha cominciato a dire che il vecchio mago aveva perso del tutto la sua magia. Tutto questo si è acutizzato negli States con l'uscita di "Star Wars Episodio II - L'Attacco dei Cloni", là ritenuto peggiore del primo Episodio (un fatto che io riesco a spiegarmi solo con l'imbecillità dei critici americani), ed ha continuato il suo percorso nel dividere il mondo dei fan in due grossi gruppi: chi accetta i prequel e chi no. Dai numerosi post che ho fatto sull'argomento avrete capito sicuramente che io vado iscritto nel primo gruppo, con l'aggiunta di un particolare apprezzamento (eufemismo) per il secondo episodio. Quello che però in tutti i miei post non mi ero mai chiesto è qualcosa che mi ha fatto venire in mente TheZar con un suo commento, ovvero: i giudizi sui prequel sarebbero stati negativi se i tre episodi originali non fossero mai usciti? Credo che la risposta di chiunque con un minimo di buon senso sarebbe un secco no. Questo perchè nessuno sarebbe mai venuto in contatto con una delle creazioni più intelligenti e curate della fiction moderna come è il mondo di "Star Wars", grande aggiornamento (o forse semplice trascrizione) di tutti i miti che hanno attraversato questo pianeta per millenni. Tutto ciò sarebbe una novità. E verrebbe, giustamente, accolto in maniera entusiastica. Oggi questo non può avvenire per l'esistenza di un filtro importante, di un metro di paragone che, volenti o nolenti, dobbiamo applicare. Da questo punto di vista, come "film di Guerre Stellari", "Episodio I" è meno valido dei primi tre.
Parlando di "Hero" e "La Foresta dei Pugnali Volanti" la questione è diversa. Fra i vari episodi di Guerre Stellari, e soprattutto tra quelli classici e i prequel, noto un divario abbastanza importante a livello di tecnica, di stile registico. Tutto ciò mi porta a dire che "Episodio I" è meno importante degli altri episodi ma ha una sua validità, e forse non poca, come film in sè. Per le due pellicole di Yimou queste differenze scompaiono completamente: a livello stilistico "Hero" e "La Foresta dei Pugnali Volanti" sono lo stesso film. Questo perchè uguale è la ricerca formale, lo scopo visivo che si prefigge il regista, più che l'effettiva riuscita di questi effetti. A questo punto come va giudicata la pellicola? O meglio: come VANNO giudicate, perchè se lo stile è lo stesso allora il giudizio va riformulato per entrambi, quindi anche per "Hero".
Sinceramente non me la sento di attribuire qualcosa in meno al bellissimo elogio imperiale, ma sempre bellissimo, di "Hero". Quando fra due oggetti c'è un elemento in comune direi che è logico passare a giudicare quello che è proprio di ognuno di loro, ovvero la storia. Come trama, e anche a livello di struttura narrativa, "Hero", con le sue versioni a la "Rashomon" e i vari intrecci fra i personaggi, mi pare superiore alla infinito cambio di prospettive (anche errate a posteriori) che guida la tragica storia d'amore de "La Foresta dei Pugnali Volanti". Il primo ha più cuore, più spontaneità; le virtuosistiche scene di battaglia conducono a qualcosa di più solido, di più giustificato, di più poetico. I pugnali volanti e le acrobazie del secondo sono invece troppo marcati e sterotipati per non venire sospettati di ammiccamento allo spettattore occidentale. Questa teoria del "piacere ai mercati stranieri" verrebbe anche convalidata dalla presenza di varie componenenti, sia artistiche che tecniche, non provenienti dalla Cina. Poi, ovviamente, c'è sempre il problema che prima di lui è venuto "Hero", e lo sfoggio di colori, i paesaggi modificati al computer, la poesia dei combattimenti danzati, sono "solo" cose già viste. E se anche questo effetto di "già visto" fosse stato intenzionale?
lunedì, marzo 28, 2005
Uovo
Anch'io, come ogni bravo bambino, ho potuto festeggiare questa Pasqua 2005 con il tradizionale uovo di cioccolato. Prevedibilmente la sorpresa al suo interno non si è rivelata eccezionale: un piccolo castello di cartone da piegare e montare, più simile, per le difficoltà di assemblamento, a un giornale accartocciato che alle fortezze medievali. Quest'anno va così, nè meglio ne peggio di quelli precedenti. In realtà però ci sarebbe qualcosa d'altro, un piccolo regalo che ho avuto la fortuna di ricevere prima di aprire il secondo uovo, il famigerato più latte meno cacao. Ieri sera mi è stato concesso dal destino di assistere a una bellissima puntata di Agorà sulla più provinciale delle rete provinciali: Tv Parma.
In occasione di questa importante festa l'argomento della trasmissione era naturalmente la Pasqua. Protagonisti del dibattito (si, dibattito...) erano in ordine: un giornalista del Foglio, uno di Vita Nuova, un prete e tre studentesse dell'istituto Melloni con la loro professoressa di Inglese. Dico subito che, come mi ha giustamente fatto notare TheZar, il più progressista lì in mezzo era il PRETE. Scusate se non ho compiuto una ricerca per rintracciare nomi e cognomi; è evidente che, per lo scopo del post, non sono affatto importanti.
La conversazione ha preso subito una piega ben precisa, quella della lamentela; ognuno degli invitati aveva qualche critica, diciamo pure molte, da portare agli atteggiamenti delle persone, delle istituzioni e del governo stesso verso il periodo pasquale o più in generale le feste santificate. Cercherò di schematizzare al massimo i vari interventi e le differenti posizioni tenute durante la puntata, ovviamente fino al momento in cui la mia pazienza è finita e mi sono ridotto a scaricare mp3 di giovani gruppi pop/rock da WinMX. E poi dicono che la Tv non fa male...
1) Primo intervento della prima studentessa del Melloni: si rivolge al prete e chiede, scandalizzata, perchè la chiesa non faccia qualcosa contro la mercificazione delle feste, sempre più vittime del consumismo e ormai dimenticate per quello che è il loro valore religioso. Il sacerdote coglie la palla al balzo e spiega come questa pratica sia ormai dilagante e la chiesa, in merito, possa farci ben poco; nelle sagre di oggi si mangia soltanto e non si prega più, per la natività tutti ti augurano "Buon Natale" mentre invece sarebbe più giusto dire "Buon Natale DI GESU'" per ricordare il vero senso del 25 dicembre. Il giornalista del Foglio si unisce molto volentieri al coro e riferisce dei suoi colleghi che si fanno gli auguri di buona Pasqua e, quando lui chiede cosa significhi per loro questo giorno, rispondono che si tratta di una domenica come tutte le altre; è ovvio che così non è. Lo sa molto bene l'altro giornalista, quello di Vita Nuova, che sottolinea il modo in cui vive e aspetta la Pasqua ("è il giorno più importante dell'anno, quello attorno al quale ruotano tutti gli altri") e si mostra, come per il resto della puntata, in bilico fra l'estasi e le lacrime di gioia: MOOOLTO inquietante.
2) Interviene la seconda studentessa: riferisce agli adulti in studio di come alcune sue amiche siano uscite "molto cambiate" dalla visione del film di Mel Gibson e abbiano in seguito vissuto la Pasqua in maniera differente, più consapevole. La domanda vera e propria è: quante volte è stata rappresentata, e con quali risultati, la vita di Cristo? I due esempi preferiti dai tre interlocutori sono "Il Vangelo Secondo Matteo" di Pasolini e (sigh!) "La Passione di Cristo" di Mel Gibson. Se il prete si contiene dicendo che i due registi hanno scelto modalità espressive differenti, uno più "artistica" e l'altro maggiormente "realistica", il giornalista del Foglio si dimostra invece leggeremente invasato. Tutte le sue parole sono per il film del regista australiano, una pellicola che lo ha fatto stare molto male per la crudezza con cui rappresenta gli avvenimenti. Un'indisposizione che, alla fine, diventa un pregio: la passione è dolore, è sofferenza, sono emozioni forti, al limite del sopportabile, e Mel Gibson ha scelto la strada forse più giusta per rendere appieno il senso della crocifissione. Conclude l'argomento il rappresentante di Vita Nuova, che apprezza in particolare il corto circuito intellettuale creato da Pasolini quando inquadra un'automobile che, alla fine del vangelo, imbocca una curva: poteva andare peggio.
3) "Provocazione", o almeno così la chiama il presentatore, della terza studentessa: la scuola non prepara adeguatamente alla Pasqua, non infonde i suoi valori religiosi e, soprattutto, è attesa dagli studenti solo come periodo di vacanza. Come può la società rendere più partecipi i suoi componenti? A questo punto veramente la conversazione prende pieghe surreali, direi quasi caricaturali. Il giornalista del Foglio si scaglia contro tutti e tutto: ormai la religione è un valore sempre per meno persone, le chiese, soprattutto quelle di Parma, sono in stato fisico e organizzativo disastroso e anche la scuola non insegna quello che invece dovrebbe insegnare. Ormai il discorso è incontrollabile e le critiche praticamente generalizzate: si parte dallo scandalo delle candele, oggi elettriche e non più di cera, che "favoriscono solo i pazzi come Unabomber e uccidono l'atmosfera rituale", e si arriva addirittura, da parte della seconda studentessa, a puntare il dito contro gli insegnanti di religione, colpevoli di "spiegare e approfondire i grandi temi filosofici che costruiscono la fede e ignorare invece la vita di Gesù" (!). A questo punto prende la parola l'insegnante di Inglese che porta la sua personale esperienza: una parte del corpo docente si è infatti dovuta chiedere come infondere il vero spirito della pasqua cristiana a degli studenti che non vengono abbastanza preparati dall'ora di religione. Purtroppo, conclude, loro possono solo toccare marginalmente gli aspetti culturali delle varie nazioni e spetterebbe all'insegnante di religione assolvere questo compito. Dopo gli sproloqui del sacerdote, che non si capacita di questa inadempienza dei docenti ("eppure gli abbiamo FORMATI bene..."), arriva il meglio, la grande sparata che mi ha veramente fatto gettare la spugna. Non contenta dell'operato svolto fino a quel momento, la prima studentessa ritorna all'attacco e dice più o meno la seguente frase: "Una mia amica mi ha detto che all'inizio la televisione veniva utilizzata per formare la gente, per insegnare giusti valori che poi hanno unificato l'Italia sotto un'unica cultura condivisa. Ecco... credo che questo andrebbe fatto anche ai giorni nostri; credo che la tv debba ricominciare a insegnare i giusti valori alla gente di modo che le persone vedano davvero quello che è importante e quello che non lo è. Secondo me la televisione, se utlizzata nel modo giusto, ha delle potenzialità enormi."
No. Basta. Troppo.
Vi ho risparmiato alcuni punti del discorso minori e di cui ho seguito il dibattito in maniera frammentata. Prima di concludere voglio commentare, uno per uno, tutti e tre i blocchi:
1) E' evidente ormai a tutti che le feste non siano più momenti religiosi. In un mondo in cui il Dio tradizionale è stato sostituito da un nuovo Dio, quello del consumismo, non c'è già più posto per ricordare eventi successi migliaia di anni fa, figuriamoci per chiedersi se sono successi DAVVERO... C'è ben poco da fare: la nuova divinità è molto più forte e assai più allettante della prima. Che cosa rimane quindi del rito originario? Semplice: migliaia di persone che si recano in una chiesa una domenica mattina per riempire uno spazio che altrimenti sarebbe vuoto, a loro volta incerti se il loro sia stato un atto volontario oppure un semplice automatismo per conformarsi alla società che ci circonda. Ma qui forse sono stato troppo buono: l'abitudine e il conformismo regnano sovrani, senza troppe possibilità di appello.
2) Lasciamo stare il film di Pasolini: è oggi un dato di fatto che buona parte della chiesa lo abbia digerito senza troppi problemi, e sarebbe qui troppo lungo discutere magari sulla diversa interpretazione che ne danno rispetto a quella propria dell'autore. Mi concentro allora sempre sulla solita pellicola: questo dibattito televisivo è un esempio lampante del fondamentalismo che permea ogni fotogramma de "la Passione". Tutto lo studio ammette di aver apprezzato "l'interpetazione", e se non sono fondamentaliste queste sei/sette persone... D'altronde questa non è una grande scoperta. Mi sembra più interessante, invece, analizzare il potere persuasivo attribuito a questa opera. Nell'elogiare i risultati del regista australiano e, contemporaneamente, puntare il dito contro la contemporanea poca forza educatrice della televisione si crea automaticamente una dicotomia fra un modo giusto di educare, una morale buona, e un modo sbagliato, la morale cattiva. Ciò che dice Mel Gibson va bene, quello che insegna la tv di oggi no. Ma come si fa a non vedere l'evidente nesso fra i due? Il film di Mel Gibson è la DIRETTA CONSEGUENZA di una pessima concezione di televisione, di una pessima concezione di cinema. Cosa è "La Passione" se non la storia della crocifissione narrata secondo il più estremo (e persuasivo) stile narrativo moderno? Questo film è prima di tutto uno stupro intellettuale. Come si fa a capirlo? La risposta è sempre la stessa: cultura. Basta una minima cultura cinematografica (e la mia non è di certo immensa) per rendersi conto della volgarità di quest'opera, della sua natura prettamente reazionaria. Il grande merito di Gibson è stato quello di venire incontro ai milioni di fondamentalisti cristiani sparsi per il mondo e restituire nelle sale cinematografiche COME loro vedono il Vangelo. Un grande merito, davvero.
3) Minimizzo la prima parte del discorso con una semplice frase: l'ora di religione deve approfondire le VARIE religioni senza nessun predominio di una sull'altra, garantendo la laicità dello stato e venendo incontro a un Europa che (e questo è molto temuto da gente come quella di cui stiamo parlando) si prospetta sempre più come un europa multi-etnica. Nei vari interventi delle studentesse si nota perfettamente come il fondamentalismo ribalti completamente le prospettive razionalmente positive: l'approfondimento dei valori del cristianesimo, a mio parere l'unica grande eredità storica positiva di questa religione, vengono messi in secondo piano rispetto ai fatti del vangelo, alla storiella. Qui si parla della supremazia dell'ignoranza sulla conoscenza. E che cos'è il fondamentalismo se non ignoranza?
Passando all'ultimo commento riportato devo ammette che nel sentirlo mi sono demoralizzato non poco. Va bene l'ottimismo, come insegna Tonino Guerra, ma credere nelle possibilità di educazione della televisione è davvero questione di cecità intellettuale. Capisco che queste ragazze siano giovani e evidentemente plagiate (o meglio più plagiate di noi), ma instillare tutto quell'entusiasmo in un processo OGGETTIVAMENTE impossibile mi sembra esagerato anche per una quindicenne. Già anni fa io ero abbastanza pessimista sulle potenzialità "formative"; in seguito ho avuto la fortuna di incontrare due dei ragionamenti più importanti sull'argomento. Come sapete odio citare idee e passi altrui e preferisco cercare di fornire delle riflessioni personali; in questo caso è davvero impossibile vista l'indispensabilità di questi due interventi nella cultura del 900. Il primo ragionamento, direi seminale, è quello che Marshall McLuhan compie sulle comunicazioni di massa nel fondamentale "Gli Strumenti del Comunicare". Siamo a metà del secolo e quest'uomo, in poche parole, riesce a esprimere un concetto, una verità sempre più inattaccabile ogni volta che cerco di metterla in difficolta: "Il Medium E' il messaggio". Due sostantivi, un verbo e due articoli che rivoluzionano il modo di concepire le comunicazioni. Evidentemente la Democrazia Cristiana, partito egemonico durante la prima repubblica e diretto responsabile della programmazione "morale" della televisione in bianco e nero italiano, non aveva letto McLuhan o almeno non lo aveva capito. Nel momento in cui il mezzo di comunicazione è PIU' IMPORTANTE del messaggio che porta non c'è più bisogno di infondere i buoni valori cattolici nella popolazione italiana. Mentre cercava di rendere tutti i telespettatori dei perfetti uomini di chiesa (ed anceh elettori sicuri), la DC ha reso possibile una trasformazione in senso diametralmente opposto: con i suoi programmi, o meglio, alla luce di McLuhan, anche solo con la comunicazione via tv, ha contribuito a infondere nella gente lo spirito più puro del CONSUMISMO, quel Dio che, ai giorni nostri, può oramai proclamarsi padrone delle vita di ognuno di noi. Tutto questo lo spiega, con la lucidità di pensiero che gli è consona, Pier Paolo Pasolini in diversi saggi contenuti nella raccolta "Scritti Corsari". Non pensate forse che questa sua analisi risulti completamente azzeccata? Io credo proprio di si, e ritengo completamente insensate certe speranze proprie, per esempio, della studentessa invitata ad Agorà. Oddio, effettivamente ho tirato in ballo come se niente fosse pensatori e concetti di una grandezza quasi intimidatoria. Spero ovviamente che nessuno travisi le mie parole: una programmazione televisiva come quella in bianco e nera è certamente diversa, per modalità e intenti, da quella dei giorni nostri. Negli ultimi 20 anni, con la nascita e il predominio della tv commerciale, gli scopi sono diventati molto più chiari. La televisione è meno ingenua di un tempo e i vari programmi esistono solo per riempire lo spazio tra uno stacco pubblicitario e l'altro: chiunque lavori in quell'ambito ne è ormai consapevole. L'aver messo in ballo gli apporti di McLuhan e Pasolini è servito solo a chiarire una cosa: i risultati sono rimasti gli stessi.
Alla luce di quest'ultima riflessione mi viene quasi da tirare un sospiro di sollievo: a pensarci bene i seminari sono sempre più vuoti, quello del sacerdote è un settore in crisi ormai da anni. Poi ci penso un pò su e una leggera scossa mi percorre nuovamente il corpo: la rielezione di Bush, le masse di fondamentalisti cristiani che lo hanno votato e che in questi giorni si oppongono all'eutanasia (se così si può chiamare) di Terri Schiavo, i partiti italiani che hanno partorito l'attuale legge sulla fecondazione assistita... a guardarsi intorno c'è sempre da preoccuparsi. Sembra quasi che l'illuminismo, con tutti i suoi limiti e i difetti, non abbia ancora attecchito dopo trecento anni (anche se qualcuno dice che anche l'illuminismo finisce col cadere nel mito...), che la ragione non si sia ancora fatta strada in mezzo a milioni di persone che continuano ad essere guidate dalla superstizione. Come si può combattere questa degradazione, questo regresso? Il nemico, in questo caso, è uno solo: l'ignoranza. Credo sia dovere di ognuno, in modi e in tempi diversi, combattere per eliminare questa piaga.
sabato, marzo 26, 2005
Pubblico
Due giorni fa ho avuto la definitiva conferma a quello che ho sempre sospettato. Si potrebbe porre il tutto sotto forma di quesito, una sorta di esperimento scientifico: il pubblico dei cinema d'essai è stupido quanto quello legato alla produzione "commerciale"? Ovviamente la domanda non è posta in maniera perfetta: l'aggettivo "stupido" è utile perchè d'effetto, ma rimane una definizione abbastanza vaga e, soprattutto, troppo soggettiva. Il vero senso si chiarirà quando avrò narrato la vicenda.
Cinema Edison, giovedì sera: è la giornata dedicata alla rassegna "Il Giallo e il Nero: dal Libro al Film", i cui primi esponenti sono stati "La Donna che Visse Due Volte" di Alfred Hitchcok, film sul quale è abbastanza superfluo soffermarsi (a meno che il vostro nome sia Marco Lori), e "A Ciascuno il Suo" di Elio Petri, meraviglioso. E' giusto chiarire fin da subito che l'Edison non è solito accogliere delle folle: già una trentina di persone può considerarsi un'affluenza buona nei giorni della settimana, mentre nel weekend il numero può anche triplicare o, meglio, riuscire a riempire la sala nella sua interezza. A vedere il capolavoro di Hitchcok direi che potevamo stimarci sulla ventina. Certo, il film meritava come minimo la gente attaccata ai lampadari (che non ci sono), ma trattandosi di una pellicola molto vecchia e assai famosa credo che il numero esiguo poteva essere spiegato con la frase di rito "lo conosco a memoria", anche se un vero cinefilo non si sarebbe mai fatto scappare l'occasione di vederlo al cinema. Ma lasciamo stare. Per Petri più o meno la situazione si è rivelata simile: una trentina, scarsa, di persone che ha colto l'opportunità di vedere un autore da sempre escluso a priori dal circuito televisivo, e quindi completamente sconosciuto dalle masse. Peccato; ci si augurava che un pubblico "impegnato" come quello di questo piccolo cinema potesse apprezzare il più grande esponente del cinema "impegnato" politicamente. Ma arriviamo a questa settimana. Terzo giovedì, terzo appuntamento: "Soldi Sporchi" di Sam Raimi, un film che io avevo già visto qualche anno fa, ovviamente a noleggio perchè anche lui relegato a orari improbabili in tv, e avevo apprezzato tantissimo. Una storia estremamente drammatica, triste e molto intelligente firmata però dallo stesso regista di "La Casa", "L'Armata delle Tenebre" e "Spider-Man". Ammetto che la mia curiosità era assai alta: avrebbe un pubblico "d'essai" accettato questo affronto? Sarebbe andata a vedere il film di un regista che, per il resto, ha prodotto solo robaccia (ovviamente per loro)? Io sono arrivato al cinema, caso strano, abbastanza in anticipo; in sala oltre a me e Minerva c'erano due donne sedute in penultima fila. Era comunque presto, di solito l'Edison si riempie gli ultimi dieci minuti. Grandi speranze. Quando è iniziato il film oltre a noi quattro si erano aggiunti Alberto e Francesco, una coppia di fidanzati e un gruppetto di tre amici che mi dicono essere presente ad ogni proiezione. Totale: nove persone. Credo che tutti siano stati concordi nel ritenere il film bellissimo.
Tiriamo le fila del discorso: capirete a questo punto quanto il pubblico "d'essai" mi stia sulle balle. E per pubblico d'essai intendo QUESTO pubblico, quello che si reca in massa, e a scatola chiusa, a vedere film minori di registi sconosciuti e scarta a priori dei prodotti hollywoodiani (scandalo!) firmati da registi "commerciali" (doppio scandalo!). Il problema, a mio parere, rimane sempre quello della divisione forzata tra cinema "colto" e cinema "disimpegnato", tra produzione "alta" e produzione "bassa". Non sto dicendo non esiste un cinema commerciale e uno artistico, autoriale: voglio solo dire che la differenza spesso è solo per chi vuole vederla a tutti i costi. Il pubblico d'essai scarta automaticamente i film commerciali e quello commerciale attua il procedimento inverso, ritenendo i film minori o meno spettacolari dei "mattoni" paurosi. Da cinefilo non posso che criticare, come tutti, questa seconda categoria. Mi rendo conto però che anche la prima compie un errore di ugual portata. Il cinema è sempre cinema: l'intento di piacere alle masse e portare a casa più soldi possibili non è forse paragonabile negli intenti a quello di "essere artistico" a tutti i costi e accontentare i gusti di un mercato di nicchia. A pensarci bene mi scandalizza il fatto che l'Edison abbia riempito la sala con una ciofeca come "Ferro 3: la Casa Vuota" (chiamatemi ignorante ma per me è davvero UNA CAGATA PAZZESCA, e la frase finale giustifica pienamente questa mia tesi) mentre un film dalla potenza emotiva straordinaria come "Soldi Sporchi" sia stato visto da nove persone più il proiezionista. Non è solo una questione di incassi. Quello che mi fa paura è la mentalità: il rischio è di creare un divario sempre maggiore che renda una parte sempre più "d'essai" (inteso in senso negativo) e l'altra sempre più legata a fini commerciali. Non sono uno di quelli che dice che la verità sta nel mezzo. Penso solo che una concezione, o meglio due, così distanti l'una dall'altra facciano solo del male in primis alle persone, che si fossilizzano solo su un aspetto, e in secondo luogo al cinema, che verrà sempre più incontro a queste due richieste differenti, ovviamente a scapito della qualità generale.
D'altronde fareste bene a non essere d'accordo con quello che ho appena scritto: sono i pensieri di uno che vorrebbe attribuire una dignità artistica a "Guerre Stellari" e il film che attende di più quest'anno è "La Vendetta dei Sith" (tra l'alto già giudicato entusiasticamente da Francis Ford Coppola e Steven Spielberg).
venerdì, marzo 25, 2005
Volevo scrivere un post sul pubblico del cinema Edison, ma oggi non ho tempo. E allora vi lascio con la domanda più importante di questi giorni, forse dell'anno:
Che dire riguardo al(la voce del) film
porno con Mauro Serio?
domenica, marzo 20, 2005
Diritti
Credo che sia giunta alle orecchie di tutti la penosa - doppiamente penosa - vicenda di Terri Schiavo. Una storia che fa male, tanto male. Soprattutto però credo faccia paura, paura per le implicazioni e gli scenari futuri che prospetta.
Ci ripetono che gli Stati Uniti sono la più grande democrazia del mondo da quando siamo piccoli. Questa frase è tuttora un cavallo di battaglia di molti uomini politici e si può trovare molte volte sia sulla carta stampata che nei più impegnati talk-show televisivi. Non ho le conoscenze tecniche necessarie per confutare questa tesi. So solo che per me è strano, molto strano; è strano continuare a sentire elogi smisurati verso questo paese dei sogni mentre vengono compiuti gesti tanto assurdi, gesti tanto crudeli.
Io penso che per essere degna dell'aggettivo "civile" una nazione debba garantire ad ogni cittadino prima di tutto il diritto di vivere. Non voglio soffermarmi a parlare di tutti gli altri sacrosanti diritti che a partire dalle rivoluzioni storiche cerchiamo di ottenere; parliamo solo del diritto di vita. Ogni uomo deve poter vivere. E questo è sacrosanto. Parlando di Stati Uniti è però subito evidente che questo diritto non viene rispettato. In Europa, se un individuo sviluppa una malattia mortale può rivolgersi alla sanità pubblica e ricevere, nel limite del possibile scientifico, le cure necessarie. In America, se un cittadino americano si ammala gravemente può ricevere le cure necessarie solo a patto di possedere una adeguata assicurazione sanitaria. In poche parole se non ti puoi permettere finanziariamente una polizza costosissima vai incontro alla morte. I poveri, negli Stati Uniti, vengono lasciati morire. Alla fine il succo del discorso è il seguente: nella più grande democrazia del mondo il diritto alla vita non viene rispettato.
Non è tutto. La vicenda di questi giorni, ma iniziata nel 1990, dimostra perfettamente come in America, e nel 90% del mondo, non venga rispettato un altro diritto a mio avviso fondamentale: il diritto alla morte. Terri Schiavo è in coma da quindici anni e vive solo grazie a un respiratore artificiale. Il suo compagno chiede da tempo che si fermi questa agonia e che le macchine vengano staccate; la sua famiglia invece vuole che lei continui a vivere artificialmente. Dopo tutti questi anni di battaglie la corte suprema si è espressa venerdì scorso: Terri Schiavo deve essere staccata dai respiratori artificiali. Ovviamente quasi tutto il popolo americano è contrario a questa decisione, presidente Bush in testa, che vuole approvare al più presto una speciale legge per obbligare i medici a tenerla in vita. Nel corso di questa riflessione si potrebbero tirare fuori molti nomi: Neocon, estremisti cattolici, fondamentalisti... Non mi interessa come vengano chiamati questi strenui oppositori dell'eutanasia. Ciò che mi rattrista è sapere che una persona agonizzante e decisa a porre fine alla sua vita dovrà continuare a soffrire per colpa di una stupida credenza popolare come è la religione. A mio parere una persona deve avere completa libertà di scelta riguardo alla propria vita. Allo stesso modo però deve possedere un simile libertà riguardo alla propria morte. Non mi viene altro aggettivo che "criminale" per uno stato che ti costringa a vivere una vita di sofferenze, una vita che non vuoi, una non-vita. Una buona parte (ma ne è forse il nocciolo) della questione si gioca sull'interpretazione di questa parola: "vita". E' infatti vita quella che sta vivendo Terri Schiavo? E' vita quella di una persona che non è più cosciente e mai più potrà esserlo? Qualche anno fa mi aveva colpito molto il racconto di uno dei più grandi giornalisti italiani, Indro Montanelli, a proposito di sua moglie. Durante il loro matrimonio avevano stipulato un patto: se uno dei due fosse stato ridotto a uno stato di incoscienza, se avesse perso insomma le proprie facoltà intellettuali, l'altro avrebbe avuto il dovere di porre fine alla sua vita. Mentre narrava di questo accordo Montanelli era quasi sul punto di piangere; concluse infatti l'aneddoto dicendo che non era riuscito a staccare il tubo della moglie in coma, non aveva potuto tener fede al patto.
Il discorso è complesso e si potrebbe parlare di etica per ore, anche se personalmente per arrivare alla conclusione del problema userei ancora meno parole di quelle che ho utlizzato in questo post. Un regista conservatore come Clint Eastwood ha espresso perfettamente in "Million Dollar Baby", uno di quei film che più ci ripensi più capisci che sono irraggiungibili, gli stati d'animo e i conflitti interiori che si vengono a creare in situazioni del genere. Bastano le emozioni incredibili che riesce a trasmettere la pellicola per esaurire adeguatamente l'argomento, una capacità propria del cinema con la C maiuscola. E se non fosse che (troppo) poche persone che abitualmente leggono queste pagine hanno visto questo capolavoro, non concluderei dicendo solo che alla fine Eastwood prende la sua decisione. Quella giusta. E anche la più dolorosa. Almeno per noi.
venerdì, marzo 18, 2005
CHE IDEA! (QUALE IDEA?)
E' abbastanza filosofico il quesito "ma perchè, durante il raffreddore, le narici si danno il cambio nell'essere otturate"? Ma soprattutto: nell'ultima frase ci volevano due punti interrogativi??
Ok, è mezzanotte e mezza, sono raffreddato come un africano al polo e incazzato di conseguenza. Tutto ciò è per me causa di molti interrogativi. Non che di solito non ne abbia; è solo che evito di stare a scirverli, come il 99% delle cose che penso. Ora però sto scaricando il trailer di Sin City e invece di diminuire la velocità del download sui siti porno è molto meglio fare partecipi tutti voi delle mie vaccate.
Perchè quando ci si ammala bisogna anche sopportare le lamentele dei propri genitori? Porca eva, sono qui che utilizzo il 100% delle mie forze (come la scuola di Hokuto) per respirare decentemente e devo anche beccare su perchè è tutta colpa mia. Certo, abitualmente mi diverto a girare per Parma sudato alla ricerca di qualche folata di vento che mi accarezzi la gola. Anche se devo ammettere che alle elementari utilizzavo metodi simili per riuscire a saltare qualche giorno di scuola. Non vi dico cosa potevo fare con un muro freddo.
Castell, perchè "Wish You Were Here" è uguale (sacrilegio!) a "The Wall"?
Perchè in un fumetto di trenta anni fa per narrare il mio spostamento dalla mia camera alla cucina per prendere una bottiglia d'acqua avrebbero inserito una didascalia grossa così ( ) che recita: "dopo aver scritto il suo post Filippo si reca in cucina per dissetarsi"?
Perchè esistono ancora fumetti western?
Perchè un tempo facevano i muri storti? Non esistevano i righelli?
Perchè agli americani piace più Episodio II di Episodio I?
Perchè gli americani [inserire sentenza a caso; sarà comunque vera]?
Perchè Alan Moore è così fottutamente bravo?
PERCHE' STAI LEGGENDO QUESTO POST???
Everything you know is wrong. Watch more TV.
mercoledì, marzo 09, 2005

Senza filtro*
*scusami J AX!
Ok, ormai ci siamo, fine delle illusioni. Il fatto che mia madre abbia ricominciato ad uscire con mio fratello dovrebbe essere un ottimo campanello d'allarme: la primavera, quest'anno a lungo rimandata, sta piano piano aprendo la porta e facendo capolino. La neve ogni giorno colora sempre meno di bianco il mio giardino e le piante cominciano a mostrare le prime gemme. Che bello, sembra un tema delle elementari.
La verità è che non reggo il bel tempo e annessi vari; dal punto di vista metereologico sono davvero politicamente scorretto. La mia giornata ideale è grigia e buia, magari con qualche fine goccia di pioggia. Mi fa davvero schifo cenare con la luce fuori dalla finestra: sembra di pranzare due volte. Roba da matti. Ma forse tutto questo è il contorno del mio vero e genuino odio: il caldo. Chi mi ha conosciuto sa che in genere sono abbastanza tollerante, è difficile che detesti qualcosa. Ecco, il caldo è quell'elemento che mi impedisce di diventare Ned Flanders e verso il quale si sviluppa tutto il mio rancore represso. Con l'inizio di Marzo inizio a sudare. Servono ben pochi giri di parole: caldo=sudore=sporco. D'Inverno, se hai freddo, ti copri; d'estate, se hai caldo, ti puoi scoprire quanto vuoi ma arriverai sempre all'invalicabile limite della tua epidermide. Questo non mi sta bene. Alcuni mi dicono che per superare il caldo basta andare in piscina: un discorso idiota come dire che quando hai freddo devi recarti in una sauna. Senza contare che i pantaloni corti sono ridicoli mica poco. Ci sono migliaia di altri lati negativi che quasi tutti si scordano: in questi giorni, per esempio, non mi sono svegliato pieno di punture di zanzare e nemmeno ho fatto fatica ad addormentarmi a causa del loro insopportabile ronzio. C'è da dire che, per gli abitanti di questa zona, la lotta contro le zanzare è diventata una sorta di battaglia epica, uno di quegli scontri leggendari di cui faremmo volentieri a meno. Che puttane le zanzare. Basterebbero questi due elementi, caldo e zanzare, per sostenere la mia tesi secondo la quale l'estate è assolutamente inutile. Aggiungo poi il fattore occhiali da sole, che non è roba da poco. Sono l'unico a questo mondo che considera un vero e proprio stupro ai danni dell'apparato visivo quello di dover indossare delle lenti scure? Mi rendo conto di essere probabilmente l'ultimo degli amanti della natura su questa terra (portatemi davanti a un bel prato di campagna e sarete sicuri di avermi rovinato la giornata) ma non è davvero odioso vedere il mondo marrone o verde? Al contrario della necessaria presenza di uno spazio tra l'ascoltatore e le casse, questo è un filtro che non accetto. E soprattutto mi sta sul cazzo spendere una giornata e un sacco di soldi per comprare un paio di occhiali scuri, come se non avessi già abbastanza a che fare con lenti e stanghette nella mia vita quotidiana. Certo, il risultato è che vago per la città con due fessure al posto degli occhi e il palmo della mano come visiera. La soluzione a tutti questi problemi è ovviamente solo una, e si chiama emisfero australe. L'ostacolo in questo caso, come in molti altri, sono i soldi. Forse costerebbe meno andare in Islanda e visitare i luoghi di "Viaggio al Centro della Terra". Peccato che meno sia comunque troppo per me. E allora mi ritroverò, come sempre, a dover fare i conti con telegiornali che annunciano l'estate più calda da quando è entrato in uso il termometro, ad abbassare di nascosto la temperatura del condizionatore (perchè potrebbe fare male a mio fratello) e a imitare Michael Douglas nel meraviglioso incipit di "Un Giorno di Ordinaria Follia".
A cosa è servito questo post? A niente. Proprio come le zanzare e Topo Gigio.
Se proprio volete potete stamparlo e utilzzarlo per pulirvi il culo.
Ovviamente parlo di Topo Gigio.
domenica, marzo 06, 2005
Le Vibrazioni avevano Elio. Nicola Arigliano era accompagnato dai migliori jazzisti italiani. Dj Francesco poteva contare su Max Pezzali. GIGI D'ALESSIO HA SCELTO I RAGAZZI DI "AMICI". Ci sono momenti, attimi, frazioni di secondo, in cui mi sento anch'io un pò Bossi.
martedì, marzo 01, 2005
A ognuno il suo Due sere fa, al Kodak Theatre di Los Angeles, si è tenuta l'annuale edizione degli Oscar, Academy Awards per i più fighi. Tra poche ore, a Sanremo, aprirà i battenti il festival della canzone italiana. Questo cosa c'entra? Nulla, è solo che in un qualche modo dovevo giustificare il titolo. Il resto mettetecelo voi. Parlando di oscar veri e propri, che di sicuro ben più mi interessano rispetto al principale evento televisivo italiano, non posso che concordare quasi pienamente con la decisione della Academy: "Million Dollar Baby" è un film bellissimo, dalla potenza emotiva straordinaria e infarcito da una schiera di attori perfetti, giustamente premiati. Per quanto possa ricalcare gli stilemi del genere il film di Eastwood non è la classica pellicola sulla boxe, non è il solito film sportivo. Esattamente come "Gli Spietati" non è solo un western e "Mystic River" non è solo un "giallo", per quanto questa etichetta possa andargli stretta. Tutto ciò dimostra una volta di più quanto grande sia il talento e l'importanza storica dell'uomo agli occhi di ghiaccio, di un attore/autore che da quindici anni sta sfornando, a un ritmo incredibile tra l'altro, un numero non indifferente di classici. Una definizione questa che inoltre descrive perfettamente il suo stile, "classico" appunto, un modo di narrare per molti antiquato e desueto e che invece riesce ancora, e alla perfezione, a dire cose nuove in maniera perfetta. Se comunque è possibile muovere un piccolo appunto sarebbe stato ancora più giusto dare una statuetta anche al Clint Eastwood attore; oltre che un premio meritato avrebbe potuto essere l'ultima occasione per coronare il talento di un artista completo. Purtroppo però l'oscar era già stato promesso da vari mesi a Jamie Foxx, bravissimo Ray Charles in un film che però è una vera fetecchia, la vera americanata DOC (ovvero film industriale) che per fortuna non ha portato a casa quasi nulla. Peccato anche per il vecchio zio Martin: mi è piaciuto davvero tanto il suo "Aviator", di sicuro più del mutilato "Gangs of New York", pur rimanendo un film minore in mezzo a una carriera straordinaria. L'Academy non ha mai nascosto il proprio odio verso il regista italo-americano, odio ereditato anche dal suo nuovo attore feticcio DiCaprio. Si spera che in un prossimo futuro questo grande regista riesca a ritornare nella lista dei candidati con un'opera davvero adeguata alla sua bravura e si aggiudichi la tanto agognata statuetta. Ritornando al presente un altro elemento di soddisfazione quest'anno è venuto dalla premiazione del capolavoro Pixar "Gli Incredibili"; credevo veramente che quei cretini avrebbero premiato nuovamente Shrek, film che non ho visto ma non potrà mai raggiungere la finezza e l'intelligenza del film Disney. Che altro dire? Come si può notare mi trovo praticamente del tutto concorde rispetto alle decisioni della giuria, una giuria che ha saputo pescare con saggezza nel lago delle nomination. E qui si arriva al punto: le nomination. Si, perchè, per quanto d'accordo con le scelte fatte, non può non rimanermi l'amaro in bocca per certi film e certi autori che avrebbero meritato almeno di essere nominati e invece continuano non solo ad essere infamati dalla critica (statunitense ovviamente) ma anche ignorati dal pubblico. Due in particolare sono i "casi limite" di quest'anno, e sto parlando di "Collateral" di Michael Mann e "Alexander" dell'odiatissimo, in patria, Oliver Stone. Ecco, quello che fa incazzare di questo grande paese è, tra l'altro, che non riescano a riconoscere in questi due registi due dei più grandi autori dei nostri anni, due artisti che, stranamente, vengono ammirati da tutto lo star system hollywoodiano ma rimangono totalmente inaccettabili per critica e pubblico. Per l'accoglienza più che tiepida che ha accompagnato l'uscita del film con Tom Cruise non c'è molto da dire, ma quando si leggono certi critici americani criticare Stone perchè il suo Alessandro Magno è un Jim Morrison dell'antichità oppure perchè il film mostra troppo esplicitamente la tendenza bisessuale del protagonista... beh, ci si innervosisce un pochino, soprattutto se nel frattempo un film penoso e hollywoodiano nella peggiore accezione del termine viene osannato dalla nazione intera. Ovviamente è stupido, come faceva notare il Pelo su queste pagine, prendersela per una cerimonia che per il 90% delle volte premia non i film migliori ma quelli più conformi a uno stupido gusto commercial-conservatore; quest'anno è andata bene ma, guardandosi indietro, chi può dire che la storia degli oscar abbia rappresentato degnamente la storia del cinema? Molti, troppi autori vengono ogni anno categoricamente negati della possibilità di ricevere un riconoscimento per i loro meritevoli sforzi, vuoi perchè scomodi politicamente oppure perchè invisi al contemporaneo trend critico. E la finisco qui perchè, nonostante ciò che ho appena detto, se vado avanti rischio di arrabbiarmi di brutto. Comunque oggi ho comprato "Predator". Cazzo, che bello.
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