Interfaccia col Nulla



lunedì, dicembre 06, 2004
 

New American

(Lynch) Cinema

Tutto comincia da una singola e insignificante persona, probabilmente un teenager brufoloso che torna a casa dopo una sera al cinema. Alza la cornetta e chiama un suo amico: "Sai, ho appena visto un film al cinema: "Donnie Darko". Ed è veramente startosferico, meraviglioso, eccezionale, -inserire altri aggettivi adatti a un ragazzo esaltato da ciò che ha appena visto-". Il giorno dopo l'amico chiama un'altro amico e ripete la stessa cosa. Ed ecco innescarsi la magica catena del passaparola. Se è fruttuosa, ovvero se non si rompe dopo pochi passaggi e rimane confinata in una piccola area geografica, è possibile che anche un piccolo film dal piccolo budget esca dai suoi confini nazionali e arrivi dappertutto, anche nei cinema italiani. Con "Donnie Darko" è successo proprio questo, anche se per poter vedere il suo spot in tv ci sono voluti ben tre anni di differenza rispetto all'uscita statunitense. Nel frattempo uno strambo filmetto apocalittico e visionario, praticamente passato inosservato in patria, è diventato film di culto nel Regno Unito ed è tornato, stavolta con successo, in America nella versione Director's Cut, venti minuti più lunga di quella originale. La stessa che oggi si può trovare nelle sale dello stilvale.

Ovviamente il titolo del post è un grande azzardo: accostare un regista a David Lynch, uno degli autori più originali, complessi e importanti delle cinematografia moderna, è per forza di cose approssimativo. Lo è anche di più se si osa farlo per un unico film. Chiunque però sia passato per le strade allucinate di "Lost Highways", per quelle lugubri del Twin Peaks televisivo o anche per la più recente "Mulholland Drive" non potrà non assaporare nell'atmosfera onirica e grottesca di "Donnie Darko" un certo tocco alla Lynch. Vista dall'esterno la cittadina del film di Richard Kelly è fin troppo simile all'eternamente soleggiata cittadina di "Velluto Blu". Entrambe in fondo condividono lo stesso destino, riescono ad essere incredibilmente somiglianti non solo all'apparenza ma anche ispezionate in profondità: un perfetto paradiso che nasconde al suo interno l'inferno. In Lynch questa riflessione, l'orrore che si nasconde dietro la quotidianità, diventa tema ricorrente di quasi tutta la sua filmografia. In "Donnie Darko" la riflessione è forse meno complessa a livello visivo ma molto più enigmatica riguardo l'intreccio (escludendo quel viaggio allucinogeno che è "Lost Highways". Tutti riusciranno a carpire le coordinate iniziali del film. Tutti seguiranno coscientemente la lotta del giovane Donnie Darko contro le terribili visioni che lo tormentano, contro il coniglio demoniaco Frank che gli annuncia la fine del mondo e lo spinge a compiere azioni efferate. Nessuno però uscirà dalla sala con la consapevolezza di aver compreso a fondo il finale e se qualcuno afferma il contrario non credetegli. Il finale di "Donnie Darko" spiazza perchè spinge lo spettatore a rimettere in discussione tutto ciò che ha visto finora. E non per un colpo di scena rivelatorio, ma proprio perchè tutti gli eventi del film sono profondamente influenzati dal finale. C'è da dire che far pensare lo spettatore dentro e FUORI dalla sala è già un merito nel cinema odierno. Quando poi questa si rivela essere una piccola parte di un affresco che riesce ad essere coinvolgente ed osare stilisticamente senza risultare pacchiano, allora forse risulta più chiaro perchè "Donnie Darko" si porti dietro l'etichetta di Cult Movie. Soprattutto per i giovani, che possono riconoscersi nei dubbi e nelle incertezze del giovane Donnie verso un mondo perfetto e puritano, nella sua voglia, negata, di smascherarlo e nel conseguente impulso di distruggerlo e di auto-distruggersi. Donnie è il più intelligente e maturo dei suoi coetanei, ma anche il più disturbato, quello maggiormente "tormentato". E' fin troppo semplice affermare che, in un mondo che gira al contrario, la persona "normale", colui che riesce a scorgere la vera natura della realtà, è Donnie. Che però compie sforzi immani per cercare di essere come gli altri, per inserirsi in un meccanismo che non comprende ma con cui deve per forza avere a che fare. Tutto questo mentre il lugubre Frank continua ad annunciargli l'imminente fine del mondo e la realtà cominci fisicamente a sfaldarsi davanti ai suoi occhi. Quando anche i pochi contatti sicuri che aveva stabilito con la realtà, individuati in poche ma valide persone che lo circondano, come la fidanzata Rachel, la professoressa Drew Barrymore, il professore Noah Wyle (il dottor Carter!!!), gli vengono tolti improvvisamente Donnie arriva a comprendere tutto ciò che prima gli sembrava oscuro. Esattamente al contrario dello spettatore, a cui resta la possibilità di fare congetture come io ho fatto in queste righe.

Per scavare nei meandri più nascosti della nostra realtà e della psiche di Donnie il regista Richard Kelly fa sfoggio di uno stile volutamente schizofrenico, fatto di rallentamenti e di improvvise accelerazioni, di momenti statici e di subitanei dinamismi visivi, con un tocco pericolosamente in bilico fra autorialismo e stile videoclip, ma senza mai sfociare nel secondo. E basti farvi sapere che di solito disprezzo in pieno simili scelte stilistiche. Questa sapiente mano registica, degli efficaci attori, giovani e non, e una colonna sonora divisa fra temi lugubri e musica dell'epoca (è ambientato a fine anni 80), rendono l'enigmatico viaggio di "Donnie Darko" non solo incredibilmente godibile ma praticamente ipnotico. E già si aspetta la nuova prova sul campo del regista/scrittore, e quindi autore, Richard Kelly. Per capire una volta per tutto se questa è stata solo una parentesi di genio molto fortunata oppure l'inizio di una filmografia veramente originale non solo in campo statunitense, ma mondiale.

Perchè "Donnie Darko" ha avuto così successo? Prima di tutto perchè il tema e lo stile registico riescono ad essere incredibilmente intriganti. In secondo luogo perchè, di riflesso, "Donnie Darko" è un gran bel film, una mosca bianca in uno sciame composto di esemplari ben poco ispirati, prodotti in serie. Ecco, senza scomodare Lynch e le sue allucinanti visioni, basterebbe questo per far spiccare il film di Richard Kelly in mezzo alla produzione recente: il gusto di unicità, di non omologazione, di "diverso". Proprio per questa ragione all'inizio in America non lo ha visto nessuno. E' molto semplice: un film del genere non può essere capito da un pubblico abituato ai blockbuster di Jerry Bruckheimer. Ci volevano gli spettatori europei per spiegare agli Yankee(s) che quel filmetto non era tale. Ed ecco arrivare il successo. Lo so, questo è un pò triste. Come un pò triste è il fatto che probabilmente molti altri film simili verranno fatti solo per cavalcare l'onda. E' il rischio di ogni idea originale: diventare moda. Ma non sarà comunque un problema. Come per il primo "Matrix" basterà mettere su il dvd di Donnie Darko e ricordare che, in fondo, tutto è cominciato da qui.

postato da Phemt | 00:49 | commenti (9)